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Categoria: Scuola, università e ricerca Pagina 57 di 73

UNIVERSITÀ, PRIMA LEZIONE: RIDURRE I DOCENTI

Gli ultimi tre decreti legislativi relativi all’università varati in Italia si sono tradotti nell’esplosione degli organici a tempo indeterminato sia dei docenti che dei tecnici-amministrativi. Un confronto con la California, non dissimile al nostro paese in termini di dimensione del territorio, abitanti e popolazione studentesca, aiuta a comprendere la portata del fenomeno. Se si vuole rivitalizzare il sistema universitario italiano occorre innanzitutto partire da un ridimensionamento dell’organico dei docenti universitari.

E SULL’UNIVERSITA’ DATI CONTRO PREGIUDIZI

Una delle ricorrenti accuse contro l’università italiana riguarda la proliferazione dell’offerta formativa negli ultimi anni. Che sarebbe legata a interessi corporativi dei docenti. Non mancano le azioni clientelari, ma per lo più è il risultato di un’illusione ottica: l’introduzione del 3+2 ha spezzato il ciclo unico, portando come minimo a un apparente raddoppio del numero di corsi di studio. E corrisponde anche al tentativo di individuare percorsi più mirati al mercato del lavoro. Processi virtuosi, almeno nelle intenzioni, che hanno interessato tutti i paesi europei.

RISORSE E RILANCIO DELLA SCUOLA

I confronti internazionali dimostrano che la scuola italiana ha bisogno di serie riforme strutturali. Non di tagli indiscriminati e politiche pasticciate. Ma il rilancio del sistema scolastico richiede ingenti risorse. Illusorio pensare che si possano trovare somme aggiuntive rispetto a quelle già elevate che vi si spendono. Eliminando le numerose inefficienze gestionali e organizzative del servizio, che producono un elevato rapporto docenti studenti, si potrebbero risparmiare fondi da reinvestire nell’istruzione. Oltretutto con costi sociali limitati.

RICERCA PER INDICE H

La valutazione della ricerca avrà sempre più risvolti concreti, perché una parte delle risorse pubbliche sarà attribuita sulla base dei risultati conseguiti da ciascun ateneo. Tutti gli indici bibliometrici hanno ovviamente il limite di esprimere in modo estremamente sintetico l’attività di un ricercatore. Tuttavia, si può provare a utilizzare l’indice h fondato sull’impatto dei risultati conseguiti dai docenti di una università o facoltà. Ecco la classifica per atenei e settori disciplinari, se si considerano le pubblicazioni dei professori ordinari di Economia.

A SCUOLA D’INVESTIMENTI

Per l’edilizia scolastica, e più in generale per l’istruzione, risorse scarse e mal distribuite. Ma dove trovare i soldi per gli investimenti? Le scuole italiane sono in cattivo stato anche perché sono troppe. Si potrebbe cominciare a chiudere i plessi inefficienti. Non con le imposizioni, ma attraverso una più corretta gestione dei rapporti finanziari tra livelli di governo. Parte dei risparmi dovrebbe rimanere all’ente locale per essere reinvestiti nel settore scuola. Necessaria una mappa efficiente dell’organizzazione del servizio scolastico sul territorio.

 

L’UNIVERSITA’ HA I SUOI MITI. DA SFATARE

Quando si parla di riforma dell’università emergono continuamente affermazioni presentate come verità scontate e che invece alla prova dei fatti non lo sono. Per esempio, non è vero che solo in Italia i professori ordinari sono più dei ricercatori. Anche altrove la carriera è tutta interna a una singola sede e la selezione del personale docente si basa sulla cooptazione. La vera differenza è che nel sistema italiano la facoltà che recluta docenti poco qualificati non viene punita in alcun modo. Sarebbe più utile eliminare del tutto i concorsi e dare piena autonomia agli atenei.

LARGO AL MERITO! MA E’ SOLO UN INIZIO

Per la prima volta in Italia una quota significativa delle risorse verrà attribuita agli atenei sulla base dei risultati conseguiti. La qualità del provvedimento dipenderà in larga misura dalle regole che il ministro individuerà nei prossimi mesi per ripartire i fondi. Sarebbe davvero imperdonabile non utilizzare questa occasione per introdurre incentivi significativi per chi ha meritato e iniziare a cambiare in modo radicale le regole del gioco. Il ruolo dei parametri riconosciuti in ambito internazionale nelle progressioni di carriera.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

La maggior parte dei commenti ricevuti concordano con quanto sostenuto nel nostro articolo e cioè che le modifiche introdotte dalla riforma Gelmini, e in particolare i tagli alle ore e al personale scolastico, non aiutino la scuola e tanto meno le famiglie. Alcuni commenti hanno sottolineato come queste modifiche siano in contrasto con i diritti delle donne lavoratrici contenuti nella Costituzione.
Altri  commenti fanno invece riferimento ai confronti internazionali sui risultati ottenuti dagli studenti Italiani.

