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Cronaca di un contagio annunciato

Perché la Sars si è diffusa in Cina? Non solo un allarme lanciato troppo tardi, ma soprattutto un sistema sanitario tra i più iniqui e inefficienti del mondo. Crolla un altro mito dei sistemi a economia pianificata, quello di garantire a tutti i cittadini il diritto alla salute.

Più luci che ombre su Basilea 2

La proposta di revisione dei requisiti patrimoniali delle banche ha suscitato critiche. Ma molte sono ingiustificate. La presenza di uno sconto per gli istituti di credito che hanno una clientela di piccole e medie aziende limita i rischi di riduzione di prestiti a queste imprese. E tutela anche le banche medio-piccole. Un problema più serio è che i nuovi coefficienti potrebbero amplificare gli effetti recessivi in un momento di crisi. Ma non è detto che ciò accada.

Le nuove regole del credito

Per calcolare più accuratamente i coefficienti patrimoniali delle banche, Basilea 2 indica due metodi: i rating esterni formulati da agenzie specializzate o quelli interni, più sofisticati, ma che richiedono maggiori investimenti da parte degli istituti di credito. E per le imprese medio-piccole sono previsti significativi “sconti”.

Salendo sull’EUROstar

L’apprezzamento dell’euro e la politica monetaria della Bce accendono il dibattito economico tra le due sponde dell’Atlantico. La Bce dovrebbe preoccuparsi esplicitamente del valore esterno dell’euro? La risposta è no.
È possibile e auspicabile la cooperazione tra banche centrali per pilotare i tassi di cambio? Molti i dubbi in merito.

sommario 20 maggio 2003

Lo spettro della deflazione, prezzi che calano in un’economia che non sa più crescere e distrugge posti di lavoro, agita i sonni di molti illustri europei. La Banca Centrale Europea ha riconosciuto ufficialmente il pericolo nella sua ultima comunicazione alla stampa. Potrebbe fare di più? Forse stabilire esplicitamente un obiettivo (target) di inflazione, anzichè giocare sui termini (da “al di sotto del” si è passati a “vicino al” 2 per cento) e definirlo come valore centrale di una banda di oscillazione simmetrica. Guadagnerebbe così una reputazione non solo anti-inflazionistica, ma anche anti-deflazionistica. Non deve, invece, la BCE preoccuparsi troppo dell’apprezzamento dell’euro. Ha anche aspetti positivi perchè riduce il costo di materie prime quotate in dollari, facilitando la ripresa. In ogni caso, un coordinamento dei tassi di cambio con la Federal Reserve ha più controindicazioni che vantaggi.
Il Ministro Tremonti ritorna dal G8 come un vincitore, brandendo il successo ottenuto nel riconsegnare ai politici il confronto su Basilea 2, la proposta di accordo sui requisiti patrimoniali delle banche. Ma è una vittoria di Pirro che rischia di allungare a dismisura i tempi — già molti lunghi (comunque non prima del 2007) — di entrata in vigore della nuova normativa. Non è affatto evidente che l’accordo sin qui raggiunto fosse svantaggioso per le piccole imprese. E’ se così fosse stato, perchè non aver sollevato queste obiezioni prima, quando c’era tutto il tempo per porvi riparo?

Simmetria per combattere la deflazione

Con una crescita rallentata e deboli segnali di ripresa, i mercati europei hanno bisogno di ancorare le proprie aspettative di stabilità dei prezzi a un riferimento numerico che assegni la stessa importanza al rischio di inflazione e a quello di deflazione. Per la Bce, così legata alle politiche anti-inflazionistiche, è una nuova sfida.

La pensione di Johanna

Tutti i contribuenti devono essere informati sull’ammontare delle prestazioni che potrebbero ricevere a seconda di quando andranno in pensione e di come andrà l’economia. Servirebbe anche ad incoraggiare investimenti in previdenza integrativa e la scelta di lavorare più a lungo. Come informarli? Ecco la lettera che un qualsiasi contribuente svedese — Johanna, una figlia di due anni — riceve dagli enti previdenziali pubblici.  Perchè non fare la stessa cosa anche da noi?  Potremmo quasi copiarla dato che la Svezia ha attuato una riforma molto simile a quella varata in Italia nel 1995.

Sulla “Maastricht delle pensioni”

Si chiude il Forum sulla “Maastricht delle pensioni” con unÂ’intervista a Platon Tinios, economista esperto di sistemi pensionistici membro per la Grecia della Social Protection Committee dellÂ’ Unione europea, un intervento di Tito Boeri “I pensionati italiani non sono un problema dellÂ’Europa” e un contributo di Benedetto della Vedova, parlamentare europeo, con Stefano Mazzocchi (Un problema ineludibile).

sommario 15 maggio 2003

Una sentenza della Corte di Giustizia Europea ha ritenuto illegali le “golden share” introdotte dai governi inglese e spagnolo per proteggere alcune imprese privatizzate da possibili e non gradite scalate.  E’ una decisione destinata a modificare profondamente la governance di alcune delle più grandi imprese europee e ad avvicinarci ancora di più ad un mercato unico dei capitali nell’Unione Europea.  Riguarda da vicino il nostro paese, in cui non solo Telecom, ma anche altre imprese privatizzate sono tuttora soggette a forme di controllo pubblico extra-mercato.  Urge da noi una riforma.  Non solo dell'”azione d’oro”.
In Europa sindacati sul piede di guerra contro Governi che intendono aumentare i contributi (Francia) o allungare la vita lavorativa (Germania).  Da noi agitati perchè non è ancora chiaro cosa voglia fare il Governo in materia.  Apriamo il dibattito sulla proposta di una Maastricht per le pensioni, che vorrebbe sanzionare i paesi che non riducono la spesa previdenziale pubblica.  E’ un modo per ridurre gli ostacoli politici alle riforme?  Se questo è l’obiettivo, forse meglio partire dal documentare a tutti i contribuenti qual è la pensione cui possono legittimamente aspirare a diverse età di pensionamento.  Come fanno in Svezia, in cui è stato adottato un sistema previdenziale molto simile a quello introdotto da noi dalla riforma Dini.

