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OSSERVAZIONI DI STEFANO SARACCHI ALL’INTERVENTO DI PIETRO ICHINO

Gentile Prof. Ichino,

nell’articolo "Cosa sta accadendo nel sistema di contrattazione degli Statali" pubblicato oggi 15.01.2008 su LaVoce.info, lei fa riferimento ad una fenomeno essenziale per lo svolgimento dell’attività lavorativa in qualunque sua forma; ovvero la negoziazione di un contratto. Lei stesso in passato ha scritto di una necessità, sempre più marcata, di una contrattazione a livello locale che incentivi un meccanismo di decentramento dei poteri decisionali del sindacato, derogando caso per caso ai CCNL che troppo spesso hanno allontanato investimenti nel nostro Paese. Nell’articolo qui pubblicato, in termini tecnici, fa prima capire che storicamente il sindacato ha considerato, sedendosi al tavolo delle trattative, i fondi stanziati dalla Finanziaria approvata, solamente come una prima proposta, contrapponendone una sicuramente più onerosa. Ora, come lei stesso dice, con questa decisione si attribuisce una duplice responsabilità e una maggiore autonomia al sindacato. Se questo è vero, a suo avviso è utile ad un livello istituzionale non accorgersi che oramai, anno dopo anno, si è sempre derogato a quella soglia massima stanziata nella prima finanziaria per poi aggiustarla nella seconda? Nella prima delle domande che le pongo sono convinto che quando un fenomeno abbia una incidenza statistica rilevante il problema deve essere analizzato da un punto di vista meramente oggettivo togliendo falsi vincoli che proprio per la loro peculiarità di inosservanza non risolvono il problema ma lo complicano inutilmente aggiungendo ridondanze inadeguate. Lei stesso nel suo Libro "A cosa serve il sindacato?" pone dei forti dubbi sulla necessità di una contrattazione con un limite salariale inferiore (parte assicurativa), ponendo quindi delle evidenti libertà decisionali da parte del datore di lavoro. Tuttavia in questo articolo sembra chiara una sua posizione in senso opposto giustificando limiti massimi inderogabili.
Ed inoltre, è secondo lei prova provata che i fondi stanziati nella prima finanziaria sono quei fondi che riescono a far rimanere inalterato, da qui alla prossima scadenza di contratto, il potere di acquisto dei lavoratori dipendenti? Per quanto riguarda questo punto sono altrettanto convinto che tale disponibilità riesce a soddisfare solamente in via previsionale, e quasi mai in via reale, un dato che poi deve essere verificato a consuntivo dando quindi vita a meccanismi di forte squilibrio tra liberi professionisti che possono adeguare le loro parcelle giorno per giorno e lavoratori dipendenti che potranno adeguare il loro contratto secondo spazi temporali di medio periodo; È ovvio quindi che con tale meccanismo il libero professionista sarà sempre più abbiente e il dipendente sarà sempre più povero.
Essendo una contrattazione, come è giusto che sia, o si danno entrambi i limiti, superiore ed inferiore, o si liberalizza il mercato in tutte le direzioni.

Tengo a precisare che leggo sempre con attenzione e ammirazione i suoi contributi. Con Stima,

Stefano Saracchi

LA RISPOSTA DI PIETRO ICHINO

La sua obiezione iniziale è molto intelligente e penetrante; tuttavia:
– il discorso sulla struttura della contrattazione collettiva nel settore delle aziende private, e in particolare sul rapporto tra contrattazione nazionale e contrattazione aziendale (discorso che costituisce un tema centrale del mio libro da lei citato) non può applicarsi nel settore pubblico, almeno fino a quando non saremo riusciti a responsabilizzare per davvero il management pubblico periferico riguardo ai risultati;
– nel settore statale, in particolare, a mio avviso è giusto che il monte salari complessivo sia determinato dal Parlamento e che la contrattazione collettiva si limiti a disciplinarne la distribuzione;
– finora lo stanziamento iniziale in finanziaria ha svolto almeno una funzione di punto di riferimento di massima per il sindacato confederale nel dimensionamento delle sue piattaforme rivendicative; il timore (alimentato dal comunicato del segretario della Cgil) è che, senza quel punto di riferimento, sia più facile la corsa tra sindacati a chi chiede di più fin dall’inizio; a quel punto un rinnovo rapido sarebbe possibile soltanto al costo di uno "sbracamento", mentre se l’Aran resiste il rinnovo diventa assai più difficile di quanto già non sia oggi.

