Ha fatto bene il Presidente Napolitano a richiamare la necessità di trasformare la Finanziaria in una legge semplice e comprensibile, ponendo fine alla prassi del maxiemendamento dai mille e più commi. Occorre snellire la procedura e riequilibrare i poteri in materia di controllo e iniziativa di bilancio tra governo e Parlamento. Per farla diventare un vero e proprio bilancio dello Stato e della pubblica amministrazione. Una relazione tecnica dovrebbe garantire che le variazioni di spesa e di entrate previste abbiano effettivamente un fondamento economico e giuridico. I commenti di Valerio Onida e Gustavo Zagrebelsky.
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Il Dpef prevedeva interventi strutturali in quattro settori fondamentali: sanità , pubblico impiego, enti locali e pensioni. La Finanziaria appena approvata vede sì una riduzione degli stanziamenti complessivi per i quattro comparti, ma un incremento nelle uscite totali della pubblica amministrazione, dovuto a maggiori risorse destinate a ferrovie e strade. Inoltre, i risparmi si concentrano solo su enti locali e sanità , mentre aumentano i fondi per pubblico impiego. Per le pensioni aumentano le entrate.
Sono passati due mesi dal varo della Finanziaria da parte del governo. Nel frattempo c’e’ stato, come previsto, l’assalto alla diligenza. Dopo l’approvazione della Camera e il voto del Senato sul decreto fiscale è il momento di fare il punto sulla composizione della manovra. Avevamo scritto a settembre che il rientro dal disavanzo eccessivo avveniva principalmente sul lato delle entrate. Adesso l’aggiustamento è unicamente basato su maggiori tasse e contributi. La spesa non solo non si riduce, ma potrebbe aumentare fino a 6,5 miliardi rispetto allo scenario a bocce ferme. Il contrario di ciò di cui il paese aveva bisogno.
La Finanziaria per il 2007 prevede uno stanziamento per gli aiuti pubblici allo sviluppo di circa 1,5 miliardi di euro, equivalente allo 0,13 per cento del prodotto interno lordo. Lontano dagli obiettivi sottoscritti dal governo italiano. Ma non si tratta solo di quantità . Anche la qualità dei contributi lascia a desiderare. E nei rapporti internazionali che cercano di misurarla il nostro paese figura agli ultimi posti perché gli interventi sono in larga parte costituiti da cancellazioni del debito o da progetti di piccole dimensioni che danno scarsi risultati.
Nel terzo trimestre 2006 l’economia italiana è cresciuta dell’1,7 per cento rispetto allo stesso periodo del 2005. Più della Francia che, dal 1995 a oggi, ha sempre registrato risultati migliori dei nostri. Tuttavia, i dati tendenziali per Germania, Regno Unito e Stati Uniti superano quelli italiani per più di un punto percentuale. La scarsa crescita di più lungo periodo non è un problema europeo, ma sostanzialmente di Italia e Germania. Che hanno ancora molto lavoro da fare per risolverlo. Dopodichè forse scopriremo che l’Europa è capace di crescere quasi come gli Stati Uniti.
Se gli studi di settore devono essere uno strumento per combattere l’evasione fiscale, non solo devono funzionare meglio, ma devono anche fornire le informazioni “giuste”. Il generico inserimento nei modelli statistici dei nuovi indicatori di coerenza non è sufficiente ad ampliare la base imponibile. Bisogna risolvere il paradosso dei costi, che non entrano nella definizione dei ricavi, ma intervengono nella determinazione della base imponibile. Altrimenti, avere più contribuenti congrui equivale a crescita dell’evasione. Come è accaduto dal 2000 al 2003.
Tra le maggiori critiche sollevate alla manovra finanziaria del 2006 vi è quella di aver aumentato in maniera eccessiva la pressione fiscale sui cittadini. Essa si fonda generalmente sul calcolo contabile dell’effetto aggregato delle misure della manovra sulle entrate della pubblica amministrazione, calcolo che risponde ad alcune esigenze (misurare il prelievo obbligatorio richiesto dallo Stato) ma non ad altre.
Quali voci sono nel calcolo. E quali non ci sono
Viene incluso nel calcolo, per esempio, l’aumento di gettito derivante dalle misure di contrasto all’evasione e all’elusione fiscale. Esso, tuttavia, oltre a perseguire un obiettivo di equità fiscale, non deriva da una variazione di politica tributaria (ad esempio una variazione delle aliquote Irpef) a parità di base imponibile; non rappresenta cioè un prelievo aggiuntivo su cittadini e imprese che già adempiono in pieno al loro dovere fiscale.
