
L’introduzione dei limiti anagrafici al pensionamento ha riportato verso l’alto i tassi di occupazione maschili nella fascia di età 50-60 anni. Incentivi e disincentivi economici apprezzabili possono perciò rivelarsi efficaci per ritardare le uscite dal mondo del lavoro. Con una nuova domanda sullo sfondo: ha ancora un senso mantenere l’istituto della pensione di anzianità in assenza di penalizzazioni?
I ragazzi italiani vivono in famiglia più a lungo dei loro coetanei europei perché non hanno la sicurezza del posto di lavoro. Colpa di un sistema che protegge i lavoratori più anziani, facendo ricadere sui più giovani tutto l’onere della flessibilità . Mantenere il generoso sistema pensionistico per permettere ai padri di mantenere figli trentenni è una soluzione sbagliata e costosa. Vanno invece rimosse le rigidità del mercato del lavoro.
L’analisi del sistema pensionistico italiano con criteri di contabilità intergenerazionale rivela uno scenario demografico particolarmente sfavorevole per gli equilibri futuri di finanza pubblica. E mostra che le generazioni sin qui esentate dalla riforma Dini hanno ricevuto un “bonus” molto consistente. La lunga transizione ha impedito un pieno risanamento. Le giovani generazioni rischiano di dover pagare in futuro una bolletta ancora più salata.
Opinioni autorevoli sostengono che la riforma delle pensioni non è urgente. È vero invece il contrario perché il sistema è già oggi in forte squilibrio e genera iniquità intragenerazionali oltreché fra giovani e anziani. Continuare a rinviare ogni decisione aggrava i problemi e ha costi politici elevati perché gli elettori invecchiano e diventano sempre meno favorevoli a riforme “eque”, che ripristino una uniformità di trattamenti fra giovani e anziani.
Con una replica di Eugenio Scalfari e risposte alle sue domande degli autori (nonchè gli articoli di Luciano Gallino ed Eugenio Scalfari precedentemente apparsi su “la Repubblica”) .
In molti si sono cimentati a mostrare che la spesa previdenziale vera e propria sarebbe molto inferiore a quella indicata nelle cifre ufficiali. Con questo si cerca di ridurre la gravità del problema della sostenibilità del sistema. Ma molte voci indicate come assistenza sono invece forme di assicurazione contro i rischi di una carriera saltuaria (pensioni minime) o di invalidità . D’altra parte, la riforma Dini ha già ben inquadrato questa distinzione, si tratta solo di accelerarne l’applicazione.
Il Documento di programmazione economico-finanziaria 2004-7 si segnala più per le cose che non dice, che per quelle che dice. Fra i grandi assenti le pensioni, di cui tanto avevano parlato i Ministri recentemente. Il Governo ha perso un’importante occasione per rassicurare i cittadini su ciò che intende fare. Il silenzio alimenta solo l’incertezza, peggiore nemica di investimenti e consumi. Parliamo allora noi di pensioni. Contestando il modo con cui autorevoli commentatori ignorano i costi di stare in mezzo al guado, con l’acqua alla cintola. Settant’anni per introdurre il sistema contributivo sono davvero troppi. Un costo insopportabile per il bilancio pubblico e le giovani generazioni. Non servirà nemmeno ad acquisire consenso per le riforme. Al contrario, aspettando sarà politicamente più difficile completare le riforme.
Segretario Generale della Cgil
4 luglio 2003
“Avere a disposizione informazioni, analisi e commenti, stimoli e suggerimenti per potersi costruire un’opinione propria e critica, una lettura indipendente e autonoma della realtà è molto importante per chi, come me, ha l’onore di guidare il primo sindacato italiano. Nel breve arco di un anno di vita, lavoce.info è riuscita a costruire con capacità divulgativa e rigore di analisi un inedito ponte fra l’accademia e tutti coloro che sono interessati ai problemi dell’economia italiana.