Nel mio articolo , comunque, ho espresso le critiche a questa mini-riforma in termini dubitativi, in forma interrogativa: non sono domande del tutto retoriche. Chissà che il dibattito pubblico su questo tema, se ci sarà, non serva a chiarire gli aspetti oscuri della questione?
Mi sembra invece non pertinente il riferimento che Lei fa al "minimo" inderogabile fissato dal contratto nazionale (come misura del contenuto assicurativo del rapporto individuale di lavoro). Quanto meno, non ne comprendo il nesso con il tema che qui stiamo discutendo, avente per oggetto il "massimo" delle risorse disponibili per il rinnovo del contratto nazionale (qui mi pare che la tematica del contenuto assicurativo del rapporto individuale non c’entri per nulla).

p.i.

LA REPLICA DI STEFANO SARACCHI

Gentilissimo Prof. Ichino,
innanzitutto la ringrazio per la celere e cortese risposta, raramente mi è capito di ricevere un riscontro così solerte da personaggi illustri come
lei. Per quanto riguarda i contenuti tecnici e le sue osservazioni, che ho apprezzato per dovizia, sono colpito da due punti in particolare. Il primo è
che il nesso, sicuramente difficile da vedere, io lo percepisco perché studio il problema da un altro punto di vista; ovvero non vedo il vincolo
del massimo delle risorse disponibili per il rinnovo del contratto nazionale ma colgo l’opportunità per inquadrare la risoluzione secondo un accezione
che è quella del corretto salario che garantisca un equilibrato potere d’acquisto dei dipendenti della pubblica amministrazione. Cosi facendo si
inverte la questione cercando una risposta che soddisfi, non il vincolo di bilancio, ma bensì il vincolo di ottimo salariale (quell’ottimo che ad un
dato livello salariale fa corrispondere un determinato potere d’acquisto e una possibilità concreta e seria di produttività in ambito lavorativo). Come
possiamo immaginare che ci sia una produttività certa quando siamo consapevoli che la grande maggioranza dei dipendenti pubblici, politicamente
non appoggiati, dopo 20 anni di servizio percepisce 1400 euro al mese? Sono quindi convinto che in merito a questo sia essenziale capovolgere il
problema domandandosi non più quanto, questo o quel governo, è disponibile a dare (vincolo di bilancio) ma quanto è giusto che dia (vincolo di ottimo).
Le risorse credo che debbano essere ricalibrate e riallocate secondo un concetto di incremento delle fasce salariali più basse e secondo una
gerarchia oggettiva di contribuzione fiscale (e credo che con questa osservazione si possano collocare i pubblici dipendenti in prima fila). Il
secondo dei punti che colgo nella sua risposta è quello dell’ipotesi di porre uno stanziamento iniziale in finanziaria per svolgere almeno una
funzione di punto di riferimento di massima per il sindacato confederale; a questo punto io non parlerei di timore di una più facile corsa tra i
sindacati a chiedere di più, ma parlerei di un’ennesima opportunità di responsabilizzazione da parte del Governo verso i sindacati per capire come
collocarsi in una contrattazione senza punti di riferimento. Ora il problema è che in Italia tutto si fa in deroga e con urgenza e si vogliono
raggiungere rinnovi rapidi perchè magari vicini ad un periodo elettorale.
Credo che bisognerebbe svincolare la contrattazione proprio da questi aspetti di urgenza e speculazione informativa rendendo il discorso più
onesto, imponendo, qualora l’accordo tra le parti non venga raggiunto, una revisione automatica dei livelli salariali per mantenere costante il potere
d’acquisto degli stessi lavoratori (che è cosa ben diversa dall’adeguamento inflazionale). Qualora si voglia ottenere un risultato certo, che può non
essere il migliore sotto tutti i punti di vista, sono d’accordo con lei per una contrattazione con un punto di riferimento massimo, anche se
parzialmente rispettato. Tuttavia per una salutare prosecuzione dei lavori intorno al tavolo delle trattative credo invece che tali vincoli debbano
essere discussi per verificarne l’efficacia e calibrarne l’effetto non nell’immediato, dando respiro alla parte politica soffocata dalle richieste,
ma verificarne l’utilità nel medio-lungo periodo. Come studiosi non possiamochiedere produttività se non diamo un effettivo contributo sociale e di
responsabilizzazione al singolo lavoratore.

