Il nuovo anno porta tanti aumenti delle tariffe dei servizi di pubblica utilità. Eppure molte delle imprese che li forniscono sono pubbliche e perlopiù sottoposte al controllo di autorità indipendenti. Una ricerca spiega i motivi per i quali i regolatori sono timidi nel tagliare gli extraprofitti.
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L’economia comportamentale suggerisce che per incentivare un’attività molto rischiosa con elevati tassi di insuccesso, come una start-up, non sono necessari gli incentivi fiscali, quanto meccanismi assicurativi che consentano un atterraggio morbido nella probabile ipotesi che le cose vadano male.
Potenzialmente incisiva nel medio periodo la separazione di Snam rete gas da Eni. In campo assicurativo misure poco incisive, sulla liberalizzazione delle farmacie tutto è ancora da vedere, quanto ai taxi niente di fatto. Potenza delle lobby. E l’autorità dei trasporti, istituita da vari mesi, non riesce a decollare.
Si chiama “diplomazia per la crescita”. È il tentativo di trasformare l’immagine del mondo dei diplomatici dalle tradizionali feluche ai panni dei manager dotati delle tecnologie più aggiornate. Per affrontare la complessità della globalizzazione. Dopo il salvataggio dell’Ice, rimane ancora molto da fare.
Senza un compromesso tra il rispetto dei risultati del referendum sull’acqua e la necessità di coprire il costo dei finanziamenti, la definizione della tariffa idrica -con un metodo solo teoricamente corretto- rischia di bloccare il sistema. Mentre il settore ha una grande necessità d’investimenti.
La misura più importante a sostegno delle imprese esistenti è l’Ace, con un incentivo fiscale al rafforzamento della struttura patrimoniale delle aziende. Per le start-up innovative sono previste deroghe al diritto societario e di carattere fiscale e contributivo. Il doppio effetto della svalutazione fiscale.
Molto ci si poteva attendere dalla liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Ma le riforme sono rimaste al palo. Non è tutta colpa del Governo perché pesano sullo stop gli esiti del referendum del giugno 2011 e una sentenza della Corte costituzionale.
Apprezzabili le misure su liberalizzazioni e semplificazioni, anche se l’intervento poteva essere più deciso. Non è invece emersa una visione coerente sul fronte della produttività e della competitività, uno dei problemi principali dell’economia italiana. La mancata riforma dei sussidi alle imprese.
Fiat ha presentato i conti trimestrali e l’atteso nuovo piano industriale. Sotto il profilo dei conti non ci sono novità: positivi gli Stati Uniti e il Sud America, mentre in Europa il gruppo continua a generare perdite. Per questo è previsto un riposizionamento nel mercato europeo, innalzando la gamma dei prodotti e abbandonando le roccaforti tradizionali del segmento medio. È una scommessa ad alto rischio. Ma dal suo esito dipende il futuro della produzione automobilistica in Italia. Per avere qualche speranza di vincerla, serve il contributo di tutti.
Il dibattito sulle strategie industriali intraprese dalla Fiat negli ultimi tempi è stato ed è molto intenso. Ci si concentra, in particolare, sulla scelta di limitare l’immissione sul mercato di nuovi modelli di automobili.