DOMENICA 26 APRILE 2026

Lavoce.info

LETTERA APERTA AL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE

Lettera aperta all’On. Avv. Mariastella Gelmini, Ministro dellÂ’Istruzione, dellÂ’Università e della Ricerca

Signor Ministro,

se non ha avuto occasione di leggere l’articolo “Il concorso che visse due volte”, apparso su lavoce.info venerdì 6 giugno e ripreso da SISmagazine (il notiziario della Società Italiana di Statistica) il giorno successivo, La invitiamo a farlo.
Ugo Trivellato solleva, nel suo articolo, una questione di interesse generale per l’Università italiana. Non aggiungiamo niente alle sue osservazioni, che condividiamo pienamente. Riattivare un concorso a distanza di sei anni, limitando la partecipazione ai (pochi) candidati rimasti (molti nel frattempo hanno vinto altri concorsi) tra quelli che si erano presentati allora, senza consentire a tutti (e soprattutto ai più giovani) di partecipare, è procedura che contrasta con lo spirito dei concorsi, come dice Trivellato, ma non solo. È anche umiliante per gli stessi candidati ancora in lizza, che, dovendo essere valutati su una produzione scientifica vecchia ormai di sei anni,  non hanno modo di dimostrare il loro effettivo valore e la loro capacità di tenersi al passo con l’evolvere della disciplina.
La sospensione del concorso in questione è cosa nota nella comunità scientifica degli statistici e ha già generato un dibattito acceso. In quell’occasione (eravamo nel 2004), molti aderirono pubblicamente alla lettera che tre commissari del concorso avevano inviato ai componenti della comunità degli statistici economici, segnalando alcune preoccupazioni circa il rispetto delle procedure. Qualcuno di noi, nel motivare l’adesione, espresse, allora, un concetto che qui ci piace riprendere.

[…]  qualunque meccanismo di reclutamento universitario, e quello italiano forse più di altri, ha dei lati deboli:[…]. Vi sono però almeno due importanti elementi di controllo previsti dal legislatore: la scelta democratica di coloro che sono chiamati a giudicare […] e un insieme di regole procedurali stabilite per legge, che garantiscono un minimo d trasparenza e tempestività del procedimento. […]  I tre colleghi, ai quali manifestiamo adesione, non sono mai entrati nel merito dei criteri di valutazione, ma, più semplicemente, hanno segnalato preoccupazione verso il mancato rispetto delle regole di procedura che potrebbe, di fatto, impedire lo svolgimento del concorso […]. Questo ci pare assai più grave di una lecita difformità di giudizio su uno o più candidati. Si configura una situazione in cui la comunità scientifica decide di “giocare una partita” con regole date ma qualche suo componente ha la facoltà di annullarla, ignorando le stesse regole. Se questo dovesse accadere, i concorsi diventerebbero di fatto un “gioco senza regole”, che a qualche giocatore spregiudicato può piacere, ma che non può essere l’obiettivo di una Comunità Scientifica degna di chiamarsi tale.

Tutto, poi, si era sopito e i timori sul gioco senza regole, almeno in relazione a quella ‘partita’, sembrarono infondati. Purtroppo, il presagio di allora sembra essersi avverato oggi.
Ci siamo chiesti: che fare? La strada maestra è certamente nelle mani del legislatore, che, soprattutto in ambito universitario,  dovrebbe prevedere una norma che dichiari decaduto un concorso bandito da un tempo troppo lungo e non espletato per qualsiasi ragione (a dire il vero, i termini sono già indicati nella legge, ma soltanto per la durata in carica delle Commissioni giudicatrici, il che lascia spazio a comportamenti dilatori).  Confidiamo che Lei, Signor Ministro,  provveda in tal senso. Per quanto riguarda il caso specifico, ci sembra sussistano gli estremi per sospendere un procedimento che contrasta chiaramente con le “norme in materia di procedimento amministrativo” (legge 241/90) e che offre il fianco a ricorsi di vario genere (come sottolinea paoloc su lavoce.info nel suo commento “..adoperarsi per cambiare le cose..” all’articolo di Trivellato).

Noi speriamo che il Suo auspicato intervento possa arrivare in tempo utile a sospendere un atto che non fa onore all’Università.  Qualora ciò non fosse possibile, rimane ancora una  possibilità, che chiama in causa la nostra responsabilità di professori del settore scientifico disciplinare: se la procedura andrà avanti, dovremo, tra poco, esprimere la nostra preferenza per colleghi che riteniamo adatti, per capacità e rigore, a svolgere il delicato ruolo di commissari. Non andare a votare, chiamandosi fuori da un problema spinoso, è tentazione forte, ma crediamo che sarebbe un errore.

