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Conflitto di interessi: la strada è quella

Il Programma

Il programma dell’Unione (p.18) indicava le linee guida su cui intervenire per modificare radicalmente la normativa introdotta nella precedente legislatura: revisione del regime di incompatibilità, istituzione di un’apposita autorità garante, obbligo di trasferire le attività patrimoniali ad un blind trust.

L’attività del Governo

Il testo del disegno di legge attualmente in discussione in Commissione Affari Costituzionali della Camera risulta coerente con queste indicazioni. Si applica ai componenti di governo, ai commissari straordinari e anche agli amministratori locali. In linea generale prevede un regime di incompatibilità con le cariche di governo (ma non di ineleggibilità al Parlamento), il dovere di astensione e separazione degli interessi attraverso la vendita o l’istituzione di un trust (gruppo di imprese soggette ad unità di direzione). EÂ’ prevista inoltre lÂ’istituzione di unÂ’apposita Autorità composta da 5 componenti indicati dalle due Camere e in carica per 7 anni, a cui i soggetti sottoposti a controllo dovranno inviare dettagliate informazioni sul proprio patrimonio e la propria posizione nelle attività economiche. I soggetti sottoposti a questa disciplina e con un patrimonio superiore ai 15 milioni di euro dovrà affidare il proprio patrimonio in gestione a un blind trust senza la possibilità di conoscere come questo venga investito.

Commento

Il testo del disegno di legge appare sicuramente più incisivo rispetto alla precedente legge. Nella regolazione del conflitto di interessi sono possibili due strade: il controllo ex-post degli atti del governo e i vincoli di incompatibilità ex-ante tra cariche di governo e posizione economica. La legge precedente aveva seguito sostanzialmente il primo approccio definendo un quadro di controlli inefficace e coinvolgendo nell’attività di verifica una autorità, l’Autorità Antitrust, per sua natura estranea alle problematiche trattate. Il disegno del Governo si pone in linea con la gravità del problema nel contesto italiano e, se giungerà in questa forma all’approvazione finale, assicura un intervento più efficace.

Una “azione positiva” è per sempre *

Le politiche per le pari opportunità si basano su una solida base economica. E’ possibile spostare un’economia da un equilibrio basato sul genere a uno che non lo è. Succede lo stesso con gli interventi contro le discriminazioni razziali. Ma mentre questi ultimi possono essere temporanei, le politiche delle azioni positive devono essere permanenti. Altrimenti si tornerà presto al vecchio equilibrio perché ogni convinzione sul ruolo delle donne nella famiglia sarà necessariamente legata a convinzioni razionali sulla performance degli uomini nel mercato del lavoro.

Gli sconti non sono uguali per tutti

In un recente contributo apparso su La Voce, Michele Cavuoti riportava i risultati di una indagine svolta da Altroconsumo sugli sconti praticati dalle farmacie in linea con quanto previsto dai Decreti Storace e Bersani. Dai risultati dell’indagine (basata su un totale di 104 farmacie – inclusi supermercati) emergeva che pur ipotizzando una riduzione media dei prezzi dei farmaci del 15%, estesa a tutti i medicinali da automedicazione, si sarebbe potuto ottenere un risparmio medio che al massimo avrebbe raggiunto i 32 euro/anno per famiglia.
Sorvolando su eventuali problemi di selezione e rappresentatività del campione di farmacie, in questa sede è utile soffermarsi sulla stima di 32 euro/anno di risparmio per famiglia che sembrerebbe potersi determinare nel migliore dei casi. A nostro avviso, tale valore, seppur corretto da un punto di vista statistico, non rende giustizia ai positivi aspetti distributivi insiti nella riforma.
Per meglio capire tali effetti abbiamo effettuato una serie di stime a partire dai dati dell’indagine sui consumi delle famiglie dell’ISTAT per l’anno 2005. Il primo problema da evidenziare è che i 32 euro a famiglia sono ottenuti dividendo il risparmio complessivo per il totale delle famiglie italiane, incluse quelle che non acquistano farmaci. Se i risparmi venissero ripartiti tra le sole famiglie che acquistano farmaci, il valore raddoppierebbe quasi.
Inoltre, è ovvio che il consumo di farmaci non è ugualmente distribuito tra le famiglie, avendo famiglie con consumo nullo, famiglie con consumo positivo ma basso e famiglie con consumi positivi ed elevati. I risparmi per questi diversi gruppi di famiglie potrebbero essere molto diversi e, in alcuni casi, rilevanti.
La tabella 1, che sintetizza i risultati di questa analisi, riporta la spesa privata per farmaci (che include farmaci senza obbligo di prescrizione (SOP), farmaci da banco (OTC), farmaci con obbligo di prescrizione non rimborsati dal SSN e farmaci con obbligo di prescrizione rimborsabili dal SSN ma acquistati privatamente) per decili di spesa e per diverse tipologie familiari. Relativamente al 2005 (ultimo anno per cui sono disponibili i dati), le prime 3 colonne riportano la spesa media annuale delle famiglie che hanno acquistato farmaci (11.921.500 pari al 51,2% delle famiglie italiane nel 2005), mentre le ultime tre colonne riportano i valori del risparmio ottenibili assumendo uno sconto del 15% sulla spesa.
Come si può notare, i risparmi che le famiglie potrebbero ottenere, non solo sono diversi a seconda della tipologia familiare considerata, ma raggiungerebbero valori rilevanti per una quota consistente delle stesse. Le famiglie che registrano una spesa farmaceutica annua elevata – e che ricadono quindi nel decile più alto della distribuzione di spesa farmaceutica – potrebbero conseguire risparmi che in molti casi superano (a prezzi 2005) i 500 euro annui. Se a ciò si aggiunge che tali valori sono spesso fatti registrare da famiglie di anziani o da famiglie numerose, allora l’effetto del risparmio potrebbe essere tutt’altro che irrilevante.
Altro aspetto importante da non sottovalutare è che il numero di famiglie che si trova a dover destinare una quota rilevante del proprio budget al consumo di farmaci non è assolutamente trascurabile (vedi ultima colonna della tab. 1) ed è pari ad oltre 1.100.000 nuclei familiari (1) (ovvero al 9,5% delle famiglie che hanno sostenuto una spesa per farmaci).
Tutto ciò sembra quindi portare alla conclusione che gli effetti positivi della liberalizzazione sul budget delle famiglie italiane potrebbero essere tutt’altro che trascurabili.

