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Riformare si può

Vincere le resistenze politiche ed elettorali alle riforme strutturali è possibile. Governi con ampie maggioranze parlamentari e internamente coesi possono imporre alle opposizioni parlamentari interventi che interessino un vasto strato dell’economia e che favoriscano, nel medio periodo, il loro elettorato. Per Governi meno forti, è invece necessaria una fase di costruzione del consenso politico attraverso la concertazione tra le diverse forze in campo. Soprattutto, però, serve informazione sui costi e i benefici presenti e futuri delle riforme.

L’in house tra Europa e Italia

La Corte di giustizia europea riconduce l’in house a un soggetto che opera dentro la pubblica amministrazione ed è funzionale al perseguimento degli interessi generali. Invece, nel nostro paese si conferma il timore della concorrenza in settori cruciali, come i servizi pubblici locali. L’adozione di misure liberalizzatrici più spinte nei settori a chiara vocazione industriale, potrebbe indurre la pubblica amministrazione a cercare di catturare i vantaggi di un mercato effettivamente concorrenziale, a beneficio della sua crescita professionale e degli utenti.

Sommario 27 giugno 2006

Si avvicina il nostro compleanno: vi chiediamo due minuti per rispondere a un questionario. Ci servirà per migliorare il servizio. Grazie.

La timida crescita del 2006 rischia di durare poco se non si fa qualcosa per allentare i vincoli che frenano l’economia italiana. Con un petrolio così caro, è sempre più urgente che il governo riempia di contenuti la delega in bianco che chiede per liberalizzare i mercati dell’elettricità e del gas. Senza dimenticare il risparmio energetico e le fonti alternative. Un po’ di coraggio ci vorrebbe anche per ridurre drasticamente gli aspetti anti-competitivi dell’affido di incarichi in-house (cioè senza appalto pubblico) nella pubblica amministrazione. Tenendo a mente che, come si impara dall’esperienza degli altri paesi Ocse, far passare le riforme non è un’impresa impossibile anche per governi deboli o poco coesi, soprattutto se i cittadini sono informati sui loro costi e benefici.  Speriamo di trovare queste riforme nel Dpef, che secondo la legge, deve essere consegnato al Parlamento entro il 30 giugno. 

Otto squadre si contendono la vittoria ai mondiali di calcio. Chi vince avrà davvero vantaggi economici?

Roberto Convenevole commenta l’articolo di Arachi, Fiorio e Zanardi sull’Iva. La controreplica degli autori.

Il goal non segna la crescita

L’Italia ha vinto i campionati del mondo di calcio. La banca olandese Abn-Amro aveva accreditato l’Italia di uno 0,7 per cento in più di crescita in caso di vittoria ai mondiali. Ma lo scenario non ha nulla di reale. Infatti, lo studio non cerca di isolare l’effetto della vittoria sul Pil dopo aver tenuto in considerazione tutte le altre variabili che determinano la performance di unÂ’economia. Se poi si guardano i dati, si scopre che chi vince va peggio dal punto di vista economico rispetto all’anno immediatamente precedente e al successivo. E che il paese vincitore cresce meno in media dell’altro finalista.

Le società calcistiche, colossi finanziari con i piedi d’argilla

“Calciopoli” ci ricorda che l’asset principale delle società sportive professionistiche non è allocato dal mercato, bensì dall’ordinamento sportivo, in base a regole e principi, sostanziali e procedurali, che poco hanno a che vedere con codice civile e codice di procedura civile. Non è dunque possibile sostenere la completa omologazione delle società sportive alle “altre” società. Ed è perciò tempo di metter mano alla normativa che le regola, ormai inadeguata, soprattutto perché frutto di riforme parziali e disorganiche.

Una riforma in dieci punti

La riforma costituzionale incide sul 40 per cento degli articoli della Costituzione vigente. Diminuiscono deputati e senatori. Ma sono previsti almeno tre procedimenti legislativi. Il Senato è sottratto al circuito fiduciario Parlamento-Governo. Nei rapporti tra Stato e autonomie locali alle norme pro-devolution si affiancano quelle anti-devolution. Nuove funzioni per il Presidente della Repubblica. E con il premierato si instaura un modello costituzionale inedito, che elimina alcuni dei sistemi di pesi e contrappesi tra esecutivo e legislativo.

Costituzione, dove cambiarla

Le riforme utili e necessarie sono quelle che adeguano le istituzioni alle circostanze esterne, non quelle che cercano di forzare in una qualche direzione lo sviluppo della società politica e delle istituzioni. Il decentramento e il federalismo sono tendenze generalizzate in tutti i paesi occidentali. La trasformazione della pubblica amministrazione anche. L’Unione Europea pure. Ma con tutti questi temi, la riforma costituzionale non fa i conti. Come dimostrano le scelte pericolose e inefficaci su premierato e Senato federale.

Il federalismo dietro il referendum

Più chiari i rapporti tra livelli di governo se la riforma costituzionale esce confermata dal referendum? Non proprio: il limite principale delle nuove norme è di prevedere troppi decisori. Il rischio è la confusione e la crescita della spesa. Se è vero che si supera il bicameralismo perfetto, si definisce “federale” un Senato che ha pochi legami con i territori. Quanto al federalismo fiscale, rimane del tutto inalterato l’articolo 119, che invece andrebbe modificato. E con le norme di transizione c’è il rischio che a Regioni ed enti locali sia tolta ogni autonomia sulle proprie entrate.

Un referendum da riformare

Innalzare il numero di firme necessarie a supporto di un referendum da 500mila a un milione, e abolire il quorum. Due semplici modifiche che portano notevoli benefici. Il costo di proporre un referendum sarebbe più alto, e di conseguenza la “qualità” o rilevanza media dei referendum aumenterebbe. Il risultato della consultazione sarebbe deciso solo dagli elettori effettivamente interessati, e non più dagli indifferenti e disinformati. Sarebbe più lineare l’analisi del voto, mentre i partiti dovrebbero prendere posizioni più chiare.

L’onda lunga degli immigrati

Nel primo trimestre del 2006 l’occupazione totale in Italia è cresciuta dell’1,7 per cento. L’incremento interessa le donne, i giovani, i lavoratori ultra cinquantenni. E riguarda tutte le parti d’Italia, Mezzogiorno compreso. Ma più del 60 per cento dei nuovi lavori sono dovuti alla componente straniera. Sono individui a tutti gli effetti già occupati nel mercato del lavoro, lentamente evidenziati dalle statistiche nazionali. Comunque, i dati riflettono un mercato in salute e in continua crescita. Mentre il tasso di disoccupazione scende al 7,4 per cento.

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