Vengono incluse inoltre le entrate derivanti dall’attribuzione all’Inps del Tfr non destinato ai fondi pensione (nelle aziende con 50 o più addetti secondo il recente accordo tra governo e parti sociali). Tale misura non comporta tuttavia un aumento del carico fiscale effettivo, poiché prevede semplicemente il trasferimento di un pre-esistente istituto privato a uno pubblico, a parità di trattamento per i lavoratori.
Sono invece esclusi gli aumenti degli assegni familiari, che vengono contabilizzati come maggiori spese della Pa. È evidente però che gli assegni familiari rappresentano a tutti gli effetti uno strumento di politica fiscale e che il loro aumento equivale a una riduzione delle tasse sul reddito.
Il calcolo aggregato della pressione fiscale inoltre non permette di analizzare la natura, gli effetti e le diverse finalità delle varie poste in gioco.
Al fine di fornire ulteriori elementi al dibattito appare utile effettuare anche un calcolo diverso: ci si può chiedere cioè quale sia il prelievo netto aggiuntivo, a parità di base imponibile, che lo Stato attua nei confronti del settore privato con le misure di politica fiscale e dei redditi della Finanziaria (escludendo quindi il recupero di gettito da evasione ed elusione fiscale e il trasferimento del Tfr e includendo gli assegni familiari), e di quali voci esso sia composto.
A quanto ammonta il prelievo netto aggiuntivo
La tabella qui sotto mostra che il prelievo netto aggiuntivo, così calcolato, è pari a 4,3 miliardi di euro (0,3 per cento del Pil) nel 2007, cioè meno di un terzo della correzione netta di bilancio (15,2 miliardi) operata dalla Finanziaria, e decresce a 1,5 miliardi (0,1 per cento del Pil) negli anni successivi.
Nella parte superiore della tabella, sono riportati gli effetti delle operazioni di politica tributaria e dei redditi delle famiglie e delle imprese (la revisione delle aliquote, detrazioni e scaglioni Irpef e degli assegni familiari, e le detrazioni Irap per le imprese). LÂ’effetto netto di tali misure è negativo per un valore di 3 miliardi nel 2007; lo Stato cioè “spende”, per finanziare questo insieme di operazioni, risorse per circa 0,5 miliardi a favore dei lavoratori e 2,5 miliardi a favore delle imprese, che salgono a circa 5 miliardi a regime. (1)
Finanziaria 2007: prelievo netto aggiuntivo
Note: (1) Effetti della revisione di aliquote, detrazioni e scaglioni Irpef; include le addizionali regionali e comunali e gli effetti della variazione del meccanismo di pagamento dellÂ’addizionale comunale Irpef (pari a 0,5 miliardi nel 2007 e nulla negli anni successivi); (2) Include lÂ’imposizione su apparecchi di intrattenimento e tabacchi lavorati e le misure di incentivazione ecologica; (3) Include i crediti dÂ’imposta per investimenti in aree svantaggiate, per la ricerca e lÂ’innovazione ed altri; (4) Include le misure di compartecipazione e responsabilizzazione individuale (0,9 miliardi circa) e unÂ’ipotesi del possibile aumento delle addizionali Irap e Irpef (0,6 miliardi circa) nelle Regioni a disavanzo eccessivo.
Le ulteriori misure di politica tributaria comportano un aggravio di circa 0,7 miliardi nel 2007 e di poco più di un miliardo a partire dal 2008. Sono qui inclusi provvedimenti che hanno generalmente finalità molto specifiche, come ad esempio la riforma della tassazione dei redditi da capitale (rendere il sistema impositivo neutrale ai fini delle scelte di portafoglio dei risparmiatori e adeguarne il livello agli standard europei) o la revisione del bollo auto e le altre misure di incentivazioni ecologiche (contenimento delle emissioni di gas inquinanti e clima-alteranti). A queste va sottratto ciò che lo Stato “restituisce” al settore privato sotto forma di crediti dÂ’imposta (per esempio per investimenti in aree svantaggiate o per le spese in ricerca ed innovazione) e con la proroga di agevolazioni fiscali esistenti.
