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ABOLIRE LE PROVINCE? SI RISPARMIA POCO

Le province spendono circa 12 miliardi di euro all’anno, ma 6 miliardi non sono facilmente comprimibili perché si tratta di rimborsi di prestiti e spese per manutenzione del patrimonio immobiliare. Anche da una sua eventuale dismissione non si otterrebbe molto, a meno di non pensare di vendere edifici scolastici e strade. Quanto al personale, spesso proviene da altre amministrazioni ed è chiamato a svolgere le nuove funzioni attribuite dalle leggi Bassanini. Insomma, al massimo si possono risparmiare 2 miliardi l’anno.

LO SPETTRO DEL 1992

Si dice che la sfiducia espressa dai mercati nei riguardi dell’Italia la scorsa settimana sia dovuta al dissesto delle finanze pubbliche e alla debolezza del governo. Che però sono un tratto costante del nostro paese. Quello che è cambiato, invece, è il saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Peggiorato di circa un punto di Pil dal 2006, proprio come era avvenuto negli anni precedenti la crisi del 1992. Se la causa del nervosismo dei mercati è almeno in parte il debito estero, l’approvazione della manovra difficilmente chiuderà la partita. 

LE SPERANZE DELUSE DEL MATTARELLUM

La crisi di credibilità in cui è sprofondata l’Italia, in larga parte per l’inconcludenza della sua classe politica, ha rimesso al centro del dibattito la legge elettorale. Ma bastano nuove norme che regolano l’elezione dei parlamentari a garantire una soluzione ai problemi istituzionali dell’Italia e a migliorare la qualità dei suoi politici? Uno studio sugli effetti della legge Mattarella, approvata nel 1993, un periodo che ha molte analogie con quello attuale, suggerisce di non farsi troppe illusioni.

SÌ AI TICKET, MA CON DIVERSO TRATTAMENTO FISCALE

Dei due ticket introdotti con la  manovra di metà luglio, quello  di 25 euro sull’uso inappropriato del pronto soccorso è stato ampiamente accettato ma quello di 10 euro per la ricetta  con prescrizioni specialistiche (visite mediche, esami di laboratorio, diagnostica per immagini, terapie riabilitative, eccetera) è stato ampiamente contestato. Non solo iniquo ma anche irrazionale, ha scritto su queste colonne Nerina Dirindin ( 19.07). Esso, infatti,   devia dalla struttura pubblica molti esami a basso costo e profittevoli, rendendo conveniente effettuarli  presso presidi privati senza ricetta. In effetti, varie regioni  stanno cercando di evitare o di modulare diversamente tale ticket.
Ma questo mossa avventata del governo non deve ingannare sulla  necessità di affrontare con realismo il tema generale del ticket in sanità, data la prospettiva di una crescita  della spesa cui il finanziamento pubblico, bloccato dalla necessità di azzerare  il deficit ed abbassare il debito, non riesce a far fronte. Del resto, è doveroso ricordare che una stretta molto dura sulla sanità venne introdotta  anche dal Governo Prodi nella seconda metà degli anni Novanta, ai tempi della rapida riduzione del deficit per entrare nell’eurozona. Orbene, in termini generali siamo tra coloro che  giudicano positivamente il ticket, ma  chiediamo  che ne sia distribuito   meglio l’onere attraverso una nuova configurazione del rapporto tra ticket e fiscalità.

