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Autore: Sandro Gronchi Pagina 4 di 5

Sandro Gronchi è stato Professore di Economia Politica presso l'Università di Siena fino al 1986 e la Sapienza di Roma successivamente. È stato anche docente di Econometria presso la Scuola Superiore dell'Economia e della Finanze del Ministero dell'Economia. In Università del Regno Unito ha svolto programmi di ricerca finanziati dalla Nato e dalla British Academy. Si è occupato di equilibrio economico generale e di teoria del capitale. Da quarant'anni si occupa di conseguenze economiche dei mutamenti demografici, generational accounting e teoria dei sistemi pensionistici. Ha pubblicato in Italia e all'estero. È autore d'interventi su quotidiani e periodici italiani. È stato consulente del Ministero del Lavoro, la Ragioneria Generale dello Stato, la Direzione Generale del Tesoro, il Governo Dini per la riforma contributiva del 1995, il CNEL, la Banca d'Italia, il Mediocredito Centrale, la Banca di Roma, il Banco di Sicilia, Capitalia, Unicredit, MEFOP.

PROMESSE DA MARINAIO

La riforma previdenziale del 1995 è afflitta da molti errori e lacune. Ma ha anche meriti, come la correttezza del metodo con cui sono stati definiti i requisiti anagrafici per l’accesso alla pensione. Un metodo da preservare perché assicurava coerenza nel periodo transitorio e flessibilità a regime. Invece, le nuove regole previste dall’accordo di luglio non hanno alcun senso in ambiente contributivo dove i coefficienti hanno esattamente il compito di assicurare l’indifferenza delle età di pensione. La garanzia della copertura minima del 60 per cento.

Gli italiani e le pensioni

Il “dibattito” in corso sulla riforma delle pensioni sembra preludere a esiti che accresceranno il disordine già imperante. I temi che si affastellano meriterebbero, ciascuno, un’accurata analisi per poi trovare collocazione in un disegno organico di riordino che tenga conto delle interazioni fra i singoli interventi. E quelli riguardanti la fase transitoria andrebbero coordinati con gli altri, di più lungo periodo, inerenti il perfezionamento del sistema contributivo. Invece, la scena è irrimediabilmente dominata dagli interessi immediati.

Lo “scalone” si può barattare

Ancora una volta il dibattito pensionistico italiano è interamente assorbito dalle preoccupazioni di breve periodo. Ma per chi sappia guardare lontano, i risparmi generati dallo “scalone” non sono la vera priorità. Ciò che importa è il completamento della riforma contributiva per la definitiva costruzione di un sistema pensionistico equo e sostenibile. E lÂ’elenco degli interventi da fare è davvero lungo.

Contributivo tuttora incompreso

Senza revisione dei coefficienti, il modello contributivo non avrebbe più ragion d’essere. Ciò nonostante, si fa molta fatica a mettere in atto la prima, vitale per la praticabilità delle successive. Molte le contropartite richieste, fra cui l’adeguamento delle pensioni d’annata. Ma se queste sono socialmente intollerabili, la soluzione è una sola: ridurre o azzerare gli 1,5 punti attualmente anticipati. La conseguenza sarebbe una seconda riduzione dei coefficienti, più rilevante di quella deputata a dar conto dell’accresciuta longevità.

Quanto è necessario il secondo pilastro?

L’avvento della formula contributiva, necessaria per garantire stabilmente la sostenibilità del sistema, implicherà coperture pensionistiche in progressiva diminuzione. Non potrà essere impedita, e neppure significativamente frenata, dall’aggiunta della pensione complementare generata dalla devoluzione del Tfr. Piuttosto, occorrerà un percorso di continui aumenti dell’età al pensionamento. Il modello contributivo ha gli strumenti per promuoverlo: basta “lasciarlo lavorare” non impedendo le revisioni dei coefficienti di conversione.

Pensioni contributive: come garantire la corrispettività

Aggiornare annualmente i coefficienti di conversione, come in Svezia, è il minimo che si possa fare per garantire il principio di corrispettività. Occorrono però ulteriori correttivi senza i quali i coefficienti resterebbero sopravvalutati. Per gli errori che derivano dal ritardo con cui sono approntate le tavole di sopravvivenza e dagli assestamenti cui sono soggette, le soluzioni sono da ricercare in collaborazione con l’Istat. L’errore da calcolo backward looking si elimina solo prevedendo in modo attendibile la sopravvivenza di ogni coorte.

Come ridurre il cuneo

La decontribuzione si avrà al prezzo dello scardinamento dell’equivalenza attuariale fra contributi e prestazioni. I maggiori beneficiari saranno le carriere a crescita salariale elevata e i pensionamenti precoci. Ripristinando le iniquità che la capitalizzazione virtuale vuole eliminare. Oltretutto, è un provvedimento inutile per la competitività delle imprese. Alla restituzione di una parte dei contributi si potrebbe invece arrivare attraverso la cancellazione della reversibilità. A beneficio anche del tasso di partecipazione femminile al lavoro.

Il pilastro d’argilla

Il secondo pilastro del sistema pensionistico resterà “semi-obbligatorio” quand’anche la devoluzione “silenziosa” del Tfr dovesse, col tempo, diventare “del tutto” forzosa. Sarà infatti alimentato anche dalla libera contribuzione a carico delle imprese e dei lavoratori. Il carattere ibrido non aiuta a individuare le caratteristiche che il secondo pilastro dovrebbe avere, riguardo alla struttura dell’offerta, al regime fiscale e alla gestione delle rendite, al duplice fine di evitare a queste ultime incertezze ed abusi e di consentire al risparmio previdenziale di rendere al meglio.

Marcia indietro sulla capitalizzazione

Il modello previdenziale a capitalizzazione virtuale è uno strumento per evitare ritardi e squilibri nell’innalzamento dell’età lavorativa, conseguenza della crescente longevità. Ma l’efficacia del meccanismo è subordinata a un aggiornamento annuale dei coefficienti di trasformazione che deve riguardare solo le coorti di età pensionabile. In Italia la revisione è decennale, vale per tutti ed è in parte negoziale. Invece di risolvere queste difficoltà si preferisce rinunciare alla prima correzione, prevista per il 2006. Snaturando così la riforma del 1995.

Attacco al metodo contributivo

Opportunamente modificato, il modello contributivo delineato nel 1995 può assicurare a regime equità ed equilibrio finanziario al sistema previdenziale italiano. Con la riforma varata a luglio, invece, il Governo ha fatto altre scelte. Gravi soprattutto la rinuncia all’aggiornamento dei coefficienti di trasformazione previsto per il 2005, la perdita di flessibilità nelle scelte di pensionamento e il disallineamento nel trattamento di donne e uomini.

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