La nostra speranza è che questa lettera a Lei indirizzata, sottoscritta da molti di noi professori di i prima fascia del settore e da quasi tutti i membri del direttivo della Societa’ Italiana di Statistica, abbia l’effetto di ricordare a chi dovesse essere eletto in commissione, se mai ce ne fosse bisogno, di adoperarsi affinché sia rigorosamente applicato, nella valutazione, il criterio principale che la legge sancisce per l’accesso al ruolo di prima fascia: la presenza di una produzione di livello adeguato, largamente riconosciuta dalla comunità scientifica.
In attesa di una sollecita revisione della norma, questo appello alla nostra deontologia professionale ci pare lÂ’unica strada da percorrere.

Con i più cordiali saluti

Seguono 40 firme          

PERCHE’ AUMENTA IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE

Dopo due anni di continua discesa, il tasso di disoccupazione nel primo trimestre dell’anno in Italia è tornato a crescere: 7,1 per cento rispetto al 6,4 per cento del primo trimestre del 2007. Non è una buona notizia, ma deve comunque essere letta con attenzione. Il tasso di disoccupazione può aumentare perché diminuiscono gli occupati o perché aumentano le persone che vogliono cercare un lavoro. In Italia negli ultimi dodici mesi sono stati creati più di trecentomila posti di lavoro grazie a un importante contributo dei lavoratori stranieri. Il tasso di occupazione, il rapporto tra occupati e persone tra 15 e 65 anni, è infatti aumentato ancora e si attestato al 58,3 per cento. In sostanza il tasso di disoccupazione è aumentato perché vi è stato un massiccio aumento dell’offerta di lavoro. L’aumento della disoccupazione non è ancora un fenomeno preoccupante, anche perché ad aumentare è stata soprattutto la componente femminile della forza lavoro, con una crescita quasi del 4 per cento in tutto il territorio, mezzogiorno compreso. Se il mercato del lavoro funziona, queste persone troveranno presto un lavoro e contribuiranno ad aumentare il tasso di occupazione del Paese. A livello legislativo, il Governo ha presentato una serie di modifiche legislative sulla regolamentazione dl lavoro. Il disegno di legge prevede la reintroduzione del lavoro a chiamata, una figura prevista dalla legge Biagi e cancellata dal Governo Prodi. Si prevede anche un’ulteriore liberalizzazione del lavoro a termine, con l’introduzione di deroghe oltre i 36 mesi introdotti nella precedente legislatura. Si tratta, tutto sommato, di modifiche marginali e che non cambieranno in modo significativo il nostro mercato del lavoro. Più importante è invece l’abolizione completa del divieto di cumulo tra pensione e lavoro. E’ una misura che certamente contribuirà a aumentare il tasso di occupazione degli individui sopra i 55 anni. Ne avevamo bisogno.

LA RISPOSTA AI COMMENTI

La democrazia in Europa

La tesi del dissenso disinformato dell’Irlanda sul trattato di Lisbona ha attirato diversi commenti, molti di adesione, ma anche molti di critica. Ringraziando tutti i lettori, cercherò di fornire qualche risposta ai critici

Valutate nel loro complesso le osservazioni critiche mi pare possano essere raggruppate in due filoni.

A) Non tiene il presupposto centrale della tesi sostenuta, vale a dire l’impossibilità di porre la questione della ratifica del trattato d Lisbona ad un referendum, per l’inevitabile complessità e lunghezza della materia oggetto del trattato. Anzi, gli irlandesi sono una frazione infinitesimale di europei che si sono pronunciati contro l’Europa, per il solo fatto che sono gli unici che sono stati messi nella posizione di esprimersi. Se referenda fossero stati indetti in tutti i 27 paesi, probabilmente il no sarebbe espresso dalla maggioranza dei cittadini.
B)  Le politiche europee, molte delle quali non piacciono (allargamenti improvvidi, dumping sociale, euro, politiche commerciali eccessivamente liberiste, ecc), sono decise da ‘tecnici’, ovvero ‘oligarchie’ più o meno illuminate, e i cittadini non hanno (o hanno scarsissimo) diritto di parola. Dunque ben vengano i referenda e i conseguenti esiti negativi. 

