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Marcia indietro sulla capitalizzazione

Il modello previdenziale a capitalizzazione virtuale è uno strumento per evitare ritardi e squilibri nell’innalzamento dell’età lavorativa, conseguenza della crescente longevità. Ma l’efficacia del meccanismo è subordinata a un aggiornamento annuale dei coefficienti di trasformazione che deve riguardare solo le coorti di età pensionabile. In Italia la revisione è decennale, vale per tutti ed è in parte negoziale. Invece di risolvere queste difficoltà si preferisce rinunciare alla prima correzione, prevista per il 2006. Snaturando così la riforma del 1995.

Professioni in cerca di un’ancora

La sostenibilità finanziaria è la vera scommessa per le casse professionali privatizzate. Le attuali buone performance di alcune categorie sono legate a un rapporto tra iscritti e pensionati ancora favorevole, ma che non sarà possibile mantenere nel futuro. In alcuni casi, poi, ai buoni andamenti demografici non corrisponde un saldo attivo di gestione. Né la soluzione è in una oculata amministrazione del patrimonio immobiliare e neanche nei fondi immobiliari. Sono palliativi che servono solo a rinviare le scelte verso l’equità attuariale.

Un silenzio carico di implicazioni

L’evidenza empirica dimostra che in fatto di risparmio previdenziale, gli agenti economici non ispirano le proprie scelte a razionalità e ottimizzazione. Tendono a considerare le opzioni in silenzio-assenso come quelle “consigliate”. Soffrono di limitazioni cognitive che li portano a preferire lo status quo. Ignorano gli elementi rilevanti, mentre prendono in considerazione quelli irrilevanti. L’articolazione della gamma di alternative proposte al lavoratore e, soprattutto, la scelta che prevale in caso di silenzio, sono quindi tutt’altro che neutrali.

Un’occasione mancata

I decreti attuativi della legge delega eliminano le barriere alla concorrenza fra diverse forme previdenziali. Ma non assicurano adeguata tutela agli aderenti. Inoltre, introducono una discriminazione a danno della tassazione delle pensioni pubbliche, utilizzano gli incentivi fiscali a favore dei redditi più elevati, moltiplicano le aliquote. In più si indebolisce il legame essenziale fra adesione alla previdenza complementare e rendita in età non lavorativa. Invece di favorirlo, si rischia così di compromettere lo sviluppo della previdenza complementare.

Trasferimenti all’orizzonte

La rapidità del trasferimento da una forma all’altra di previdenza complementare non dovrebbe essere l’unica preoccupazione del legislatore. Altrettanta attenzione si dovrebbe prestare alla trasparenza e alla sicurezza. Perché con il crescere del numero dei trasferimenti, aumenterà anche la possibilità di errori dovuti all’incompletezza del flusso informativo tra forma previdenziale cedente e cessionaria. E il termine massimo di due mesi per completare l’operazione rischia di essere fonte di nuova conflittualità tra fondi e tra fondi e aderenti.

Semplice è meglio

La complessità dei prodotti non solo aggiunge costi non necessari, ma agisce anche come potente disincentivo al risparmio previdenziale. Semplificare il sistema contribuisce a una maggiore trasparenza e aiuta a chiudere un gap pensionistico sempre più preoccupante. Il problema investe paesi che da più tempo di noi hanno dato vita a un sistema di previdenza complementare. Se gli intermediari italiani pensano di poter riproporre le tipologie di prodotto e i livelli di commissioni del passato, il mercato non decollerà e per molti il futuro da pensionato sarà nero.

Una pensione piccola piccola

Bassi redditi, discontinuità nella carriera, orario ridotto, contribuzione limitata: per i parasubordinati le stime indicano una copertura pensionistica quasi sempre inferiore a quella dell’assegno sociale. Il sistema contributivo non è quindi in grado di garantire loro una adeguata tutela. D’altra parte, questi lavoratori godono di una maggiore libertà nel decidere le strategie di investimento del risparmio previdenziale. Ma per esercitare questa discrezionalità servono livelli di reddito più alti di quelli attuali. E strumenti di investimento dedicati.

Il silenzio dei colpevoli

C’è troppa disinformazione in giro su quanto costano e quanto rendono le pensioni pubbliche dopo le riforme di questi anni. Se si informassero davvero i lavoratori, soprattutto quelli più giovani, mandando lettere a tutti i contribuenti come in Svezia, per incoraggiare il trasferimento del Tfr ai fondi pensione da parte dei giovani non ci sarebbe bisogno di agevolazioni fiscali che peseranno molto sui bilanci futuri, di compensazioni generose per le imprese e neanche del silenzio-assenso.

Il disegno di un nuovo welfare

Cambia la visione delle politiche sociali: non necessariamente un “onere” per il sistema economico, ma un ausilio essenziale all’esigenza di conciliare crescita economica e sviluppo sociale. A patto di privilegiare i problemi dell’infanzia e il sostegno ai genitori per coniugare responsabilità famigliari e professionali. Varare misure che facilitino il passaggio dall’assistenza al lavoro. Legare la sostenibilità finanziaria dei sistemi pensionistici a maggiori opportunità di lavoro e partecipazione sociale per gli anziani. Soprattutto in Italia.

Quale Autorità per le pensioni complementari

Il disegno di legge per la tutela del risparmio muta il quadro di riferimento della vigilanza sulle forme pensionistiche complementari delineato dalla riforma previdenziale. Attribuisce alla Consob funzioni di controllo attualmente esercitate dalla Covip e ripropone il tradizionale modello di vigilanza per finalità. Che non sembra adatto a perseguire l’obiettivo di tutelare la promessa di prestazioni pensionistiche. Sui fondi contrattuali, si priva l’Autorità di settore di uno dei principali strumenti per la valutazione dellÂ’adeguatezza della gestione.

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