N.B. Per quanto invece riguarda una marcata e netta differenziazione tra il settore privato e pubblico credo che sia il momento di operare ad un
effettivo ragionamento globale che sia avulso da concetti politici predeterminati; dico questo anche alla luce della serie infinita di
municipalizzate che anche se a partecipazione statale al 100%, possono stipulare contratti di diritto privato. Questo incentiva, qualora i livelli
salariali fossero sensibilmente diversi, come infatti lo sono, ad una corsa da parte del dipendente pubblico alla ricerca di un potere forte che lo
possa comandare dall’amministrazione pubblica alla municipalizzata del caso.
Si tornerebbe, come infatti sta accadendo, ad una spartizione dei posti tramite quote di partito senza neanche passare per un falso concorso
pubblico. Quello che contesto essenzialmente è il forte squilibrio che si può registrare tra il settore privato e pubblico che incentiva un meccanismo
a mio avviso diabolico per tutte quelle società anzidette.

N.N.B. Tengo a precisare che il mio punto di vista è totalmente assente di faziosità partitica; glielo posso dimostrare avendo posto, in passato,
all’attenzione di "LaVoce.info", prima un contributo, settembre 2007, totalmente a favore di una manovra dell’attuale governo, poi in relazione
all’ultima finanziaria, un contributo, che non sono mai riuscito a pubblicare, totalmente contrario a due commi predisposti in Finanziaria,
dimostrando analiticamente la stupidità della specifica manovra e l’inesattezza delle informazioni divulgate sui media. Qualora avesse tempo,
il primo contributo lo può trovare qui: http://old.lavoce.info/lettere/index.php
Il secondo è in allegato. I dati tecnici credo non possano essere di proprietà di nessun partito.

La ringrazio molto per l’opportunità di discutere di questi argomenti a mio avviso di fondamentale rilevanza.
Con sempre più stima,

Stefano Saracchi

L’ACCORDO CHE NULLA CAMBIA*

L’intesa appena raggiunta tra le parti sociali in Francia non aprirà la strada a una riforma storica del mercato del lavoro. Tutt’altro. Il piano introduce cambiamenti di importanza secondaria: continua a proteggere i lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato. Mentre per i disoccupati si resta sul piano delle belle parole, senza interventi concreti di sostegno. Anche sui licenziamenti nessuna novità. Anzi la cosiddetta rottura convenzionale del rapporto di lavoro potrebbe avere alla lunga effetti negativi.

COSA STA ACCADENDO NEL SISTEMA DI CONTRATTAZIONE DEGLI STATALI?

Un po’ in sordina, governo e sindacati hanno concordato una sorta di mini-riforma della contrattazione collettiva nel settore statale, destinata ad avere un impatto assai rilevante: si preannuncia la durata triennale dei nuovi contratti, e, soprattutto, si prevede che lo stanziamento in Finanziaria delle risorse necessarie avverrà dopo l’accordo, e non prima. La Cgilgià dice che l’obiettivo non sarà più quello di difendere il potere d’acquisto delle retribuzioni pubbliche, ma di accrescerlo. Il rischio è che la contrattazione si svolga al di fuori del vincolo di bilancio.

SALARI PIU’ ALTI? E’ UNA QUESTIONE DI PRODUTTIVITA’

La questione salariale è al centro dell’incontro tra Governo e parti sociali. C’è il rischio che il confronto si risolva con un taglio marginale dell’Irpef. Sarebbe un errore e un’occasione sprecata. Se invece si detassassero, almeno parzialmente, gli incrementi di produttività futuri per i prossimi cinque-otto anni, si innescherebbe un circolo virtuoso per produttività, salari, consumi e investimenti, mentre si ridurrebbe la pressione fiscale e la spesa pubblica.

