L’Italia non si occupa dei suoi giovani. Non si tratta solo della condizione lavorativa, ma del ruolo delle nuove generazioni all’interno dei processi di innovazione e sviluppo competitivo del paese. Lo mostrano i dati e il modo di raccontare la realtà.
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Le statistiche rivelano che il lavoro part-time è meno produttivo ed è pagato di più: per questo le aziende spesso non lo concedono. Ma è uno strumento fondamentale di conciliazione vita-lavoro. Occorre perciò che lo stato lo agevoli con alcune misure.
La rivoluzione digitale ridefinirà radicalmente la domanda e l’offerta di lavoro. Le previsioni indicano però che il saldo tra posti perduti e generati dovrebbe essere positivo. A patto di avere una visione di sistema, che in Italia per ora manca.
In molti paesi europei, i salari sono determinati da accordi collettivi che sulla carta dovrebbero far aumentare i salari e ridurre le disuguaglianze. Ma un confronto Italia-Germania mostra che il sistema italiano genera squilibri regionali costosi per tutti.
È possibile lavorare meno e tutti, quello che conta è la produttività. Ridurre l’orario di lavoro per decreto non è perciò una grande idea. Ma una discussione sull’organizzazione dell’orario di lavoro, soprattutto nei contratti collettivi, sarebbe utile.
Sono molte in Italia le aziende a rischio di chiusura rilevate e rilanciate dai loro stessi lavoratori. In questo modo si salvaguardano l’occupazione e le competenze acquisite. Il ForumDD propone quattro linee di azione per sostenerne la diffusione.
Nel 2018, gli occupati hanno finalmente raggiunto i livelli pre-crisi. Ma dietro a questo traguardo ci sono tanti lavoratori part-time, perlopiù involontari. Una situazione frustrante per chi è disposto a lavorare a tempo pieno e uno spreco per il sistema produttivo.
Il reddito di cittadinanza è stato introdotto anche in Italia. Andrà a rafforzare gli strumenti di sostegno al reddito. Potrà però avere effetti collaterali non solo sull’integrazione lavorativa dei disoccupati, ma anche sul tasso di licenziamento.
In Italia il costo della vita varia molto da zona a zona. Se ne deve tener conto nel fissare il salario minimo? In teoria sì, ma a costo di una maggiore complessità del sistema. Differenziarlo a livello regionale potrebbe essere un buon punto di partenza.
Sulla carta in Parlamento c’è un’ampia maggioranza favorevole all’introduzione del salario minimo. La norma va però ben ponderata. Perché leggi affrettate e invise alle parti sociali raramente portano a riforme del mercato del lavoro efficaci e durature.