Proverò a dimostrare che entrambe queste osservazioni non sono molto solide.
Per quanto riguarda la posizione sub A) posso tranquillamente ammettere che se proponessimo ai cittadini un quesito referendario analogo a quello sottoposto agli irlandesi, la maggioranza degli europei risponderebbe come questi ultimi. Il quesito nella sostanza era questo: “volete voi accettare un trattato incomprensibile il cui eventuale rifiuto non cambia nulla nelle vostre vite?” Occorre un bella fede europea per rispondere sì.
Ma perché non proporre invece un quesito di questo genere: “volete voi denunciare i trattati europei, sostenendo i costi della non-Europa?” A me sembra che anche questo sia un modo del tutto legittimo e più esaustivo di interrogarci sull’Europa. In questa maniera ci domanderemo seriamente se siamo disposti ad abbonare quella casa comune che ci garantisce benessere e pace da 60 anni. Se siamo disposti ad abbandonare le regole sulla tutela dei consumatori, della concorrenza, dell’ambiente, dell’educazione, della sanità, della ricerca, del sostegno all’agricoltura, della distribuzione di fondi strutturali di cui, ad esempio, Italia e Irlanda, hanno ampiamente usufruito negli ultimi 30 anni.
Forse saremmo meno sicuri anche su questioni a cui oggi risponderemo con un no secco. Ad esempio, l’abbandono della politica commerciale comune ci farebbe riacquistare la sospirata sovranità commerciale ma, Stati Uniti e Cina, invece che con il gigante Unione europea, si troverebbero a poter trattare con 27 nanetti (alcuni dei quali praticamente invisibili dal punto di vista economico) che giocano separatamente e contraddittoriamente. Un buon risultato?
Insomma a seconda della domanda che si pone ai cittadini, e del dibattito che ne segue, credo che l’esito di un referendum possa essere molto diverso e questo conferma la tesi che esso non è uno strumento idoneo per decidere su un tema complesso e articolato come l’Europa. Su questo tema devono deliberare i Parlamenti, posto che questi sono eletti dai cittadini proprio con il compito di prendere decisioni tecnicamente complesse e politicamente delicate, e soprattutto lontano da suggestioni populiste.

Vengo alla critica sub B) secondo la quale in Europa le decisioni sono prese in maniera non democratica da euro-burocrati. Non è affatto così.
Come è (o dovrebbe essere) ampiamente noto, i grandi orientamenti politici europei sono decisi dal Consiglio di Capi di Stato e di Governo, dove siedono i responsabili politici degli Stati membri (per l’Italia, il nostro Primo Ministro). Tali orientamenti vengono tradotti in proposte dalla Commissione europea. Questo organo, peraltro nominato dai governi nazionali, è effettivamente quello in cui operano i c.d. euro-burocrati, ma il punto sta che esso non decide nulla in maniera definitiva. Affinché un atto di portata legislativa (regolamento o direttiva) sia adottato, occorre un doppio assenso alla proposta della Commissione: anzitutto è necessario il voto del Consiglio dei ministri degli Stati membri e successivamente occorre il voto positivo del Parlamento europeo. Se uno di questi due organi non è d’accordo, l’atto non entra in vigore.
I ministri che siedono nel Consiglio sono i componenti dei nostri governi e dunque sono soggetti al controllo e alla fiducia dei nostri parlamenti nazionali. Il Parlamento europeo lo eleggono direttamente i cittadini dei paesi europei in base alle singole leggi elettorali nazionali. Quest’ultimo, se il trattato di Lisbona entrerà in vigore, eleggerà il Presidente della Commissione.
In questo quadro, com’è possibile sostenere che qualcuno, a Bruxelles, magari un burocrate senza volto e senza mandato elettivo, decide per noi? Non è piuttosto vero che spetterebbe a noi essere più attenti a cosa fanno a Bruxelles i nostri governi, sostenuti dalle nostre maggioranze parlamentari? Ovvero chiedere conto ai parlamentari europei a cui abbiamo dato il voto? Ovvero tenere a mente, quando sentiamo i nostri politici dire “ce lo ordina Bruxelles”, che in realtà a Bruxelles quelle decisioni le hanno prese loro insieme ai governi degli altri Stati?
Certo, l’Europa ha bisogno di spiegarsi ai cittadini europei e questi hanno bisogno di interrogarsi sull’Europa. Il paradosso è che cittadini europei ed Europa sono la stessa cosa.