LE OMBRE SULLA DETASSAZIONE DEGLI AUMENTI CONTRATTUALI

Le ipotesi di detassazione degli incrementi di retribuzione derivanti dalla contrattazione di primo e secondo livello suscitano perplessità. Intanto bisognerebbe chiedersi se l’agevolazione fiscale sia la via più idonea per incentivare la crescita della produttività e i conseguenti aumenti di salario. E’ sicuramente la più facile, ma non necessariamente la più efficace ed efficiente. Vanno evitati effetti di elusione fiscale. In ogni caso, gli incentivi dovrebbero essere tali da non compromettere l’equità e la coerenza del prelievo nel suo insieme.

LA PAGA DEL POSTINO. E QUELLA DEL MANAGER *

La Germania ha davvero fatto progressi nelle riforme del mercato del lavoro? Non sembra a giudicare dalla scelta di imporre un salario minimo per i dipendenti delle poste alla vigilia della privatizzazione del servizio. E’ un ostacolo al decollo della distribuzione privata della corrispondenza e impedirà la creazione di un buon numero di posti di lavoro. E che dire del dibattito su un possibile tetto agli stipendi dei manager? E’ solo demagogia. Basterebbe applicare ai più alti dirigenti d’azienda le stesse regole che vigono per le stelle del calcio.

MEGLIO UN VOUCHER PER LA FORMAZIONE DEI PRECARI

L’emergere di un nuovo dualismo dell’occupazione modifica le priorità delle politiche per il mercato del lavoro. L’area del lavoro precario comprende in Italia circa tre milioni di persone. Il 70% di quanti sono occupati a termine o parasubordinati ha meno di 40 anni. Sei su dieci sono almeno diplomati e il 20% è laureato (1) (quote che salgono rispettivamente a otto su dieci e al 34% tra i soli parasubordinati (2)) contro appena il 13% di laureati tra gli occupati standard.

È opinione comune che alla flessibilità introdotta negli ultimi anni sia ora necessario far seguire nuovi strumenti di sicurezza a favore dei lavoratori precari. La ricerca di un nuovo mix di flessibilità e sicurezza è indicata come priorità anche a livello europeo.
Una leva importante per favorire il passaggio dei precari ad un’occupazione stabile è rappresentata dalla formazione, tuttavia l’evidenza mostra che sono scarse le opportunità formative che essi ricevono, soprattutto all’interno delle imprese.
Malgrado le intenzioni, neanche lo schema di riforma del mercato del lavoro contenuto nel  Protocollo siglato l’estate scorsa e ora in discussione al Parlamento sembra in grado di rispondere a questa esigenza.
Questo estende forme di protezione del reddito a tutti i disoccupati e prevede un collegamento tra sussidio di disoccupazione e misure di politica attiva: il disoccupato che percepirà un sussidio sarà tenuto, in particolare, a partecipare ad attività formative.

Tale riforma, che avvicina l’Italia alle migliori esperienze europee, rischia tuttavia di nascere per alcuni aspetti già vecchia. Lo schema di intervento, ideato a fronte dell’emergenza costituita dalla crescita della disoccupazione di lunga durata negli anni ’80-’90, presuppone che i beneficiari degli interventi formativi siano disoccupati. Ciò è ragionevole quando la disoccupazione costituisce un evento inatteso dal punto di vista individuale, ma è questo il caso dei precari?
Per costoro la perdita dell’occupazione è un evento costantemente possibile e di cui talvolta conoscono sin dall’inizio la data (scadenza del contratto). Di conseguenza la ricerca del posto di lavoro prende avvio già prima del termine dell’occupazione. Si può ritenere, anzi, che essa prosegua senza soluzione di continuità anche durante i periodi di occupazione.
È quindi inadeguato subordinare l’intervento formativo allo status di disoccupazione e ai (non brevi) tempi amministrativi che il relativo patto di servizio da stipulare presso i centri per l’impiego richiederebbe. Al contrario, è preferibile offrire loro opportunità di formazione con continuità nel tempo, già durante l’occupazione.

