Il problema dell’Italia non è la fuga dei cervelli, ma il fatto che attrae pochi stranieri laureati. Pesano una domanda debole di lavoro qualificato, carriere lente e poco trasparenti e un contesto che penalizza i giovani in termini di salari e prospettive familiari.
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Una buona parte delle risorse per il diritto allo studio universitario è arrivata negli ultimi anni da fondi Pnrr. Si tratta per definizione di risorse temporanee. Intanto si è ampliata la platea dei possibili beneficiari. I rischi che si prospettano.
Riconoscere gli studenti ad alto potenziale cognitivo è un passo avanti. Arrivano percorsi personalizzati, formazione per i docenti e collaborazione tra scuola, famiglie e servizi per valorizzare le capacità individuali. Ma alcuni punti sono da chiarire.
Rafforzare l’insegnamento della matematica e combattere gli stereotipi sulle discipline Stem: sono le priorità per ridurre il divario di genere nelle competenze numeriche. Bisogna puntare anche sulla formazione continua e su migliori opportunità di lavoro.
Tre fattori influenzano la scelta di iscriversi o meno all’università: l’indirizzo di istruzione secondaria superiore frequentato, le differenze nei contenuti di apprendimento, le diverse aspirazioni. L’analisi empirica mostra l’iniquità del meccanismo.
Per limitare la povertà educativa, è necessario rafforzare e rinnovare le politiche di diritto allo studio. Sembrano dare buoni risultati i programmi che incentivano il risparmio familiare. Lo dimostra una sperimentazione in quattro regioni italiane.
Un buon utilizzo dell’IA a scuola non può prescindere dalla formazione degli insegnanti. Per ora i dati ci dicono che le giuste competenze le hanno in pochi, così come pochi la utilizzano e ancora meno la considerano effettivamente utile.
Il Pnrr ha destinato alla scuola risorse ingenti per ridurre la dispersione e i divari territoriali. I dati Invalsi ci dicono che il miglioramento non c’è stato. Sarebbe necessaria un’analisi accurata di quanto è stato fatto e dei risultati ottenuti.
In Italia la formazione non formale è sottovalutata. Andrebbe invece valorizzata perché in un periodo di grandi trasformazioni acquistano sempre più importanza le competenze delle persone, indipendentemente da dove o come siano state acquisite.