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Categoria: Energia e ambiente Pagina 60 di 62

L’alba del giorno prima

La probabile ratifica russa del Protocollo di Kyoto dà ulteriore forza e credibilità all’iniziativa europea sul mercato dei permessi. Ma dalle indiscrezioni sui piani provvisori sembra che l’ammontare relativo dei permessi di emissione assegnati alle industrie sia troppo alto. E circolano dubbi sulla reale capacità della Commissione europea di sanzionare i piani troppo generosi. Intanto, negli Stati Uniti sono i singoli Stati a prendere iniziative per la riduzione delle emissioni di gas serra. Mentre si spera, forse ingenuamente, nell’elezione di Kerry.

E l’Italia ha un piano

Pubblicato, anche se non in versione definitiva, il piano nazionale di allocazione delle emissioni di gas serra. Si istituisce così un sistema di scambio dei permessi di emissione, essenzialmente per il sistema elettrico e l’industria. Suscitano perplessità le quote allocate ai settori, perché la scelta fatta non ci avvicina al nostro target di riduzione e gli altri interventi previsti per raggiungere l’obiettivo sono difficilmente realizzabili. In un futuro molto prossimo, il nostro paese potrebbe perciò essere obbligato a ricorrere al costoso acquisto di crediti sul mercato del carbonio.

Politiche dell’ambiente

Sulle Politiche ambientali abbiamo chiesto a partiti e coalizioni di esprimere una posizione sul Protocollo di Kyoto, e in particolare se la Ue debba attuare i limiti previsti anche se il Protocollo non dovesse entrare in vigore. E quali impegni la Ue dovrebbe assumere sulle politiche di risparmio energetico e di trasporto?

L’affare rifiuti

L’emergenza rifiuti in Campania ha una importante dimensione economica. Oltre a nutrirsi di due visioni inconciliabili del problema. Da una parte, quella del commissariato Bassolino che promuoveva una presenza massiccia del sistema pubblico. Dall’altra, quella della giunta precedente che aveva previsto e disegnato una delega più libera al sistema privato. Al centro di tutto, il notevole volume d’affari che ruota intorno allo smaltimento e al riutilizzo. Ora, la questione è nelle mani di un nuovo commissario, dai poteri eccezionali.

Codice pericoloso

Su un tema come la tutela del paesaggio, tutto sommato già ben regolamentato, il ministero interviene con un nuovo Codice. Che demanda in toto alle Regioni la redazione dei piani paesistici, senza che il ministero possa più intervenire neanche in caso di inadempienza. E che priva le soprintendenze del potere di bocciare progetti edilizi che avevano già ottenuto il parere favorevole delle amministrazioni locali. Né è chiaro quale sarà la sorte dei vincoli già imposti. Si tratta perciò di un intervento dai molti lati oscuri, sul quale il Parlamento è stato coinvolto solo marginalmente.

Pochi progressi nel conciliare crescita e ambiente

Nel 2001 l’Ocse ha varato un piano di intervento con due obiettivi primari: la salvaguardia degli ecosistemi e la fine della correlazione tra deterioramento dell’ambiente e sviluppo economico. A tre anni di distanza si tentano i primi bilanci. Nonostante alcuni miglioramenti, dovuti anche a cambiamenti strutturali delle economie, per raggiungere i risultati previsti servono politiche ben più coraggiose. Per esempio, preoccupano gli ancora troppi sussidi all’agricoltura e la continua crescita del settore trasporto.

Una tariffa per fermare il traffico

Servono o no i blocchi domenicali? Calcoli approssimati indicano che “equivalgono” a una riduzione media del 10 per cento al giorno delle polveri inquinanti. Senza dimenticare che le domeniche a piedi hanno anche un valore educativo, segnalano i costi di un uso eccessivo dell’auto. Ma una soluzione permanente al problema del congestionamento da traffico passa per gli strumenti del mercato, come l’istituzione della tariffa d’ingresso nelle città, utile anche per far quadrare i bilanci dei comuni in tempi di tagli ai trasferimenti statali.

Un Pil a tonnellate

Meno ambiente vuol dire meno benessere. È utile modificare le statistiche sulla crescita in modo da comprendere gli effetti dei danni ambientali? E in ogni caso non sarebbe corretto sviluppare misure del benessere che tengano conto della qualità dell’ambiente? I contributi di Enzo Di Giulio e Giorgio Nebbia sul tema.

Kyoto, l’importanza di guardare lontano

Nel dibattito sulle elezioni europee ci si deve occupare anche del rilancio della trattativa sul Protocollo di Kyoto dopo l’esito inferiore alle attese del Cop9. Su questi temi presentiamo un contributo di Marzio Galeotti e Alessandro Lanza e uno di Edoardo Croci.

Tonnellate, non soldi

Negli anni recenti, il tema dell’ambiente ci ha consegnato una serie di interrogativi spesso di non semplice risposta. A grandi linee, confluiscono in due nuclei principali: il primo è rappresentato da una riflessione generale su cosa sia, e da cosa dipenda, il nostro benessere. Il secondo concerne ciò che possiamo fare per vivere in un ambiente più sano. Possono essere visti come il polo positivo e il polo normativo della questione ambientale: l’essere e il dover essere.
Il primo tema, del quale qui ci occuperemo, suscita un riflessione critica sul concetto di prodotto interno lordo e, per tale ragione, potrebbe avere in futuro effetti notevoli sulle nostre vite.

Più Pil, più benessere?

