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Come si controlla un’emissione

Il collocamento dei titoli in Italia passa attraverso due interventi: quello della Banca d’Italia sull’offerta di valori mobiliari, in base al Testo unico bancario. E quello della Consob sulla sollecitazione all’investimento e la prestazione di servizi di investimento, come stabilito dal Testo unico della finanza. Il primo mira ad assicurare stabilità ed efficienza al mercato finanziario nel suo complesso. Non è perciò un giudizio sull’affidabilità della singola emissione. Il secondo cerca di evitare che i risparmiatori facciano investimenti senza la consapevolezza del rischio assunto.

La sanzione intelligente

I crimini commessi da organizzazioni richiedono il coinvolgimento di più persone. È un elemento di debolezza che può essere sfruttato per perseguire i comportamenti illeciti. Come insegna lÂ’esperienza delle autorità antitrust, gli sconti nelle sanzioni o i premi per chi denuncia lÂ’attività illegale non devono sostituirsi alle indagini. Si rivelano infatti incentivi più efficaci se lÂ’inchiesta è già avviata. Ed è cruciale sviluppare la capacità di verifica sulle rivelazioni. Indispensabile, poi, una cultura della legalità, per affiancare alla sanzione della legge quella sociale. Riproponiamo per i lettori de lavoce anche gli interventi di Vincenzo Ferrante, Vincenzo Perrone e Luigi Zingales sull’opportunità di premiare chi denuncia illeciti.

L’importanza di produrre hardware

Se si escludono le tecnologie della comunicazione, il ritardo dell’Italia negli investimenti in It è ancora più grave di quello che appare. Non solo perché si dà scarsa importanza alla ricerca e sviluppo, ma anche perché il nostro paese ha da tempo abbandonato la produzione di beni ad alto contenuto tecnologico. Invece, il nostro declino economico può essere superato solo rafforzando questa filiera produttiva. Tra la produzione e l’utilizzo di It esiste infatti una complementarietà troppo spesso trascurata.

Rigore o strapotere?

La Corte dei Conti – censurata dal TG1 e TG2 – sottolinea l’eccessiva discrezionalità di cui gode il Ministro Tremonti nella gestione del bilancio pubblico, “una discrezionalità che non ha riscontro nelle democrazie occidentali” confermando il giudizio da tempo espresso a riguardo da lavoce.info. Le critiche sono sia sulla forma sia sulla sostanza. Riproponiamo gli interventi su questi temi di Piero Giarda e Giuseppe Pisauro.

Sbagliata l’analisi, sbagliata la cura

Il ritorno al concorso nazionale deriva dal giudizio negativo sul funzionamento dei concorsi locali che hanno portato a un eccesso di promozioni dei docenti interni e limitato la mobilità. Oltre a determinare la crisi finanziaria di numerosi atenei. Ma sarebbe stato sufficiente istituire procedure di controllo e legare a queste i finanziamenti. Conseguenza di questa scelta è il controllo diretto del ministero sulla spesa, con la rinuncia a delineare un corretto sistema di incentivi.

Critiche fuori bersaglio

Non è l’introduzione di elementi di precarietà nella carriera dei docenti il punto critico del progetto di riforma dello stato giuridico. Piuttosto, la proposta non incide sul vero problema: come dare spazio ai ricercatori e ai professori più bravi. Non indica infatti regole o incentivi per indurre i dipartimenti e le facoltà a produrre buona ricerca e buona didattica. Così si rischia di perpetuare l’attuale situazione di mediocrità. Con i fondi forse scarsi, ma sicuramente mal spesi.

Il dottorato migliore non è made in Italy

Università e studi post laurea possono essere visti come beni internazionalmente commerciabili. L’Italia non ha in questo momento alcun vantaggio comparato nella produzione di formazione avanzata. Che perciò dovrebbe essere “importata” dall’estero, per esempio utilizzando i consorzi internazionali cui partecipano facoltà italiane. Più opportunità nella ricerca di punta, da rilanciare anche con la creazione di centri d’eccellenza. Potrebbero poi derivarne benefici anche per i programmi di dottorato italiani.

La riforma necessaria *

L’impegno preso a Lisbona di fare dell’Europa la più competitiva economia del mondo basata sulla conoscenza richiede un profondo ripensamento del sistema universitario. Da fondare su tre punti chiave. Una maggiore competitività tra università basata sulla reputazione, un autogoverno degli atenei in linea con gli obiettivi della società e una struttura di incentivi che sappia premiare l’impegno dei docenti. In tutto ciò resta decisivo il ruolo del settore pubblico

Lezioni dall’estero

Un sistema di incentivi finanziari è senz’altro necessario, ma non può essere sufficiente per contrastare le logiche autoreferenziali del sistema universitario italiano. La catena del potere e della responsabilità non può più far capo solo ai docenti, ma deve rappresentare l’intera società che intorno all’ateneo si muove. In Italia molti temono una nomina puramente politica dei vertici universitari, ma dalle esperienze straniere si possono ricavare esempi molto interessanti ed efficaci, che potrebbero servirci di ispirazione.

Un mercato per le licenze

In una segnalazione inviata ai presidenti delle Camere e al Governo l’Antitrust denuncia l’esistenza di poca concorrenza nel mercato dei taxi. Nuove licenze potrebbero essere assegnate tramite aste. Lavoce aveva già affrontato questi temi, riproponiamo qui gli interventi di Andrea Boitani, Angela Bergantino e Massimo Bordignon.

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