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Non è d’oro il silenzio sul Tfr

Il meccanismo del silenzio-assenso doveva servire a indirizzare il risparmio cristallizzato nel Tfr verso impieghi più redditizi. Invece, sulla base di una precisa disposizione di legge, è stato avviato in una direzione intrinsecamente contraddittoria con il fine dichiarato. In più, almeno in prima battuta, i lavoratori “silenti” non beneficeranno del contributo datoriale al fondo pensione. E’ necessaria una adeguata opera di informazione sulle diverse opzioni disponibili, per consentire a ciascuno una scelta esplicita e coerente con il proprio effettivo interesse.

Perché le regole di voto sono così importanti *

La Polonia si oppone alla modifica delle regole di voto all’interno del Consiglio e all’introduzione del sistema a doppia maggioranza. D’altra parte, si tratta di una questione davvero decisiva. Non è possibile misurare direttamente il potere di un paese nelle decisioni dell’Unione Europea, ma se ne può trovare una traccia nei dati. Per esempio, esiste una evidente relazione positiva tra il “potere per abitante” e le risorse di bilancio ottenute dai diversi Stati membri. Insomma, si combatte per qualcosa di più dell’orgoglio nazionale.

Aritmetica della finanza pubblica

Se è vero che l’Italia non riesce a sostenere la sua spesa pubblica in virtù della diffusa presenza di evasione, è anche vero che contrastare efficacemente il fenomeno porta la pressione fiscale “apparente” a un livello sensibilmente superiore alla media europea. E se lì si arrivasse, difficilmente il sistema economico potrebbe rimanere competitivo. La strada da intraprendere allora è una sola: ridurre sia l’evasione sia il carico fiscale. Di conseguenza, anche la spesa andrebbe tenuta sotto controllo con una strategia di medio periodo, chiara ed esplicita.

L’Opa e i sette vizi capitali

Si possono enumerare almeno sette comportamenti tesi a eludere l’obbligo di Opa e dunque sottrarre ai mercati finanziari la sperata certezza. Alla loro base sta la più che condivisibile decisione del legislatore di impostare il Tuf per principi e non come un regolamento di polizia. Ne consegue l’encomiabile potere discrezionale esercitato dalla Consob per individuarli pur nel rispetto formale e sostanziale della norma. Nulla di nuovo perciò nell’ipotesi che si diano all’Autorità poteri istruttori per verificare l’avvenuto cambio del controllo societario.

Relazioni industriali: la paralisi e i rimedi

Sono quasi otto milioni i lavoratori dipendenti con contratto collettivo scaduto. E tra breve altre importanti categorie si aggiungeranno all’elenco. Le difficoltà di funzionamento del sistema di relazioni industriali dipendono essenzialmente dal difetto di una visione comune tra le parti del contesto economico in cui la contrattazione si colloca, dei vincoli da rispettare e degli obiettivi da raggiungere. Ad aggravarle contribuisce poi la centralizzazione del sistema contrattuale. E non sarà certo la triennalizzazione a risolvere la situazione.

Il lavoro tra Tavolo e mercato

La luna di miele del mercato del lavoro italiano sembra finita. Cresce sì l’occupazione, ma molto meno che in passato se si considera l’andamento dell’economia nel suo complesso. Dopo molti anni, non aumenta il tasso di occupazione. Si approfondisce il divario Nord-Sud: nel Mezzogiorno calano sia gli occupati che i disoccupati, mentre al Nord diminuiscono gli inattivi. Ecco di che cosa dovrebbero discutere governo e parti sociali per evitare il rischio di un confronto lontano anni luce dai problemi di chi presta lavoro e di chi offre opportunità di impiego in Italia.

Quel vantaggio molto fiscale

I lavoratori italiani non sembrano percepire il trattamento fiscale particolarmente favorevole attribuito alla previdenza complementare. I calcoli mostrano che già dopo dieci anni di contribuzione al fondo pensione il valore dell’investimento supera del 14,2 per cento quello ottenibile con una pensione “fai da te” conseguita acquistando titoli. Dopo trenta anni lo scarto è del 23,8 per cento. Il risparmio d’imposta è tanto più alto quanto più elevata è l’aliquota marginale Irpef. L’unico rischio è che in futuro questo regime venga rivisto.

La disuguaglianza che arriva dal commercio *

Oggi non è più possibile affermare che gli effetti del libero commercio sulla distribuzione del reddito nei paesi ricchi sono minimi. Al contrario, con lo sviluppo della Cina e la crescente frammentazione della produzione, si può sostenere che sono notevoli e crescenti. Non vuol dire che si devono abbracciare le tesi del protezionismo. Significa, però, che i fautori del libero commercio devono trovare risposte migliori alle ansie di coloro che molto probabilmente si troveranno dalla parte perdente della globalizzazione.