Concepito quale strumento di misurazione della capacità produttiva del periodo bellico, il Pil è diventato negli anni una sorta di metro del benessere di una nazione: la sua crescita suscita plauso, la sua stagnazione genera preoccupazione. Ciò accade per diverse ragioni, anche condivisibili, tra le quali i riflessi sull’occupazione. Eppure, lo stesso Simon Kuznets, il suo principale ideatore, ha sottolineato più volte l’errore insito nella formula "più Pil = più benessere".

Poiché il Pil aumenta ogni volta che si verifica una transazione nell’economia, inevitabilmente la sua crescita tende a essere connessa a spese che, in alcuni casi, rappresentano un indizio di malessere più che di benessere, come quelle associate ad esempio, a disastri ecologici, alla lotta alla criminalità, ai divorzi. Spese sostenute per la bonifica di un oil spill, oppure per la cura di un tumore da inquinamento, pur facendo crescere il Pil, sono sintomi di un danno per l’ambiente e per l’uomo. Su questo fronte, anche per il più bravo degli avvocati difensori, è difficile soccorrere il Pil. Una crescita della spesa per il Prozac, pur stimolando il Pil, non implica una maggiore felicità.

L’impronta ecologica

Ora, a questa pars destruens si affianca una pars costruens, spesso trascurata dai detrattori del Pil. Esterna alla tradizione economica, abbiamo una classe di indicatori sintetici, di tipo fisico che, prescindendo dal Pil, cercano di misurare la qualità dell’ambiente o lo sforzo che a esso chiediamo.
Un esempio è rappresentato dal concetto di impronta ecologica ("ecological footprint") che misura l’incidenza esercitata da una certa popolazione sul territorio, in termini di ettari utilizzati per lo svolgimento delle sue attività.
L’impronta ecologica di un abitante medio degli Stati Uniti è di 10,3 ettari, mentre il territorio procapite disponibile è di 6,7 ettari, il che significa che la pressione sul territorio è eccessiva (+3.6). Analoghe situazioni riscontriamo in altri paesi: tra gli altri, Singapore (+7.1), Giappone (+3,4), Svizzera (+3,2), Germania (+3,4), Italia (+2,9).
Altro strumento interessante è il barometro della sostenibilità, che combina indicatori elementari in due dati sintetici: uno riferito agli esseri umani, un altro all’ecosistema.

Indici, ambiente e società

Una maggiore continuità caratterizza una classe di indicatori che, interna alla tradizione economica, cerca di superare il Pil a partire dal Pil. In termini generali, questi indicatori cercano di fornire informazioni, oltre che sulla sfera economica, anche su quella sociale e ambientale.
Nell’ambito dell’Unep (United Nations Development Program), ad esempio, troviamo un insieme di indicatori di grande interesse, il più noto dei quali è probabilmente l’indice di sviluppo umano (Human Development Index) che aggrega con peso identico, dopo opportuna elaborazione, tre variabili principali: il reddito pro-capite, la speranza di vita alla nascita, il tasso combinato di alfabetismo e scolarizzazione.
Ispirato dal Nobel Amartya Sen, l’Hdi ridimensiona il peso del Pil dando spazio ad altri elementi che influiscono sul benessere dell’uomo e che tentano di catturare, seppure sinteticamente, il ruolo svolto dalle libertà, così care a Sen. Nella sua visione, "lo sviluppo è libertà" di fare e di essere, e questo spiega l’inclusione della longevità e dell’istruzione nell’Hdi.

Un altro esempio è rappresentato dal Pil verde, che sottrae al prodotto interno lordo i danni ambientali.
Ma probabilmente, la formulazione più avanzata dello sforzo di superamento del Pil è il Genuine Progress Indicator (Gpi). Proposto da Redefining Progress, è un indice ottenuto attraverso alcune correzioni del Pil.

In particolare, il Gpi sottrae i costi sociali legati alla criminalità, ai divorzi, all’inquinamento e al deterioramento delle risorse naturali, e aggiunge al prodotto interno lordo il valore del lavoro svolto all’interno della famiglia e del volontariato. Inoltre, il Gpi prende in considerazione altri fattori, quali la distribuzione del reddito (maggiore l’equità, più alto è il Gpi), i servizi e i costi dei beni durevoli e delle infrastrutture, il capitale preso in prestito dall’estero, la disponibilità di tempo libero (maggiore il tempo libero, più alto è il Gpi).
Con tale procedimento, il Gpi si svincola dall’assunzione che a ogni transazione monetaria corrisponda un aumento del benessere. Un confronto tra Pil (Gdp) e Gpi procapite per gli Usa evidenzia una notevole distanza (vedi grafico).

 

 

È certamente auspicabile un superamento del Pil attraverso l’uso di un indicatore non esclusivamente incentrato sulle transazioni economiche, più democratico, che tenga conto di altri aspetti rilevanti nelle nostre vite.
Al di là dei notevoli problemi da superare, a cominciare dalla monetizzazione dei danni ambientali, rappresenterebbe una sorta di rivoluzione. La crescita del Pil sarebbe solo uno degli obiettivi a cui tendere e, nel farlo, occorrerebbe prestare attenzione anche all’ambito sociale e ambientale, e agli effetti che la crescita del Pil avrebbe sui di essi.
Le proposte sono numerose. Ora si tratta di compiere la seconda parte del cammino, dall’idea all’applicazione.
Ma questa, come noto, è la più ardua.

Per saperne di più

Sul Gpi, si veda il sito: http://www.rprogress.org/
Sen A., "Development as freedom", Anchor Books Editions, 2000.
Undp 2003, "Human Development Report 2003", scaricabile dal sito http://www.undp.org/hdr2003/
Wackernagel M. et al. 1997, "Ecological footprints of nations. How much nature do they use? How much nature do
they have?", in http://www.ecouncil.ac.cr/rio/focus/report/english/footprint/

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