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Responsabilità sociale d’impresa, ma non per legge

La dottrina della responsabilità sociale d’impresa ha pro e contro. Sicuramente non vanno ostacolate le iniziative che il mercato produce spontaneamente. Ma i fautori di un intervento legislativo che ne favorisca l’adozione devono porsi due domande: è vero che le attività imprenditoriali coerenti con la Rsi e generate spontaneamente dalle aziende sono socialmente insufficienti? Ed è vero che i benefici sociali legati allÂ’aumento di queste attività superano i costi? Qualche dubbio anche sull’efficacia di norme nazionali in un’economia globalizzata.

C’è poco da festeggiare

LÂ’8 marzo è la festa della donna. Ma la composizione demografica mondiale rivela una alta mortalità femminile, con la “sparizione” di cento milioni di donne. In alcune parti del mondo, infatti, il loro status è influenzato da un coacervo di fattori biologici, sociali e culturali che le costringe in una posizione di handicap sociale. Eppure, la Dichiarazione di Pechino del 1995 ha sancito il principio politico dell’uguaglianza dei sessi come base per lo sviluppo e la pace. Allora, andrebbero ripensate le politiche pubbliche, tenendo conto delle necessità del sesso femminile. Francesco Daveri e Fausto Panunzi commentano l’articolo.

Un cattivo affare

La privatizzazione della Rai sembra destinata a ripetere gli errori delle altre grandi privatizzazioni italiane: cedere al pubblico le azioni di un articolato gruppo industriale prima di averne promosso una ristrutturazione che garantisca condizioni di concorrenza, creando nei fatti un (quasi) monopolista privato. Invece, una soluzione che separi i contenuti del servizio pubblico dai contenuti commerciali sarebbe un buon affare per il ministero dell’Economia e per l’investitore privato. Nonché utile nella prospettiva di un mercato televisivo più competitivo.

Televisioni a confronto

Nel dibattito sulla privatizzazione della Rai i tradizionali confronti di produttività ed efficienza rischiano di essere fuorvianti. Nel complesso, la Rai è più efficiente della maggior parte delle televisioni pubbliche europee, anche se non quanto la differenza del fatturato per addetto possa far apparire. Un risultato ottenuto grazie a un’interpretazione molto elastica del concetto di servizio pubblico sul piano della programmazione e su quello della trasparenza organizzativa e informativa, e che dipende anche da differenze strutturali di perimetro.

L’ambigua privatizzazione della Rai

Il sistema scelto per la privatizzazione della Rai presenta alcuni risvolti paradossali e finirà per creare inevitabilmente effetti distorsivi nel mercato. A danno dei cittadini che pagheranno un canone pubblico a vantaggio di azionisti privati. O a danno degli azionisti privati che avranno investito capitali in un’azienda che sussidia un servizio pubblico. Sul mercato dovrebbe casomai andare una società svincolata dal servizio pubblico, con i medesimi obblighi di affollamento del concorrente e per la quale non esistono più legami così stringenti con la politica.

Anni vissuti sul filo del rasoio

Dalla revisione sui dati di finanza pubblica del triennio 2001-2003 e dall’andamento nel 2004 apprendiamo di aver vissuto gli ultimi anni sul filo del rasoio del limite del 3 per cento. Per il 2005, le maggiori incertezze riguardano lÂ’effettiva realizzabilità di alcune misure decise nella Finanziaria. E non mancano le una tantum, comprese quelle che producono costi per il futuro. Ancora una volta si conferma che il sistema di controllo della spesa pubblica è poco efficace e trasparente, incapace di raccogliere le informazioni in modo completo e tempestivo.

Banche: i costi della mancata concorrenza

Gli ultimi dati aggiornati da Cap Gemini confermano che in Italia i costi dei servizi bancari sono più alti rispetto agli altri paesi Ocse. Riproponiamo ai nostri lettori un intervento che documentava i costi della mancata concorrenza in Italia e alleghiamo le nuove tabelle tratte dallo studio Cap Gemini.

Aprendo il pacchetto

Il Governo ha finalmente presentato alle parti sociali il pacchetto sulla competitività. Molti provvedimenti.  Quelli sugli ordini professionali o sul diritto fallimentare, sono condivisibili. Altre misure non fanno che correggere distorsioni introdotte nel passato da questo stesso esecutivo. Su altre ancora pesa l’interrogativo dell’adeguatezza delle risorse stanziate. Ai lettori de lavoce.info proponiamo un’analisi ragionata per grandi capitoli (con interventi di Tito Boeri, Andrea Boitani, Massimo Bordignon, Francesco Daveri, Francesco Giavazzi, Cecilia Guerra, Daniela Marchesi, Roberto Perotti e Michele Polo) nell’auspicio di contribuire al dibattito su come affrontare i nodi della competitività dell’economia italiana.

Settore bancario, la miglior difesa è l’attacco

Il mercato europeo del corporate e investment banking non è impenetrabile. Il successo di attori regionali europei fa ritenere che vi sia ancora spazio per operatori italiani che sappiano cogliere la sfida. I costi legati alla fusione di grandi gruppi, per esempio l’emergere di posizioni dominanti in alcune regioni, sarebbero di gran lunga compensati dai benefici che ne conseguirebbero per l’intera economia. Una specializzazione nelle attività all’ingrosso potrebbe anche favorire il processo di crescita dimensionale delle medie imprese italiane.

Le banche estere sono cattive?

Il dibattito degli ultimi mesi sembra dare per scontato che la presenza di banche straniere sia dannosa per il nostro sistema economico. Mentre l’esperienza mostra che è vero il contrario. Nel paese di destinazione dell’investimento estero si ha una crescita dell’efficienza complessiva del sistema bancario, con effetti positivi sullÂ’intera economia. Se invece si crede che il sistema bancario italiano non sia ancora pronto per fronteggiare la concorrenza delle grandi istituti europei si apre un’altra questione: perché considerare terminata la sua ristrutturazione?

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