Ma attraverso quali canali far arrivare la formazione ai precari?

Il principale strumento di sostegno della formazione continua è rappresentato dai sussidi che i Fondi interprofessionali pagano alle aziende che realizzano piani formativi, tuttavia una parte dei precari (quelli non dipendenti) ne è, ad oggi, esclusa di diritto. La parte restante (che comprende i precari dipendenti, sui quali si effettua il prelievo obbligatorio a scopo formativo pari allo 0,30% delle retribuzioni) è esclusa di fatto in quanto alle imprese non conviene investire su personale soggetto a elevato turnover.
Uno strumento alternativo è rappresentato dai voucher per il finanziamento della domanda individuale di formazione. Si tratta di una strada già sperimentata, sia pure con obiettivi spesso confusi, dalle Regioni (diverse migliaia di voucher erogati negli ultimi anni) e che potrebbe essere ulteriormente potenziata (non prima di un’attenta valutazione delle esperienze realizzate). Il voucher rappresenta uno strumento flessibile e adattabile alle diverse esigenze individuali. Le critiche ad esso rivolte nel campo dell’istruzione non necessariamente si applicano anche a quello, per molti aspetti diverso, della formazione continua. In questo caso, oltre che attribuire un potere di scelta all’individuo rispetto all’offerta, il voucher è funzionale all’esigenza di riallocare il potere di decisione e di spesa dal datore di lavoro al lavoratore.

I precari, in prevalenza giovani e in possesso di un’istruzione media o elevata, ma assai probabilmente soggetti a vincoli di liquidità, sono nelle condizioni favorevoli per attivarsi e gestire un proprio percorso formativo, seppure con il necessario supporto dei servizi per l’impiego. Tra i soggetti potenzialmente interessati a fruirne vi sarebbero anche una parte dei dipendenti delle piccole imprese, assai poco propense a fornire formazione, e i lavoratori part-time (soprattutto quelli involontari, per i quali non sussistono stringenti vincoli di tempo).
Poiché nessun intervento di politica attiva è esente da rischi è necessario approntare le misure complementari in grado di contenerli. In particolare, l’utilizzo del voucher richiede la possibilità di fruire di congedi per chi lavora anche con contratti non standard. Affinché il voucher consenta di scegliere il corso preferito i servizi per l’impiego devono fornire al beneficiario le informazioni rilevanti e accompagnarlo nella scelta. Una regolamentazione dell’offerta di formazione è necessaria al fine di assicurare l’apertura all’ingresso di agenzie formative e il controllo degli standard qualitativi e di efficacia. Senza di ciò il finanziamento della domanda rischia di generare rendite per le agenzie dominanti nel settore e la loro collusione con gli enti finanziatori, con conseguenze negative per la qualità della formazione. Il voucher tende a indurre un’autoselezione dei beneficiari. In questo caso, tuttavia, ciò non sembra costituire un problema rilevante poiché è lecito attendersi che i precari, relativamente giovani e istruiti, costituiscano un gruppo interessato a usufruirne. Resta però l’urgenza di misure a sostegno di coloro che per età relativamente elevata e/o scarso livello di istruzione rimangano esclusi anche da questo intervento.
Le risorse aggiuntive necessarie a finanziare un ampio sistema di voucher possono essere reperite, in primo luogo, estendendo il prelievo a scopo formativo ai parasubordinati, anche per un importo superiore all’attuale 0,30%, nell’ambito del riordino già avviato delle aliquote contributive. Secondo, si dovrebbe indirizzare a questo scopo una parte delle risorse dei Fondi (che faticano a spendere tutte le risorse a loro disposizione). Infine, una quota del costo, eventualmente variabile in funzione di caratteristiche personali e professionali, dovrebbe rimanere a carico del beneficiario per limitare l’effetto “pesomorto” oltre che per favorire una sua responsabilizzazione.

