Con il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo si apre la questione di come controllare le frontiere senza indebolire lo stato di diritto. La scelta è tra politiche che governano la mobilità e politiche che la spostano altrove, spesso con costi più alti.
Autore: Mariapia Mendola Pagina 1 di 3

Mariapia Mendola è professoressa ordinaria di Economia Politica all’Università di Milano-Bicocca, Direttrice del Centro Studi Luca d’Agliano, Research Fellow presso CEPR e IZA. Ha conseguito un PhD in Economics presso l’Università di Milano, un MA in Development Economics presso la University of Sussex e una laurea in Discipline Economiche e Sociali all’Università Bocconi. Collabora con numerose istituzioni nazionali ed internazionali. I suoi interessi di ricerca di rivolgono all’economia dello sviluppo e all’analisi dei flussi migratori internazionali.
Gestire i flussi in entrata di lavoratori stranieri non basta. Si devono creare le condizioni per permettergli di diventare cittadini economicamente e socialmente integrati. Dalla casa alla cittadinanza, i nodi da sciogliere sono ancora tanti.
Il confronto con la Spagna sulla regolarizzazione dei migranti mostra i limiti della politica migratoria italiana, con canali di ingresso poco funzionali che condannano chi arriva all’irregolarità . E rendono ciclicamente necessarie le sanatorie.
Il problema dell’Italia non è la fuga dei cervelli, ma il fatto che attrae pochi stranieri laureati. Pesano una domanda debole di lavoro qualificato, carriere lente e poco trasparenti e un contesto che penalizza i giovani in termini di salari e prospettive familiari.
Un programma realizzato nelle scuole superiori del Nord Italia indica che si possono costruire atteggiamenti più aperti e inclusivi nei confronti degli stranieri. Smontando stereotipi e pregiudizi, spesso alimentati dal dibattito politico e mediatico.
Cosa pensano gli adolescenti italiani dell’immigrazione? Gli atteggiamenti ostili non sembrano influenzati da situazioni o esperienze personali negative. Derivano dal contesto, dalla scarsa informazione e dal dibattito pubblico spesso stereotipato.
Per superare l’approccio emergenziale all’accoglienza dei rifugiati e promuovere politiche di integrazione lungimiranti, vanno considerate anche le caratteristiche socio-culturali del contesto che li accoglie, coinvolgendo gli amministratori locali.
I flussi di migranti verso l’Italia non sono né una sorpresa né un’emergenza. Misure di corto respiro non risolvono il problema, che va affrontato in modo complessivo, considerando il nesso fra migrazioni, instabilità politica e sviluppo economico.
I paesi europei hanno accolto i rifugiati ucraini, garantendo il diritto di protezione umanitaria. Ma la crisi non ha portato a un cambiamento della politica comunitaria sull’asilo. Servirebbe invece una accoglienza diffusa, condivisa e di qualità .
L’Europa ha risposto alla crisi umanitaria causata dalla guerra in Ucraina in modo unitario e solidale, con un piano in dieci punti per la gestione dei rifugiati. Ora tocca al sistema di accoglienza far sì che l’emergenza si trasformi in integrazione.