 PRO E CONTRO IL TICKET

 Per giustificare tale tesi, richiamiamo i termini del dibattito. Innumerevoli le critiche al ticket: non riduce la domanda, perché le ricette le stila il medico, non il paziente; è regressivo, colpendo relativamente di più il povero del ricco; è dannoso per la salute, perché scoraggia il ricorso a cure tempestive; è negativo per la stessa finanza pubblica perché la mancata cura genera cure tardive più costose; è insensato sul piano gestionale perché comporta costi di esazione quasi pari al gettito.
La tesi a favore del ticket sostiene che tali affermazioni non hanno validità universale, ma dipendono dal reddito medio, dall’istruzione e dall’organizzazione sanitaria; e di fatto non sono vere nel concreto contesto della sanità nei paesi europei che al ticket ricorrono sovente. Ma soprattutto va ricordato che da tempo i consumi sanitari nelle società ricche non sono più limitati alle cure necessarie per patologie serie. Alla sanità si ricorre anche nella ricerca della piena efficienza fisica e mentale, con due conseguenze: che una parte significativa della domanda diventa elastica al prezzo e che essa, pur legittima, non è necessariamente più meritevole di tutela di altre domande di servizi pubblici. Allora, di fronte a un grave problema di bilancio pubblico, se non bastano i filtri posti dall’autolimitazione del paziente o dalla saggia parsimonia del medico, e di solito non bastano, diventa inevitabile razionare le cure in altro modo, sperando di tagliare o di inviare alla medicina privata solo la domanda meno importante per la salute. I mezzi sono: restrizione dei servizi garantiti, cattiva qualità dei servizi forniti, lunghe code di attesa, ticket. Il ticket può allora avere dei punti di merito rispetto ad altre soluzioni o almeno essere un legittimo ingrediente di una combinazione di strumenti di razionamento, specialmente se si ritiene che il paziente, aiutato dal medico, sappia distinguere tra esami e cure più o meno rinunciabili. Tanto più che se ne può modulare l’uso, differenziando il ticket per patologie e per livelli di reddito e si può quasi annullare il costo dell’apparato di esazione attraverso l’informatica.

IL TRATTAMENTO FISCALE

 Ciò detto a favore del ticket come opportuno strumento di controllo della domanda, e solo in via subordinata come strumento di finanziamento della sanità, va aggiunto che esso andrebbe diversamente collegato alla fiscalità. Riespongo qui una mia vecchia e inascoltata tesi. (1) Mette al centro il significato dell’intervento pubblico in sanità: evitare che il reddito insufficiente distolga dalle cure necessarie e quindi tutelare l’individuo e la famiglia dagli eventi gravi, non già azzerare o attenuare una spesa sanitaria marginale nell’economia dell’individuo e della famiglia. Saltando per brevità passaggi intermedi e dettagli fiscali, tale approccio porta a configurare un sistema di ticket incisivi e generalizzati, con esenzioni a priori limitate ai casi di povertà e con un conguaglio fiscale in sede Irpef che preveda tre casi: nessuna agevolazione per la spesa annua complessiva inferiore a una prima soglia di incidenza percentuale sul reddito del contribuente; detrazione di una percentuale della spesa dall’imposta per la parte di spesa compresa tra la prima e una seconda soglia; rimborso integrale, di norma sotto forma di credito d’imposta e quindi con rimborso materiale limitato al caso d’incapienza in sede Irpef, per la parte di spesa superiore alla seconda soglia.
Un esempio, immaginando che le soglie siano 1 per cento e 2,2 per cento del reddito e che il contribuente abbia un reddito lordo di 30mila euro. Primo caso, spesa annua per ticket inferiore a 300 euro: tutta a suo carico Secondo caso, spesa di 660 euro: avrebbe l’attuale detrazione del 19 per cento sulla seconda tranche di 360, pagando quindi 592 euro. E questa spesa, pari a circa il 2 per cento del suo reddito, sarebbe il limite massimo, perché spese ulteriori gli sarebbero integralmente rimborsate.
Le soglie andrebbero ovviamente definite dopo attente analisi della distribuzione dei redditi e della domanda di cure. Ma l’esempio fatto fa intuire che, comunque determinate entro confini ragionevoli, ne deriverebbero entrate più significative di quelle attuali e tuttavia con accettabili impatti sotto il profilo dell’equità grazie ai limiti fissati su misura del contribuente. Il sistema proposto  porterebbe anche vantaggi sul piano del controllo fiscale, attirando l’attenzione sulle domande di rimborso e inducendo pertanto a una autocensura dei contribuenti infedeli. Si potrebbe poi pensare di usare la più significativa entrata da ticket anche come mezzo per premiare la diversa produttività degli operatori sanitari, così stimolando a offrire più servizi nell’ambito della sanità pubblica e riducendo il fenomeno delle liste di attesa, che è problema grave sotto il profilo dell’efficacia sanitaria e dell’equità. Ma questo è un tema aggiuntivo su cui converrà tornare.