(1)   Elaborazioni su dati da Mandrone e Radicchia, PLUS, Rubettino, 2006.
(2)   CNEL, rapporto sul mercato del lavoro, 2006

PER I LAVORATORI IL PERICOLO ARRIVA DALLA STRADA

Il triste episodio dell’incendio alla ThyssenKrupp di Torino ha riaperto il dibattito sull’incidenza delle morti bianche in Italia. I dati indicano che la differenza fra i tassi di mortalità sul lavoro italiani ed europei è dovuta in gran parte alla maggiore pericolosità delle nostre strade, e non dell’ambiente di lavoro. Unita a processi produttivi che implicano più spostamenti su strada dei lavoratori, forse per il minore uso di tecnologie. La prevenzione dovrebbe quindi includere una riflessione sul miglioramento della viabilità e del sistema dei trasporti commerciali.

PRECARIATO: UNA PERCEZIONE?*

L’uso del termine precariato, forma deteriore della parola flessibilità, si è venuto a sviluppare negli ultimi dieci anni.
La percezione di un mondo del lavoro precarizzato non è supportata dai dati quantitativi che la statistica ci propone, ma l’economia è fatta di analisi anche qualitativa, ed è bene fare delle osservazioni sul perché nella società italiana si avverta quello del “lavoro” come un problema, che causa insicurezza nei giovani (e non solo).
Chi scrive pensa spesso alla storia dello statistico che annega nel lago alto mezzo metro, in media, ed il povero statistico oggi rischia spesso di trovarsi dal lato del fondale alto due metri, e rischia quindi di non vedere i fenomeni nella loro interezza, in una società sempre più variegata, nella quale le forme del lavoro sono tante.
Gli indicatori statistici sono indizi per comprendere i fenomeni, informazioni, e per comprendere le problematiche nella loro interezza occorre considerarli nel tempo e non isolatamente, per costruire così la “conoscenza” dei fenomeni.

Ad esempio, l’osservazione dei dati forniti dagli ultimi dati dell’indagine ISTAT sulle Forze Lavoro (concernente il trimestre  che va dal 2 aprile all’1 luglio 2007) ci indica che il tasso di disoccupazione si è posizionato al 5,7 per cento (6,5 per cento nel secondo trimestre 2006) e si è ridotto in tutte le ripartizioni geografiche (Nord, Centro, Mezzogiorno). A tale dato si contrappone però la discesa su base annua dell’occupazione nel Mezzogiorno (-0,9 per cento), mentre a livello Italia essa cresce dello 0,5 per cento.
Occorre quindi chiedersi se la normativa sul mercato del lavoro esistente riesca a produrre effetti in una situazione complessa come quella del Sud, dove forse le problematiche prioritarie da risolvere (come la legalità e le infrastrutture) sono altre.
Senza entrare nel merito del diritto di ogni lavoratore a migliorare, perché un paese “felice” è probabilmente un paese con alta mobilità sociale, e l’Italia non vive questa situazione, il tempo determinato può essere talvolta un’esigenza aziendale legata anche alla produttività.
La quota di contratti a termine sul totale dell’occupazione, aumentata dal 12 al 14% nel corso degli anni ‘90, è rimasta stazionaria tra il 2001 ed il 2005.
Penso che la flessibilità sia vista in Italia come precariato per i seguenti motivi che cerco di sintetizzare:

