Scheda di partecipazione 31 Marzo 2004
Categoria: Argomenti Pagina 1093 di 1129
- Banche e finanza
- Concorrenza e mercati
- Conti Pubblici
- Disuguaglianze
- Energia e ambiente
- Famiglia
- Fisco
- Gender gap
- Giustizia
- Immigrazione
- Imprese
- Informazione
- Infrastrutture e trasporti
- Internazionale
- Investimenti e innovazione
- Lavoro
- Mezzogiorno
- Moneta e inflazione
- Pensioni
- PovertÃ
- SanitÃ
- Scuola, università e ricerca
- Società e cultura
- Stato e istituzioni
- Turismo
- Unione europea
Il Mezzogiorno si sviluppa più del resto del paese, in controtendenza con quanto accade in Europa, dove invece aumentano i divari infra-nazionali. In particolare, migliora la qualità e l’efficacia dei servizi offerti dalla pubblica amministrazione. Sembra quindi che abbiano successo le politiche economiche degli ultimi anni volte a ridurre il peso dei trasferimenti a favore della spesa per infrastrutture. Mentre le amministrazioni locali hanno imparato a valutare non solo la quantità delle risorse, ma anche l’efficacia dei progetti.
Gli obiettivi qualitativi e quantitativi previsti nelle linee programmatiche per il Mezzogiorno non sono stati raggiunti. Siamo lontani dal destinare al Sud il 45 per cento delle spese complessive in conto capitale. L’addizionalità delle risorse e la qualità degli investimenti non sono stati garantiti. Invece di riconoscere gli errori di programmazione e le responsabilità delle amministrazioni locali, ci si compiace di aver evitato finora il disimpegno automatico, distogliendo così l’attenzione dal basso livello di spesa.
Le aree più deboli del paese si sviluppano, ma il loro è uno sviluppo “frenato”. Perché le politiche territoriali non sono ancora riuscite a innescare un circuito virtuoso di crescita endogena. I motivi sono politici più che tecnici. Non c’è consenso infatti nel considerare le politiche di sviluppo territoriale come un tassello essenziale del rilancio dell’intero paese. Sono forti invece le tentazioni per un ritorno ai trasferimenti a imprese e cittadini, elettoralmente più paganti. Mentre la riforma costituzionale del 2001 ha contribuito a ridurre le risorse.
D’Amato lascia una associazione in crisi di identità . Dall’apertura a nuovi comparti sono nate forti contraddizioni e l’impossibilità di conciliare interessi troppo diversi, come quelli delle imprese di Stato e di quelle esposte alla concorrenza. Né maggior fortuna ha avuto il tentativo di rilanciare Confindustria come soggetto politico. Per continuare a vivere, l’organizzazione dovrà valorizzare interessi generali degli imprenditori e la loro immagine nel paese, offrendo rappresentanza alle aspirazioni delle piccole imprese a diventare più grandi. Banchi di prova le politiche dell’immigrazione, il decentramento della contrattazione e i conflitti di interesse nel governo delle imprese.
Sotto la presidenza D’Amato, la Confindustria ha seguito una politica volta a ridimensionare spazio e ruolo delle relazioni sindacali e a derubricare il metodo della concertazione, ritenuto troppo macchinoso nel nuovo contesto competitivo. Questa strategia, in parte rivista nell’ultima fase, ha però prodotto un forte inasprimento della conflittualità e risultati incerti. Emblematica la vicenda dell’articolo 18. Per il nuovo gruppo dirigente si pone quindi un problema di generale ridefinizione della strategia di relazioni industriali.
La questione organizzativa è il primo problema per il nuovo presidente di Confindustria. Significa affrontare questioni di democrazia interna di lungo e breve periodo. Dal rapporto tra grande e piccola industria a quello tra associazioni territoriali e categoriali, al federalismo associativo. Ma anche risolvere il dilemma se essere un’azienda che offre servizi o una associazione di rappresentanza. Se non lo farà , riaffioreranno le divisioni che per il momento è riuscito a ricucire.
Dopo la gestione D’Amato, con il suo magro bilancio, sarà facile per la nuova presidenza riportare Confindustria su posizioni di maggiore indipendenza dal Governo. Sarà più difficile ricostruire le ragioni che giustificano l’esistenza stessa dell’organizzazione. Abbandonata l’originaria vocazione industrialista, ha ampliato tropo i suoi confini, fino a rendere inefficace la sua azione. Gli interessi imprenditoriali finiranno perciò con il riorganizzarsi al di fuori del suo ambito. A meno che Montezemolo non riesca a ridarle lo smalto perduto
Dopo la condanna unanime dei comportamenti illeciti che hanno portato ai recenti crac finanziari, già si levano gli allarmi di coloro che temono di sottoporre le aziende a un eccessivo rigore. Opinione pubblica e Parlamento devono resistere a queste pressioni. Altrimenti le nuove autorità per la tutela del risparmio rischiano di vedersi negare i necessari strumenti di controllo e sanzione. Così come è accaduto alla Consob, esautorata di funzioni e poteri fino a farla diventare un “cane che non morde e non abbaia”.
Riproponiamo ai lettori de lavoce.info questo articolo di analisi dei motivi che rendono troppo lunghe le cause civili, aggiornato dopo il varo del disegno di legge delega di riforma del processo civile. Un progetto che non interviene sulla questione principale, gli onorari degli avvocati. Oggi sono legati al numero delle attività svolte nel corso della causa e senza una loro forfaittizzazione non vi sarà alcuna riduzione dei tempi dei processi. Penalizzando ancora la parte che ha ragione.