Gli aumenti dei prelievi previdenziali ammontano a circa 5 miliardi. Essi derivano dallÂ’adeguamento delle aliquote contributive a quelle di computo (ai fini del calcolo dei benefici pensionistici) per lavoratori dipendenti e autonomi e dallÂ’aumento delle aliquote per apprendisti e parasubordinati. Oltre a “fornire gettito” queste misure rispondono a precisi obiettivi: assicurare lÂ’equilibrio di lungo periodo del sistema previdenziale contributivo, migliorare le pensioni future dei lavoratori precari e riequilibrare lÂ’incentivo fiscale allÂ’assunzione di lavoro precario. Va inoltre ricordato che i contributi previdenziali rappresentano, ancor più con il passaggio al sistema di tipo contributivo, un risparmio dei lavoratori che viene restituito in forma di pensioni future. Essi hanno quindi natura profondamente diversa dalle ‘tasseÂ’ in senso stretto.
Infine, l’aumento di esborso del settore privato dovuto ai provvedimenti che interessano il sistema sanitario nazionale può essere stimato in circa 1,5 miliardi. Sono qui incluse le misure relative all’introduzione di ticket sulle prestazioni di specialistica ambulatoriale e di pronto soccorso (0,9 miliardi) e una stima (necessariamente approssimativa) del possibile incremento di tassazione a livello regionale per effetto del meccanismo automatico che scatta nelle Regioni con disavanzo eccessivo. Anche queste misure hanno finalità specifiche, essendo volte alla responsabilizzazione individuale e degli organismi amministrativi regionali, e quindi a un contenimento dei meccanismi di spesa sanitaria.
In conclusione, il peso dell’aggiustamento dei conti pubblici che grava effettivamente su cittadini e imprese che già pagano le tasse appare molto minore di quanto non emerga da un (pur legittimo) calcolo contabile della pressione fiscale, e si riduce sostanzialmente a partire dal 2008. Molte delle misure fiscali introdotte, inoltre, perseguono obiettivi che vanno oltre le implicazioni strettamente tributarie, dei quali va tenuto conto nel valutare la politica fiscale della Finanziaria.
* Consigliere del ministro dellÂ’Economia e delle Finanze
(1) Il recente emendamento di modifica all’articolo 3 della Finanziaria presentato dal governo il 25 ottobre 2006 modificherebbe tale calcolo in maniera minima. In particolare la variazione dei saldi è trascurabile per il 2007 mentre per gli anni 2008 e 2009 viene stimata una riduzione (dovuta al minore gettito Irpef e all’aumento degli assegni familiari) di circa 200 milioni e 140 milioni rispettivamente. La copertura viene assicurata da un aumento dell’aliquota di base della tassazione di tabacchi lavorati.
Il downgrading del debito ormai è archiviato e non avrà effetti pratici rilevanti. Ma ci ha fornito due lezioni. Primo, quando si parla di disavanzo non conta solo il “quanto”, ma anche il “come”. Secondo, “stabilizzare” il debito può essere un’espressione utile nell’arena politica, ma da un punto di vista finanziario e macroeconomico ciò che conta è il segnale sulla direzione futura. E un cambiamento di mezzo punto percentuale non ne fornisce alcuno. Considerata la storia recente della nostra politica economica, equivale a un pessimo segnale.
La decisione di due agenzie di rating di declassare il debito italiano conferma la gravità della situazione dei conti pubblici. E quindi l’impossibilità di “alleggerire” la Finanziaria, come invece chiesto da alcuni in virtù dell’andamento del fabbisogno del settore statale e della dinamica delle entrate. Quanto alle critiche sulle caratteristiche degli interventi, forse si poteva fare di meglio, in particolare nell’equilibrio fra misure di spesa e di entrata. Ma non bisogna dimenticare il carattere strutturale della manovra, a partire dal calo del disavanzo.
La Finanziaria che introduce aliquote nette più basse sui redditi medio-bassi e più alte su quelli medio-alti segue i suggerimenti dei più recenti modelli teorici ed econometrici di tassazione ottimale. Un ridisegno che secondo le simulazioni permette nel lungo periodo di ridurre leggermente l’aliquota media, pur mantenendo invariato il gettito fiscale. Ma obiettivi redistributivi consistenti si potranno ottenere solo con la realizzazione di un sistema universale di reddito minimo garantito e con investimenti nei processi di creazione del capitale umano.