Gli sconti non sono uguali per tutti

In un recente contributo apparso su La Voce, Michele Cavuoti riportava i risultati di una indagine svolta da Altroconsumo sugli sconti praticati dalle farmacie in linea con quanto previsto dai Decreti Storace e Bersani. Dai risultati dell’indagine (basata su un totale di 104 farmacie – inclusi supermercati) emergeva che pur ipotizzando una riduzione media dei prezzi dei farmaci del 15%, estesa a tutti i medicinali da automedicazione, si sarebbe potuto ottenere un risparmio medio che al massimo avrebbe raggiunto i 32 euro/anno per famiglia.
Sorvolando su eventuali problemi di selezione e rappresentatività del campione di farmacie, in questa sede è utile soffermarsi sulla stima di 32 euro/anno di risparmio per famiglia che sembrerebbe potersi determinare nel migliore dei casi. A nostro avviso, tale valore, seppur corretto da un punto di vista statistico, non rende giustizia ai positivi aspetti distributivi insiti nella riforma.
Per meglio capire tali effetti abbiamo effettuato una serie di stime a partire dai dati dell’indagine sui consumi delle famiglie dell’ISTAT per l’anno 2005. Il primo problema da evidenziare è che i 32 euro a famiglia sono ottenuti dividendo il risparmio complessivo per il totale delle famiglie italiane, incluse quelle che non acquistano farmaci. Se i risparmi venissero ripartiti tra le sole famiglie che acquistano farmaci, il valore raddoppierebbe quasi.
Inoltre, è ovvio che il consumo di farmaci non è ugualmente distribuito tra le famiglie, avendo famiglie con consumo nullo, famiglie con consumo positivo ma basso e famiglie con consumi positivi ed elevati. I risparmi per questi diversi gruppi di famiglie potrebbero essere molto diversi e, in alcuni casi, rilevanti.
La tabella 1, che sintetizza i risultati di questa analisi, riporta la spesa privata per farmaci (che include farmaci senza obbligo di prescrizione (SOP), farmaci da banco (OTC), farmaci con obbligo di prescrizione non rimborsati dal SSN e farmaci con obbligo di prescrizione rimborsabili dal SSN ma acquistati privatamente) per decili di spesa e per diverse tipologie familiari. Relativamente al 2005 (ultimo anno per cui sono disponibili i dati), le prime 3 colonne riportano la spesa media annuale delle famiglie che hanno acquistato farmaci (11.921.500 pari al 51,2% delle famiglie italiane nel 2005), mentre le ultime tre colonne riportano i valori del risparmio ottenibili assumendo uno sconto del 15% sulla spesa.
Come si può notare, i risparmi che le famiglie potrebbero ottenere, non solo sono diversi a seconda della tipologia familiare considerata, ma raggiungerebbero valori rilevanti per una quota consistente delle stesse. Le famiglie che registrano una spesa farmaceutica annua elevata – e che ricadono quindi nel decile più alto della distribuzione di spesa farmaceutica – potrebbero conseguire risparmi che in molti casi superano (a prezzi 2005) i 500 euro annui. Se a ciò si aggiunge che tali valori sono spesso fatti registrare da famiglie di anziani o da famiglie numerose, allora l’effetto del risparmio potrebbe essere tutt’altro che irrilevante.
Altro aspetto importante da non sottovalutare è che il numero di famiglie che si trova a dover destinare una quota rilevante del proprio budget al consumo di farmaci non è assolutamente trascurabile (vedi ultima colonna della tab. 1) ed è pari ad oltre 1.100.000 nuclei familiari (1) (ovvero al 9,5% delle famiglie che hanno sostenuto una spesa per farmaci).
Tutto ciò sembra quindi portare alla conclusione che gli effetti positivi della liberalizzazione sul budget delle famiglie italiane potrebbero essere tutt’altro che trascurabili.

1) Il valore preciso è di 1.128.335 nuclei familiari, che si può ottenere sommando il numero di famiglie distinte per area geografica.

Risposta a Prodi

Le restrizioni americane agli investimenti stranieri sono determinate con norme di legge. Un eventuale investitore conosce quindi con certezza dove potrà e dove non potrà investire. In Italia ciò che scoraggia gli investitori internazionali è l’incertezza normativa. Ma a preoccuparli ancora di più sono gli interventi diretti del governo in decisioni che dovrebbero essere di esclusiva competenza delle imprese. Come quando ha dato l’impressione di essersi appropriato del diritto all’informazione preventiva sulle fusioni bancarie del quale la Banca d’Italia si è spogliata.

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