In una situazione non chiara sullo stato reale dei conti pubblici, in un Paese che non cresce e in cui esiste il rischio di declino industriale produttivo –come da soli, molto tempo fa abbiamo denunciato–, in una situazione politica italiana in cui l’esecutivo si occupa d’altro e non dei problemi veri del Paese, delle retribuzioni che calano, della perdita del potere d’acquisto dei lavoratori e dei cittadini, lavoce.info rappresenta una fonte interessante di analisi, libera e autorevole, che può contribuire ad “accendere la luce” sui problemi veri dell’Italia. Perché si inverta una tendenza, si creino sviluppo e occupazione, perché con la ricerca, l’innovazione e la qualità , l’Italia può ritornare a crescere. Questo è il nostro impegno, tutte le “voci” che parlano di questo rappresentano per noi uno scambio fecondo e un confronto utile. Buon lavoro, anche per il futuro.”
Vicedirettore de Il Corriere della Sera
3 Luglio 2003
“Un patchwork di contributi originali e stimolanti. Letture a volte non facilissime, ma sempre tagliate che spesso aprono squarci inattesi. La mancanza di un progetto editoriale organico è sicuramente un limite, in parte compensato dalla “freschezza” degli articoli”.
Professore di Finanza aziendale all’Università Cattolica di Milano
1 luglio 2003
“Faccio con molto piacere gli auguri di buon compleanno a la voce.info. E’ stata un’idea brillante e di successo. Due i meriti. In un Paese dove la politica economica si basa quasi sempre sui pregiudizi ideologici e le convenienze del momento, lavoce.info è un esempio concreto di come l’analisi economica, seria, dovrebbe essere utilizzata dai media. Lavoce.info permette anche a tanti economisti di cimentarsi nel dibattito di politica economica: è un bene perché li aiuta a comprendere meglio i fenomeni che stanno studiando.
Ma come tutti i bambini, passati i primi compleanni, arrivano i problemi della crescita. Sul sito pubblicate articoli sugli argomenti più svariati, scritti da una pletora di commentatori qualificati, a disposizione di chi li voglia divulgare. Così, lavoce.info assomiglia sempre di più ad una versione italiana, on line, di Economic Policy. Oppure a un syndicate americano. Due modelli legittimi e prestigiosi: il primo è autorevole, ma poco incisivo (per le scelte di politica); il secondo molto innovativo, ma ragionevole se ha scopo di lucro.
Se l’ambizione de lavoce.info, però, era di incidere sulle decisioni di politica economica, ci sono almeno tre cambi di rotta che potreste discutere (tutti suggeriti dalla mia esperienza personale) :
1. affidare ogni tema prevalentemente ad un unico collaboratore, che martella su tutti gli argomenti collegati, assicurando la presenza costante di commenti, coerenti nel tempo. Più che l’intervento sporadico, per quanto autorevole, per avere efficacia, conta la continuità . Per alcuni di voi, il carico di lavoro aumenterebbe enormemente, e si ridurrebbe il numero dei collaboratori: ma credo sia un costo che dovete pagare per aumentare l’incisivitÃ
2. ridurre le analisi a posteriori delle misure di politica e degli eventi, aumentando invece le proposte, prima che le decisioni vengano prese
3. cercare la collaborazione regolare con un media che permetta a lavoce.info di raggiungere un vasto pubblico (modello BreakingViews?). L’indipendenza non è a rischio, perché dipenderà sempre e solo dalla vostra onestà intellettuale.
Ma non si fa politica economica parlando solo ad un’elite.
Un ultimo suggerimento: rileggete la sezione Cosa Vogliamo sul vostro sito. E’ sempre valida? Confesso che non mi è mai piaciuta perché è una dichiarazione politica (motivate la vostra nascita con l’avvento del governo Berlusconi; vi ricollegate alla Voce di Prezzolini e Montanelli che nacquero dichiaratamente per essere voci “contro”): legittima, e in parte condivisibile. Ma incoerente con la pretesa di essere obiettivi: un’affermazione manichea, perchè è giusto che la politica (anche se economica) sia guidata da un’ideologia. E le ideologie sono per definizione parziali. Meglio allora dichiarare apertamente i propri prior beliefs: aumenterebbe la trasparenza, senza ridurre il valore delle analisi.
Sarei molto felice se qualche mio commento fosse utile almeno a rafforzare le vostre convinzioni. Ancora tanti auguri”