Gli errori dell’Istat. E quelli dei suoi critici

Polemiche pretestuose

Ritorna puntuale la polemica sull’inflazione. A provocarla questa volta è stato un errore commesso dall’Istituto centrale di statistica nel calcolo dell’indice dei prezzi al consumo relativo a gennaio: un calo nei prezzi dei farmaci – prezzi regolamentati – è stato inizialmente imputato a questo mese anziché a febbraio. Convenzionalmente, si attribuiscono al mese di riferimento tutte le variazioni intercorse tra il 15 di quel mese e il 15 del mese precedente. Nel caso in questione, il decreto che delibera la riduzione è dell’inizio di gennaio, ma la variazione è diventata effettiva dal 16 di gennaio e pertanto deve essere attribuita all’indice di febbraio. Una associazione di consumatori ha notato l’errore, l’Istat lo ha riconosciuto e ha immediatamente modificato la statistica. Così aggiustato, il tasso di inflazione di gennaio è rimasto costante al 2.8 per cento anziché flettere al 2.7. La differenza, di per sé, non modifica la sostanza di fondo dell’inflazione italiana. L’indice errato, però, segnalava una svolta (ancorché dovuta a una riduzione di un prezzo amministrato) nella dinamica dei prezzi, che si è invece avuta in febbraio sulla base dei dati preliminari. Ma tutto ciò è stato sufficiente a riproporre critiche severe nei confronti dell’Istat e polemiche pretestuose da parte di produttori di statistiche alternative sui prezzi al consumo di dubbia qualità ( vedi Trivellato).

Rilievi sbagliati

Produrre un dato errato sull’indice dei prezzi al consumo è senz’altro un fatto grave: questo indicatore è diventato una statistica molto sensibile, non solo perché a esso sono legati numerosi contratti, ma perché alle “news” del tasso di inflazione reagiscono i mercati finanziari. Per di più, assenti le indicizzazioni, le famiglie sono diventate molto più attente all’inflazione. La sua affidabilità è pertanto essenziale. Ancor più grave sarebbe se dietro l’errore ci fosse del dolo, come alcune letture della stampa sembravano lasciare intendere. Ma non è chiaro chi in questo caso possa guadagnare dall’anticipare il punto di svolta della dinamica dei prezzi da febbraio a gennaio. È molto probabile, quindi, che si sia trattato di una svista, tanto più che gennaio, per una serie di ragioni tecniche, è un mese gravoso per il calcolo dell’indice. Più preoccupante è la critica di incompetenza rivolta all’Istituto. Avanzata anche in questa occasione, segue le critiche dei mesi precedenti sulla pretesa incapacità dell’Istat di misurare il “vero” tasso di inflazione, che sarebbe poi quello “percepito” dai consumatori. Tra i vari rilievi mossi, uno di Massimo Riva su “la Repubblica”, merita attenzione. Riva evidenzia come l’Istat rilevi i prezzi dei beni amministrati sulla Gazzetta ufficiale, anziché sul mercato come fa con gli altri beni. Questo fatto segnalerebbe la scarsa competenza dell’Istituto e la poca credibilità dell’indice che esso produce. Le cose stanno diversamente. I prezzi amministrati vengono rilevati sulla Gazzetta ufficiale, come Massimo Riva riporta. Ma è una scelta dettata dalla metodologia di calcolo dell’indice ed è inoltre motivata: sul mercato vengono rilevati i prezzi liberi, che si formano senza vincoli nel luogo dove domanda e offerta interagiscono. Sulla Gazzetta ufficiale i prezzi dei beni amministrati, che – per definizione – non rispondono a stimoli di mercato ma vengono fissati d’imperio. L’Istat li rileva, per così dire, alla fonte, perché in questo modo si ha certezza del prezzo, non si introducono inevitabili errori di misura e, fatto non trascurabile, si economizza in costi di rilevazione. Non avrebbe alcun senso, ma sarebbe molto costoso, andare in giro per le farmacie di mezza Italia a rilevare il prezzo di un farmaco soggetto a controllo pubblico. Si troverebbe che (salvo aberrazioni o errori di rilevazione) è uguale ovunque. Lo stesso vale per le sigarette, i biglietti dei treni etc.

Conclusione. La metodologia del calcolo dell’indice dei prezzi al consumo è chiaramente criticabile come qualunque convenzione su cui si fondano numerose statistiche. Ma chi lo fa deve farlo in modo serio e competente. Si finisce altrimenti per gettare discredito su una istituzione e su una statistica che dovrebbe al contrario godere della massima fiducia. Ad oggi non vi è nessuna ragione seria per pensare che l’indice dei prezzi al consumo fornisca una visione distorta della dinamica dell’indice medio del costo della vita.

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