Ci sono alcune precisazioni da fare in tal proposito:

1) I risultati delle indagini TIMM (capacità logico matematiche) e PIRLS (capacità di lettura e comprensione) condotti su bambini nel quarto anno di scolarità obbligatori (circa 10 anni) dicono che in quanto a capacità logico-matematiche siamo sopra la media dei Paesi considerati, mentre per quanto riguarda le capacità di lettura e comprensione siamo nei primi 10 Paesi (prima di Francia, US, Danimarca…). Sono invece i risultati PISA (indagine condotta tra studenti di 15 anni) ad essere alquanto deludenti per gli studenti italiani.
Da questo possiamo trarre una serie di conclusioni:

a. Sembra che il primo ciclo dell’istruzione in Italia (particolarmente colpito dalla riforma e dai tagli del Ministro Gelmini) non produca risultati così deludenti come invece accade, presumibilmente, per i cicli successivi;
b. Questi sono risultati che guardano solo agli outputs del sistema educativo e non confrontano gli inputs.

C’è da stupirsi invece di come le scuole primarie italiane, nonostante la scarsità di fondi per la didattica e la realizzazione dell’offerta formativa, riescano a produrre così buoni risultati.

Siamo tra i Paesi Europei che spendono meno in istruzione e per questo motivo riteniamo che se davvero si vuole migliorare la scuola in Italia sia necessario aumentare e non diminuire l’investimento in istruzione. Migliorare la retribuzione e ridurre i tempi del precariato, che oggi può durare anche 10-12 anni, può consentire di rendere più attraente la scelta di intraprendere l’attività di insegnamento con positivi effetti sulla qualità dei docenti.

2) Un lettore in particolare ci ha contestato che nell’articolo che prendiamo come riferimento circa la problematica maestro unico/più maestri i risultati siano riferiti a bambini di età maggiore rispetto a quelli delle elementari.

Come si può evincere dal link qui sotto riportato

http://www.retescuole.net/contenuto?id=20081019234431&query_start=21

l’importanza della specializzazione e della pluralità di approcci anche nei primi anni della formazione scolastica viene sostenuta da autorevoli esperti di pedagogia e ricerca educativa e formativa. Ciò che conta per il bambino (e questo lo spiegano già le educatrici dei nidi) è il sistema di riferimento con cui il bambino si rapporta e non il maestro di riferimento. La pluralità di insegnanti permette di coinvolgere i bambini, già nella prima fase dell’apprendimento, nello scambio e nelle interazioni tipiche del lavoro in team.

COME RECLUTARE IL MIGLIORE CHE SERVE ALLA FACOLTA’

Nel dibattito sul reclutamento dei docenti universitari mi sembra si trascuri un tema  importante e che incrocia quello del merito. I concorsi non sono, non dovrebbero, essere soltanto meccanismi di promozione, auspicabilmente sulla base del merito. Sono, dovrebbero essere, anche strumenti di reclutamento di docenti sulla base del fabbisogno di una determinata facoltà in specifiche discipline.
Si tratta di due esigenze distinte, rispetto alle quali anche le università e facoltà più universalistiche devono trovare un equilibrio tra aspettative legittime di chi ha ben lavorato ed esigenze didattiche. Ci sarebbero anche le esigenze di ricerca, ma sono le prime a essere sacrificate, perché nel nostro sistema organizzativo duale, uscito da una delle tante riforme, la ricerca si fa nei dipartimenti, ma sono le facoltà a reclutare. Anche se poi, giustamente, per la valutazione delle università ci si riferisce anche alla qualità della ricerca svolta nei dipartimenti.

