I paesi del Golfo pagano un prezzo altissimo nella guerra degli Usa contro l’Iran. Per ora hanno seguito una politica di “pazienza strategica”. Ma per gli americani una vittoria diventa ancora più importante, per non rischiare di perdere un “pezzo dell’impero”.
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La sicurezza energetica europea è tornata al centro del dibattito con le tensioni in Medio Oriente e il blocco delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz, uno snodo cruciale per il commercio globale di petrolio e gas.
Negli ultimi anni l’Unione europea ha profondamente trasformato il proprio sistema di approvvigionamento energetico. Dopo l’invasione dell’Ucraina ha ridotto drasticamente la dipendenza dal gas russo, sostituendolo in larga parte con gas naturale liquefatto (GNL), soprattutto dagli Stati Uniti e, in misura minore, dal Qatar e da altri paesi.
Questo cambiamento ha aumentato la diversificazione dei fornitori ma ha anche modificato la natura della vulnerabilità europea. Il maggiore ricorso al GNL lega infatti l’Europa alle rotte marittime globali e la espone a nuove fonti di rischio: tensioni geopolitiche, competizione internazionale per i carichi e volatilità dei prezzi.
In questo contesto, l’Italia rappresenta un caso particolarmente esposto. Pur avendo ridotto quasi completamente le importazioni di gas russo, ha aumentato il peso del GNL nel proprio mix energetico, rafforzando la dipendenza da forniture via mare e da snodi strategici come lo Stretto di Hormuz. Sei grafici per raccontare come sono cambiati i flussi di gas verso l’Europa e l’Italia, quali sono i nuovi equilibri tra i fornitori e perché la sicurezza energetica resta una questione aperta.
Quando scoppiano guerre commerciali, anche la proprietà intellettuale rischia di diventare un terreno di scontro. Per ora i brevetti sembrano poco adatti a trasformarsi in “armi” nelle strategie geopolitiche. Ma in futuro la situazione potrebbe cambiare.
I primi giorni di guerra in Medioriente rimandano lezioni di geopolitica e strategia militare che, per quanto provvisorie, non possono essere ignorate. Nella seconda guerra fredda, solo due paesi sembrano aver capito come difendersi in modo efficace.
La figura di Donald Trump ha certo caratteristiche peculiari. Ma il suo ritorno al potere va letto come il riflesso di trasformazioni strutturali profonde, destinate a durare nel tempo. L’ascesa della Cina nello scacchiere internazionale ha cambiato molte cose.
L’Europa vive oggi in un’economia di guerra? Potrà dotarsi di un efficace sistema di difesa senza rinunciare al suo modello di sviluppo economico e sociale? Sono alcune delle domande affrontate in un libro di Balduzzi e Bignami. Ne pubblichiamo un estratto.
Negli scontri geopolitici una comunicazione a senso unico può contribuire a fomentare odio e violenza. In altri casi, gli eserciti aspettano che l’opinione pubblica sia distratta da altre notizie per attaccare. Quando i giornalisti sono il “nemico”.
Anche se il conflitto in Medio Oriente non si espanderà, i mercati finanziari continueranno a risentire delle tensioni internazionali. Le economie dei paesi europei saranno le più colpite. L’allargamento dello spread segnala i rischi che l’Italia corre.
Nell’ultimo anno il tema della sicurezza e dei costi dell’energia è diventato una preoccupazione costante per molte famiglie e imprese. La crisi ci offre tre lezioni. E la consapevolezza che la transizione energetica è su un percorso tortuoso.
I paesi europei hanno accolto i rifugiati ucraini, garantendo il diritto di protezione umanitaria. Ma la crisi non ha portato a un cambiamento della politica comunitaria sull’asilo. Servirebbe invece una accoglienza diffusa, condivisa e di qualità.