Insieme ai maltesi, i giovani italiani quelli che restano più a lungo nella famiglia di origine. Le ricerche comparative lo spiegano con l’interagire di più cause, economiche e culturali. Ma un modello sociale che si affida esclusivamente alla solidarietà familiare nella fase di ingresso nella vita adulta può avere effetti perversi: dalla cristallizzazione della riproduzione intergenerazionale della disuguaglianza ai rapporti di coppia “sbilanciati”, con uomini che divengono autonomi sempre più tardi e donne che hanno aspettative di parità e reciprocità . Alessandro Rosina commenta l’intervento; la controreplica dell’autore.
Categoria: Argomenti Pagina 1012 di 1094
- Banche e finanza
- Concorrenza e mercati
- Conti Pubblici
- Disuguaglianze
- Energia e ambiente
- Famiglia
- Fisco
- Gender gap
- Giustizia
- Immigrazione
- Imprese
- Informazione
- Infrastrutture e trasporti
- Internazionale
- Investimenti e innovazione
- Lavoro
- Mezzogiorno
- Moneta e inflazione
- Pensioni
- PovertÃ
- SanitÃ
- Scuola, università e ricerca
- Società e cultura
- Stato e istituzioni
- Turismo
- Unione europea
Con la laurea breve, la maggioranza dei diciannovenni italiani si è iscritta all’università . Rimarranno ancora più a lungo nella casa dei genitori? Probabilmente sì, se non si adottano politiche che consentano di mantenere una continuità nel tenore di vita ed eguali opportunità anche per chi lascia la famiglia d’origine. Perché studiare e formare una famiglia propria sono scelte poco compatibili in Italia. E’ necessario allentare la rigidità delle sequenze di eventi. Per esempio, con sostegni al reddito generalizzati e agevolazioni sull’affitto. Gianpiero dalla Zuanna commenta l’intervento; la controreplica dell’autore.
Che cosa sarebbe accaduto se l’Italia non fosse entrata nell’euro? E’ difficile dare una risposta scientifica. E complesso analizzare quali benefici avrebbero potuto replicarsi anche senza una nostra partecipazione alla moneta unica. Possiamo però vedere l’influenza positiva dell’euro sul volume di scambi internazionali. Per il nostro paese, l’effetto euro e la crescita del commercio con i paesi dell’Unione monetaria hanno rappresentato un argine importante al deterioramento della capacità competitiva e delle quote di commercio globale.
Sono giustificate le misure di salvaguardia a difesa dell’industria tessile-abbigliamento europea dopo la fine del regime di quote sulle importazioni di prodotti cinesi, peraltro programmata da dieci anni? Chi lo sostiene “dimentica” che la Cina non è il solo protagonista in questo mercato. E che aumento dei volumi e caduta dei prezzi dei prodotti importati nella Ue non sono una prova di dumping. Mentre la reazione iniziale dei governanti europei alla proposta cinese di imporre un tributo sulle esportazioni tessili mostra che i nostri leader sono pronti a tassarci pur di proteggere un’industria in declino.
L’iniziativa di un consorzio di banche permette di confrontare i costi dei conti correnti. Senz’altro un vantaggio per i consumatori. Ma rendere pubblici i prezzi offerti può aiutare le imprese a verificare il rispetto di eventuali accordi collusivi, consentendo immediate ritorsioni verso chi pratichi sconti rispetto al prezzo di cartello. E dunque questa “operazione trasparenza” potrebbe finire con il favorire la collusione invece di stimolare la concorrenza. Soprattutto nel caso delle banche italiane, che non si sono certo distinte per attitudine a competere.
Le battaglie societarie sulle banche italiane dimostrano che una buona regolamentazione è fondamentale per il corretto funzionamento dei mercati e la tutela della stabilità degli intermediari. Ma è altrettanto importante avere “buone” Autorità che applichino quelle regole con efficienza e imparzialità . E in un mercato finanziario denominato in un’unica valuta, per una disciplina uniforme e libera da condizionamenti nazionali, sarebbe opportuna la centralizzazione delle competenze di vigilanza in una Autorità europea, “costruita” sull’esempio della Bce.
Avevamo ragione a segnalare l’assenza di una guida della politica economica in grado di richiamare a tutti i vincoli di bilancio. L’accordo sul pubblico impiego è generoso in tempi di vacche magre, ipocrita perché dichiara di promuovere la produttività , ma fa esattamente lÂ’opposto e ostacola i processi di decentramento della contrattazione nel settore privato. Se non vogliamo perdere l’unica notizia positiva sull’andamento della nostra economia di questi anni, la crescita dei posti di lavoro, urge creare una fiscalità di vantaggio per il Sud, riducendo il cuneo fiscale sui salari più bassi. Un’operazione che potrebbe essere inserita nella riforma dell’Irap.
La strategia di Banca d’Italia è assicurare la stabilità del sistema bancario nazionale anche per consentire all’industria italiana di affrontare le crisi in cui si trova periodicamente coinvolta. Ma, a giudicare dai risultati di competitività e produttività del manifatturiero, il supporto dato finora non basta più, perchè quella attuale è soprattutto una crisi di efficienza produttiva. Le aziende manifatturiere italiane hanno bisogno di finanziamenti finalizzati a facilitare le necessarie ristrutturazioni, per crescere e per internazionalizzarsi.
Il disegno di legge sulla tutela del risparmio impone alle società quotate di prevedere negli statuti un voto di lista per l’elezione di un consigliere di minoranza. E’ una novità molto criticata. Forse perché l’obiettivo è evitare una qualsiasi rappresentanza delle minoranze, anche se limitata e meglio disciplinata. L’alternativa di prevedere un numero minimo di amministratori indipendenti non sembra valida. Perché la conferma di ogni amministratore che soddisfa i requisiti formali di indipendenza dipende comunque dall’azionista di controllo.
La vittoria del “no” nel referendum in Francia sulla Costituzione europea porterà secondo alcuni a una crisi valutaria nei nuovi Stati membri, alla fine dell’UME e al blocco di ogni ulteriore allargamento. Sono previsioni che non hanno fondamento. E non dimentichiamo che anche dopo il “no” francese e un probabile “no” olandese, la prosecuzione delle ratifiche secondo i programmi è doverosa ai sensi della dichiarazione n. 30 annessa al Trattato. Ma occorre capire il disagio diffuso rispetto al processo di integrazione comunitaria. Carlo Altomonte, Giancarlo Perasso, Ettore Greco e Gian Luigi Tosato discutono le implicazioni del voto negativo sulla Carta UE al referendum francese.Â