 (1) G. Muraro,”Il valore dell’equità in campo sanitario nelle società contemporanee”, in G. Costa e F. Faggian (a cura di), L’equità nella salute in Italia. Rapporto sulle diseguaglianze sociali in sanità, Fondazione Smith Kline, Franco Angeli, 1994, pp.43-56.

OLTRE LA MANOVRA

Nel dibattito pubblico l’attenzione si è concentrata solo sulla manovra del luglio 2011 dimenticando gli effetti di trascinamento dei vari interventi di finanza pubblica precedenti. Una valutazione complessiva dei dati di bilancio indica che le entrate hanno giocato un ruolo importante, ma inferiore al 50 per cento nella riduzione del deficit. E che più che di rinvio della manovra al 2013-14, si dovrebbe parlare di un alleggerimento sul 2012 rispetto al 2011.

I LEADER EUROPEI SALVANO LA GRECIA. E ANCHE L’EURO

Dopo averci portato sull’orlo del precipizio, ovvero del contagio distruttivo esteso alla Spagna e allÂ’Italia, i leader dell’eurogruppo hanno finalmente deciso quel che serve non solo per salvare l’euro, ma per rendere il debito sovrano sostenibile attraverso un piano di crescita. E dalla vicenda si  possono trarre lezioni sui meccanismi di gestione delle crisi. La più importante è che la ricostruzione della credibilità del governo dell’eurozona richiede comportamenti coerenti e deve proseguire senza ripensamenti sulla strada prescelta.

POLITICA MONETARIA COMUNE, MA TASSI DIVERSI

La Banca centrale europea controlla direttamente i tassi a breve termine. Tuttavia, le decisioni di investimento e consumo dipendono dai tassi reali a lungo termine, che sono molto diversi tra gli Stati europei perché diversi sono i fondamentali fiscali e il sentimento di mercato rispetto a ciascun paese. Ma ciò significa che la politica monetaria comune raggiunge le varie economie degli Stati membri in maniera assai eterogenea: i paesi che più beneficerebbero da tassi bassi sono invece penalizzati da alti rendimenti.

IL TEMPO (NON) È DALLA NOSTRA PARTE

L’Italia non è ancora spacciata. D’altra parte, le attuali difficoltà italiane sono largamente frutto di problematiche interne. E il tempo stringe perché il mercato oggi percepisce elevati rischi di breve periodo. Lo dimostrano i dati sull’andamento dei Cds. E allora l’aggiustamento di bilancio non va realizzato nel 2013 e nel 2014 come prevede la manovra, ma subito. Perché domani potrebbe essere troppo tardi.

LETTERA APERTA AI LEADER EUROPEI

La crisi dell’Eurozona è giunta al suo apice. Questo testo è una lettera aperta ai leader europei per esortarli a prendere provvedimenti decisivi nel vertice di Bruxelles di questa settimana. Decidere ancora una volta di non decidere potrebbe rappresentare la fine dell’Eurozona così come l’abbiamo conosciuta finora. Il testo di questo appello con numerose firme di economisti europei è pubblicato anche su Vox, Nada es Gratis e Me Judice.

LA RISPOSTA DEGLI AUTORI A ” MA TRIESTE NON È BOLZANO

Il nostro intervento “Quelle Regioni ancora più speciali” ha suscitato non poche reazioni da parte dei lettori de lavoce.info, a conferma che il tema è attuale e rilevante, anche se non sempre riceve la dovuta attenzione da parte della politica e dei mass media.