UNA NUOVA UNIONE DALLE CENERI DEL REFERENDUM

Il sistema di incentivi non funziona se una piccola nazione può punire Bruxelles e la sua classe politica a costi bassissimi. L’Irlanda rappresenta l’1 per cento dell’Unione Europea e il costo del suo no ricade sull’altro 99 per cento. Ma la soluzione per superare il veto irlandese c’è, anche se è radicale: gli altri Stati membri dovrebbero abbandonare la vecchia Unione e fondarne una nuova con il Trattato di Lisbona come legge fondamentale. A quel punto gli irlandesi dovrebbero dire se vogliono stare dentro o fuori la nuova Europa.

PER CHI SUONA IL NO DELL’IRLANDA

Gli interessi economici sono stati uno dei fattori che hanno determinato l’esito del referendum irlandese sul Trattato di Lisbona. La distribuzione del voto mostra una larga maggioranza di sì nelle aree più ricche, mentre in quelle più povere ha prevalso il no. Come in Francia, i lavoratori non qualificati si sono sentiti minacciati dalla concorrenza e dall’immigrazione dai paesi dell’Est Europa. Ma se gli elettori della classe operaia e delle campagne votano sistematicamente contro una maggiore integrazione europea, i leader politici non possono far finta di niente.

UN TRATTATO DA ATTUARE COMUNQUE

Il referendum irlandese conferma la difficoltà delle classi dirigenti nazionali, generalmente favorevoli all’Europa, a mantenere su questa linea il consenso dell’opinione pubblica interna. Invece di diventare un punto di riferimento rassicurante, le politiche dell’Unione hanno talora alimentato le paure, con messaggi confusi su mercato del lavoro, immigrazione, sicurezza interna, ambiente, prezzi dei beni alimentari. La ricerca di compromessi ha frenato la capacità di agire in difesa dei cittadini europei. Nulla vieta di adottare presto le norme su presidenza e ministro degli Esteri.

LE SORTI DELL’EUROPA

Il no dell’Irlanda al Trattato di Lisbona ripropone la contraddizione di un’Europa che deve raggiungere una maggiore integrazione e dotarsi di istituzioni più efficaci e responsabili e che però non riesce a superare gli ostacoli frapposti da piccole minoranze. Con conseguenze assai serie. Tuttavia, non vi è un termine ultimo per la ratifica e si può cercare di riavviare il negoziato. Intanto, gli altri paesi dovrebbero confermare rapidamente gli impegni assunti. Vale soprattutto per l’Italia. Per far parte di un’avanguardia coesa che vada avanti comunque.

LA NAZIONALIZZAZIONE NON E’ UNA RICETTA PER BANCHE

La stabilità finanziaria è un bene pubblico e nei casi di crisi governi o banche centrali devono poter intervenire. Ma con un intervento di breve termine, teso a ristabilire la fiducia nel sistema. La soluzione della nazionalizzazione solleva molti dubbi proprio per i vincoli comunitari sugli aiuti di Stato. Meglio un sistema di regole su misurazione del rischio, gestione dei prodotti strutturati e operazioni fuori bilancio, supervisione degli intermediari, cooperazione e scambio di informazioni tra autorità e attori del mercato. Rafforzando la tutela dei risparmiatori.

SUBPRIME, RISCHIARE CON I SOLDI ALTRUI

E’ più facile scommettere con i soldi degli altri. Una semplice verità che è alla base delle crisi finanziarie, compresa quella dei subprime. Con la cartolarizzazione dei prestiti, gli intermediari finanziari non hanno alcun interesse a valutare l’affidabilità del cliente. Tanto più se le banche cercano di sfruttare al massimo le possibilità che si aprono con i nuovi strumenti finanziari. Ma ciò che il denaro facile degli anni Duemila ci ha dato, ci sarà tolto dalla stretta creditizia che si annuncia. Senza dimenticare che la crisi potrebbe allargarsi ad altri settori.

IL NO IRLANDESE, UN DISSENSO DISINFORMATO

Per loro stessa ammissione, gli irlandesi hanno votato no al Trattato di Lisbona perché non ne capivano il contenuto. Ma non esiste alcun modo di scrivere le regole della vita comune di ventisette paesi in modo immediatamente leggibile anche per i non esperti. Il problema è aver sottoposto a referendum una tale materia. Tradendo così la logica e lo spirito della moderna democrazia parlamentare. Ora una soluzione potrebbe essere l’entrata in vigore del Trattato senza l’Irlanda. Che dovrebbe uscire da tutto il sistema dell’Unione.

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