-   l’economia è abbastanza ferma, infatti i consumi concernenti la spesa delle famiglie residenti, ai prezzi dell’anno precedente, crescono con percentuali vicine allo 0,5 per cento nel secolo in corso, con una ripresa  nel 2006 (+0.9%); i lavoratori precari ne possono risentire psicologicamente più degli altri, perché al problema dell’insicurezza del lavoro si aggiunge quindi quello della difficoltà a fare la spesa;
-        gli ammortizzatori sociali nel nostro paese sono ridicoli (ad oggi il 40% dell’ultimo stipendio per 6 mesi) come percentuale dell’ultimo stipendio e come durata, che andrebbe almeno triplicata. Per fare ciò bisogna ovviamente ridurre la spesa previdenziale, ed il sistema a capitalizzazione è ideale per ciò, perché ognuno ottiene al ritiro in proporzione a quanto ha versato. Poiché il sistema a capitalizzazione dipende dal rendimento del capitale, ci si potrebbe assicurare contro i rischi ricorrendo all’aiuto dello Stato. Un sistema a capitalizzazione sarebbe però da proporre a livello europeo, perché più ampio è il mercato dei capitali, maggiore è la diversificazione e minore il rischio;
-        i centri dell’impiego non fanno incrociare domanda e offerta di lavoro, che rimangono spesso sole nella ricerca di professionalità l’una e di impiego l’altra: i centri dell’impiego dovrebbero, tramite selezioni adeguate, creare il legame di fiducia e rimediare all’asimmetria informativa nella rispettiva del lavoratore e del lavoro, e potrebbero così permettere ai dipendenti a tempo determinato di migliorare, dal punto di vista dei salari e/o della stabilità del lavoro;
-        l’esistenza di onerosità ed impedimenti nella ricongiunzione contributiva tra esperienze lavorative appartenenti a gestioni diverse, per la stessa persona  (e   mi richiedo se non converrebbe passare ad un sistema pensionistico a capitalizzazione, usando il TFR a tale scopo per una fase di transizione);
-        le scelte economiche a favore degli svantaggiati, dei bassi redditi e delle imprese, da parte dei governi “precari”, perché incapaci di decidere, sono omeopatiche, a seguito dei vincoli di Maastricht, ed a causa della volontà di accontentare un po’ tutti, senza così compiere atti significativi per alcuno; le decontribuzioni per assunzioni a tempo indeterminato, ad esempio, dovrebbero essere più visibili e quindi consistenti. Con Maastricht cambia la politica economica dei governi che devono considerare i vincoli della politica monetaria (stabilita dalla BCE) e del deficit pubblico (in particolare) intervenendo su altre variabili a disposizione per fare politica economica (politica fiscale, industriale, del welfare). 
-        l’assenza di un chiaro ed automatico pacchetto di prestazioni gratuite automatiche per precari e  disoccupati (in sintonia con i Servizi per l’impiego), come la formazione superiore ed universitaria, l’aggiornamento, ed esenzioni selettive da tasse e imposte;
-        l’assenza di una politica del part time, che permetterebbe ad alcune categorie (donne, studenti) di essere più libere e vedere positivamente la flessibilità. L’Italia rimane ancora indietro nelle classifiche d’Europa quando si parla di part time, con circa il 13,5% della forza lavoro; i contratti part time sono ovviamente più diffusi al Nord che nel Mezzogiorno ed i risultati in termini di occupazione si vedono. Servono quindi aziende pronte a mutare le modalità organizzative, ma anche accordi collettivi che limitino meno la concessione del part time, con l’obiettivo di evitare la iperflessibilità (part time più tempo determinato). Un’idea potrebbe essere quella di inserire nella legislazione un limite ai rinnovi dei contratti a tempo determinato: dopo i primi tre contratti il rapporto si trasformerebbe a tempo indeterminato, con la possibilità per l’azienda ed il dipendente di optare, al bisogno, per il part time.

Senza formazione e sviluppo ed in assenza della possibilità di rivendere le professionalità acquisite non si può uscire dalla spirale del precariato, e quindi non bastano le leggi sul mercato del lavoro per ottenere ciò, ma serve essere protagonisti di una maggiore produttività, e la politica può fare tanto, come si è evidenziato nei punti precedenti, senza illudere  bamboccioni e non.

LA CERTEZZA DI UNA VIA DI USCITA

Il contratto unico che superi il dualismo attuale fra assunzioni permanenti e temporanee è una soluzione proposta per risolvere il problema della precarietà. Si concentra però sull’ingresso sul mercato del lavoro, senza affrontare le problematiche dal lato delle uscite. Ma se si vuole ridurre il ricorso ai contratti atipici e la polarizzazione fra insider e outsider non ci si può dimenticare di razionalizzare le procedure di licenziamento. Con l’introduzione di costi magari altissimi, ma predefiniti e certi. O il ricorso all’arbitrato obbligatorio.

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