IL PROBLEMA DEI SETTORI SCIENTIFICO-DISCIPLINARI

A far pendere la bilancia verso un utilizzo dei concorsi per associato e ordinario, ma ormai anche per ricercatore data la lunga gavetta di precariato mal pagato cui sono costretti i giovani, pressoché solo in chiave di promozione interna, non è solo la pressione dei docenti interni che aspirano a una promozione, unita al loro minor costo perché il loro stipendio è già nel bilancio della facoltà. Occorre anche considerare che con l’attuale sistema di reclutamento le facoltà si trovano nell’impossibilità di scegliere la persona più adatta ai loro bisogni, anche solo didattici. Ѐuna impossibilità ulteriormente rafforzata dal sistema prefigurato dal decreto Gelmini e che si aggiunge ai problemi bene evidenziati da Daniele Checchi in questo sito.
Per capire la questione occorre sapere che i concorsi vengono fatti per settore scientifico-disciplinare. Nel nostro ordinamento universitario ogni disciplina, è suddivisa in quelli che sono chiamati settori scientifico disciplinari, in cui branche specializzate della disciplina sono raggruppate, spesso in base a logiche del tutto oscure. Ѐuna situazione che non ha riscontri nella maggior parte degli altri paesi. In alcuni casi i settori sembrano includere un solo tipo di specializzazione, ipercircoscritta, altri invece contengono di tutto. Comunque sia, l’unica logica che sembra emergere è la relativa forza dei gruppi disciplinari: i più forti si sono ritagliati un settore, i più deboli sono stati raggruppati più o meno a caso. Basterebbe leggere le “declaratorie” (basta il nome) di alcuni di questi raggruppamenti per capire che non rispondono ad alcuna logica scientifica. Certamente, in parte il problema deriva dalla iperspecializzazione e anche da interessi corporativi che hanno spinto a moltiplicare le discipline di insegnamento e talvolta a inventarne di inesistenti, o dal dubbio corpus teorico e metodologico.
Ma gli effetti sul reclutamento sono in alcuni casi devastanti. Un ordinario di SPS07 può insegnare indifferentemente politiche sociali e metodologia della ricerca sociale, e uno di SPS08 sociologia della religione, o della famiglia, o della comunicazione. E in un concorso bandito per reclutare un docente in grado di insegnare sociologia della religione, una facoltà può invece trovarsi come vincitore una persona competente in tecniche di comunicazione di massa: non perché è stato fatto qualche pasticcio clientelare, ma perché le sue pubblicazioni, nel suo campo, erano migliori di quelle dei candidati che si occupano di sociologia della religione. Che cosa farà allora la facoltà che aveva bandito il posto? Il sistema pre-decreto Gelmini, per altro non modificato, mi sembra, su questo particolare punto, prevede una soluzione a metà: la facoltà che bandisce il posto ha la possibilità di definire il profilo delle competenze richieste, che però non vincola in nessun modo la commissione valutatrice e neppure serve da orientamento ai candidati. Tutti coloro le cui competenze rientrano quel raggruppamento hanno pieno diritto a partecipare e a essere giudicati in termini universalistici, ma verrebbe da dire anche generici. La facoltà ha solo il diritto di non chiamare nessuno dei vincitori nel caso nessuno risponda al profilo richiesto. Sostiene così un costo organizzativo e finanziario per un nulla di fatto. E con buona probabilità quella disciplina perde anche il posto per gli anni a venire. Bandire un concorso “al buio” si configura così come un rischio altissimo, da non prendere alla leggera. So bene che il meccanismo si è prestato a molti abusi. Ma il problema rimane: come si fa a reclutare non solo il più bravo in astratto, ma anche il più bravo rispetto alle necessità per cui è stato bandito il concorso? 

DUE METODI DI RECLUTAMENTO

Un modo, non del tutto efficiente, ma certamente lo è più dell’attuale e anche di quello prefigurato dal decreto Gelmini, è riprendere una delle proposte avanzate in questi anni, che prevede una valutazione nazionale per ottenere l’idoneità ad associato o ordinario. La commissione, come per altro avveniva un tempo, potrebbe essere formata con il doppio meccanismo della elezione e della estrazione, senza tuttavia incorrere nei problemi evidenziati da Checchi. Si formerebbe così una lista di idonei, a validità limitata nel tempo, da cui le facoltà potrebbero pescare secondo le proprie necessità. Prima però bisognerebbe ripulire i settori, espungendone le “materie” che non esistono e accorpandoli con maggiore razionalità scientifica.
Un secondo modo, che esce del tutto dalla logica concorsuale e anche dei settori scientifico-disciplinari, è quello in vigore nella maggior parte dei paesi europei, negli Stati Uniti, nella Università europea di Firenze, in molti istituti di ricerca pubblici stranieri: la facoltà o l’istituto di ricerca o il dipartimento, bandisce il posto con la massima pubblicità possibile, inclusi i maggiori quotidiani, specificando le competenze richieste, non solo il livello di qualità. Sulla base delle domande, si definisce una short list dei candidati migliori, che vengono invitati a presentarsi alla facoltà, inclusi gli studenti, tenendo un seminario pubblico. Seguono colloqui con una commissione mista di interni ed esterni e selezione finale argomentata in forma pubblica.
Certo la cosa richiede che l’intero sistema – dei finanziamenti, del riconoscimento del valore dei titoli di studio – premi le istituzioni che riescono ad attrarre i migliori. Richiede anche che esista controllo sociale entro la corporazione dei docenti, a livello della singola disciplina e tra le discipline, della singola facoltà e dell’università nel suo complesso, così che comportamenti chiaramente clientelari o poco rigorosi vengano stigmatizzati perché ne va di mezzo l’intera istituzione. In effetti, proprio la debolezza del controllo sociale entro la comunità scientifica, che indebolisce la capacità dei singoli di opporsi a logiche clientelari o localistiche, è il vero problema del reclutamento, insieme alla mancanza di sanzioni finanziarie per le università, le singole facoltà e dipartimenti che hanno una qualità inaccettabilmente bassa. Se non lo si affronta, ed è innanzitutto una responsabilità degli accademici, non c’è riforma dei concorsi che tenga. 

PROFESSORI IN CARRIERA

Oggi la carriera universitaria prevede stipendi molto bassi all’inizio, per i ricercatori. Una riforma dovrebbe modificare gli scatti d’anzianità, per legarli alle pubblicazioni scientifiche. Dovrebbe garantire il contratto a tempo indeterminato, ma solo dopo un periodo di prova di almeno quattro anni. E prevedere sanzioni per i docenti che si dedicano a lucrose attività extra-accademiche e trascurano ricerca e insegnamento abbassando così il rating dei dipartimenti. Non serve invece l’anticipazione del pensionamento obbligatorio.

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