1) Il valore preciso è di 1.128.335 nuclei familiari, che si può ottenere sommando il numero di famiglie distinte per area geografica.

Risposta a Prodi

Le restrizioni americane agli investimenti stranieri sono determinate con norme di legge. Un eventuale investitore conosce quindi con certezza dove potrà e dove non potrà investire. In Italia ciò che scoraggia gli investitori internazionali è l’incertezza normativa. Ma a preoccuparli ancora di più sono gli interventi diretti del governo in decisioni che dovrebbero essere di esclusiva competenza delle imprese. Come quando ha dato l’impressione di essersi appropriato del diritto allÂ’informazione preventiva sulle fusioni bancarie del quale la Banca d’Italia si è spogliata.

Casa con vista sull’inflazione*

Gli indici dei prezzi al consumo servono a svariati usi. Per esempio, a stabilire programmi statali di tasse e spesa. O a offrire una guida per l’aggiustamento di stipendi e salari. Per questo è importante capire come sono composti. E in particolare come sono considerati gli immobili abitati dai proprietari. Perché diversi sistemi danno ben diversi risultati in termini di inflazione. Tutto sommato, il metodo migliore è quello Usa, con la categoria dei proprietari affitto-equivalenti. Migliore anche rispetto alle scelte della Bce.

Appunti per un nuovo Trattato

Il Consiglio europeo di giugno può trovare un compromesso che non oltrepassi la “linea rossa” degli Stati membri e nello stesso tempo assicuri un effettivo miglioramento nel funzionamento e nella legittimità democratica delle istituzioni europee. Lo stallo dura da quasi un decennio ed è ora di superarlo. Della Costituzione bocciata dai referendum francese e olandese andrebbero salvate la Parte I e la Parte III. Ma anche la Parte IV, in particolare le clausole sulla passerella e le procedure di revisione.

Come aprire i fondi chiusi

Molti contratti collettivi prevedono che la contribuzione del datore di lavoro sia vincolata all’adesione del lavoratore ad un fondo chiuso. E che sia interrotta se il lavoratore decide di trasferire i capitali accumulati o il Tfr a un fondo diverso. E’ auspicabile che il legislatore intervenga per vietare clausole simili. Si dovrebbe anche imporre ai gestori dei fondi chiusi di accettare adesioni dalla generalità dei lavoratori e non solo dagli appartenenti alla categoria. Crescerebbe la possibilità di scelta e la concorrenzialità del sistema.

Cosa succede agli studi di settore

Contrariamente a quanto si dice in questi giorni, lavoratori autonomi e piccole imprese pagano le loro imposte sul reddito effettivo. Mentre gli studi di settore sono solo uno strumento di accertamento. I nuovi indici di coerenza introdotti dalla Finanziaria 2007 servono a contrastare una duplice attività di “manipolazione” dei dati. Sono però diventati la testa di ariete per il tentativo di far crollare l’intero impianto degli studi di settore. Ma siamo sicuri che con un’evasione stimata attorno al 27 per cento del Pil, il nostro paese possa rinunciarvi?

Fondazioni e banche, quel legame che non si spezza

La vicenda dei rapporti fra fondazioni e banche nell’ultimo quindicennio si può leggere a un tempo come la “cronaca di una sconfitta”, di un “ritorno al passato” e di un “ripensamento”. Le fondazioni hanno diminuito l’entità delle partecipazioni, ma esercitano ancora una notevole influenza sulle banche. Tanto che tutti riconoscono il loro ruolo nel processo di aggregazione e di concentrazione del sistema. E’ un quadro con forti ambiguità. Mentre il disegno che emerge dalle proposte dell’Autorità di vigilanza è meno liberale di quello attuale.

Tanto rumore per nulla?

La reazione italiana al rapporto Ocse sulle pensioni ha sollevato un vespaio che ha tolto credibilità al nostro governo, rendendo ancora più difficile il negoziato in corso sulla riforma. Non si voleva far apparire il nostro sistema come troppo generoso. Ma se i “tecnici” del ministero della Solidarietà sociale avessero letto con cura le tabelle, avrebbero potuto notare che non lo è affatto. E magari anche che le stime dell’Ocse ipotizzano che vi sia nel frattempo una revisione dei coefficienti di trasformazione.

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