Oltre a ringraziare per i molti commenti postivi, tentiamo di rispondere alle poche (ma autorevoli) critiche che abbiamo ricevuto.
Nella conclusione del loro intervento “Ma Trieste non è Bolzano”, Clara Busana e Antonio Salera affermano testualmente che “LÂ’atteggiamento conservatore della Regione Fvg nei confronti della riforma del federalismo fiscale ci sembra quindi motivato (anche se probabilmente non giustificato) non tanto dal timore di vedersi valutare, quanto di vedersi “trascinare” in un sistema complessivamente meno efficace ed efficiente”.
Siamo perfettamente d’accordo. La nostra tesi è appunto che la riforma del federalismo fiscale avrebbe potuto essere l’occasione per rendere quel “sistema” più efficace ed efficiente, così da poterlo estendere progressivamente anche alle RSS in modo tale da eliminare (o almeno attenuare) situazioni di “privilegio” dai più considerate come anacronistiche e che ingenerano veri e propri fenomeni di concorrenza sleale a danno delle RSO (da questo punto di vista, i tentativi, finora in gran parte falliti, di migrazione di Comuni da queste ultime alle Rss sono emblematici).
Non condivisibile ci pare invece l’affermazione secondo cui “la bilateralità degli accordi è di per sé uno strumento corretto proprio perché le Rss sono tra di loro molto diverse sia nel grado di autonomia fiscale originariamente concesso, sia ovviamente nella loro traiettoria di sviluppo”.

In generale, procedere mediante accordi one to one rischia di segmentare ulteriormente la platea degli enti sub-statali, senza sostanziali guadagni in termini di efficacia ed efficienza per il “sistema” nel suo complesso. Nel nostro intervento non ci sono affatto “specifiche attribuzioni di responsabilità attribuite alla Regione Friuli Venezia Giulia”, ma è un fatto (confermato dalle stesse fonti citate da Busana e Salieri) che il FVG sia più ricco della media nazionale e soprattutto delle Rss del Sud, che è esattamente quanto noi abbiamo affermato.
Nello specifico, parlare di “autonomia fiscale” con riferimento a regimi che si reggono su meccanismi di compartecipazione ci pare improprio.
Non crediamo, pertanto che la soluzione corretta sia quella (suggerita da Magotti e ripresa da altri lettori) di parificare le Rso alle Rss, perché le attuali regole di finanziamento di queste ultime non sono del tutto coerenti con quel principio di responsabilizzazione nell’utilizzo delle risorse pubbliche che dovrebbe ispirare qualsiasi modello federale in ossequio al principio no taxation without representation.
Del resto, è universalmente riconosciuto che la generalizzazione del modello finanziario delle Rss sarebbe finanziariamente insostenibile per lo Stato centrale, che perderebbe il controllo di gran parte delle proprie attuali entrate tributarie. In un simile scenario, come minimo, si dovrebbe aprire una discussione su come ripartire fra i diversi territori lo stock di debito pubblico attualmente in capo allo Stato.
Forse è vero che “attribuire alle Rss forme di egoismo à la Scrooge non aiuta ad individuare un percorso di convergenza” con le RSO, ma è un fatto che il disegno federalista è stato costruito a compartimenti stagni anche su pressione dei rappresentanti della lobby delle autonomie speciali.

Per questo non possiamo che concordare con Busana e Salera sul fatto che “lasciar fuori le Rss dalla riforma sia una pessima idea” ed “un grave segnale di debolezza da parte del governo”.
In questi giorni si stanno valutando interventi correttivi ai provvedimenti attuativi della legge n. 42/2009. Sarebbe una bella notizia apprendere che fra i punti allÂ’ordine del giorno vi sia anche quello di una maggiore, progressiva armonizzazione fra Rss e Rso.
Ciò gioverebbe anche alle stesse Rss, che potrebbe contribuire alla razionalizzazione di un “sistema” (giuridico ed economico) di cui, volenti o nolenti, fanno e continueranno a fare parte.

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