VENERDì 15 MAGGIO 2026

Lavoce.info

La crisi dell’IG-Metall

Rassegna stampa – La crisi dell’IG-Metall

Il fatto. Niente di decisivo alla riunione dei vertici della IG Metall dell’8 luglio, in cui si dovevano stabilire le responsabilità e trarre le conseguenze politiche della disfatta di fine giugno, quando dopo quattro settimane di scioperi si è dichiarata chiusa con un fallimento la lotta dei metalmeccanici dei Länder orientali per l’ottenimento della settimana di 35 ore, come è previsto dal ‘95 nelle imprese occidentali. A dire il vero gli occupati delle acciaierie orientali (8000), che fanno parte dell’IG Metall e hanno partecipato per lo stesso motivo agli scioperi, hanno ottenuto con l’accordo siglato già il 7 giugno con l’AGVS (associazione dei datori di lavoro di categoria) di arrivare gradualmente nel 2009 alla settimana di 35ore, fatta salva una clausola di supervisione, per cui se le condizioni economiche dovessero peggiorare in modo drastico i partner contrattuali faranno slittare di un anno l’accordo. Tale accordo non ha riguardato i metalmeccanici (310000), determinando per la prima volta dallo sciopero in Baviera del 1954 la sconfitta delle loro rivendicazioni. .

Punti di vista. La riduzione d’orario, presentata come una questione di equità dopo 13 anni dalla riunificazione, avrebbe portato – secondo IG-Metall – ad una maggiore occupazione, in quanto avrebbe suddiviso la stessa quantità di lavoro su più occupati: la differenza nel costo unitario del lavoro, inferiore del 10% all’est rispetto ai Länder occidentali, avrebbe permesso alle imprese di finanziare il taglio d’orario.
Per il presidente di Gesamtmetall (associazione dei datori di lavoro della categoria), Martin Kannegiesser, la settimana di 35 ore avrebbe compromesso 20000 posti di lavoro e significato una rinuncia all’unico vantaggio competitivo che le imprese hanno nella localizzazione ad est. I datori di lavoro si sono dunque rifiutati sia di stabilire una data per l’inizio della riduzione d’orario, sia di introdurre gradualmente la settimana di 35 ore. Si è anche proposto di affidare ad economisti indipendenti il raffronto di determinati parametri chiave delle imprese orientali – quali produttività o quota di capitale proprio – con quelli delle imprese occidentali e solo quando vi fosse stato un allineamento pensare ad una riduzione dell’orario.
Dopo un tentativo di accordo vi è stato un progressivo allontanamento delle parti, anche su punti dove in precedenza si era trovato consenso: i datori di lavoro avevano offerto un corridoio contrattuale di 35-40 ore, in cui le imprese potevano decidere sul volume di ore lavorative, a partire dal primo aprile 2005 vi sarebbe poi stata una riduzione da 38 a 37 ore con conseguente aumento della retribuzione oraria del 2,7%, ma nessuna ulteriore riduzione fino al 31 dicembre 2008. L’IG Metall proponeva da parte sua un primo taglio dell’orario a partire dal gennaio 2004 e il raggiungimento delle 35 ore nel 2009, lasciando alle parti aziendali le decisioni in merito alla realizzazione e accettando eccezioni per le imprese in difficoltà. Pur dichiarando di non voler essere coinvolti in questa battaglia sindacale, diversi importanti esponenti politici non hanno mancato di prendere posizione, sottolineando l’isolamento in cui questa battaglia ha portato il sindacato. Lo sciopero è stato considerato con scetticismo dallo stesso cancelliere e il ministro degli Interni Schily ha espresso valutazioni negative sui funzionari che avevano guidato la protesta, così come aveva preso le distanze dal sindacato il presidente SPD della Sassonia Anhalt (uno dei Land coinvolti nello sciopero). Non solo la presidente del gruppo parlamentare Csu-Cdu Angela Merkel, ma anche il ministro dell’economia Wolfgang Clement, sostenuti in questa posizione dal prof. Zimmermann del Diw (uno degli istituti di ricerca economica), hanno dichiarato che sarebbe invece auspicabile seguire l’esempio dell’est e ricorrere a orari di lavoro più lunghi anche all’ovest. Comunque respiro di sollievo sia nella maggioranza che nell’opposizione per la fine di questo sciopero che aveva bloccato la produzione anche in alcune imprese occidentali, fra cui VW e BMW, come conseguenza dell’astensione dal lavoro di imprese dell’indotto orientale.

Conseguenze. Passando in rassegna i punti importanti emersi dal fallito sciopero, vi è senza dubbio il palese contrasto che si sta consumando all’interno dei vertici sindacali, per la successione di Zwickel. Il presidente uscente, che aveva visto nominare suo malgrado come successore Peters al posto del più gradito Huber (designato come vice per dare rappresentanza alle due anime della IG), ha addossato proprio a Peters il fallimento della lotta sostenendo che questi non aveva in realtà dato le giuste informazioni sullo svolgimento e i rischi dello sciopero né fornito i dati reali sulla situazione economica delle imprese orientali; lo stesso Peters aveva dichiarato di non avere avuto il sostegno da parte della centrale sindacale e da alcuni consigli di fabbrica occidentali. In realtà la lotta che si sta consumando e che lacera il più importante sindacato del mondo (2600000 iscritti), determinando ormai da tempo immobilismo ed emorragia di iscritti, è una sfida fra sindacalisti schierati su posizioni tradizionali che vedono nel sindacato una difesa dei propri iscritti (Peters) e riformatori (Huber) che sarebbero pronti a ripensare a un nuovo ruolo per il sindacato, più attento alle mutate condizioni economiche e sociali.
Un altro punto importante è il rapporto fra contratto collettivo e contratti d’impresa; questo sciopero per le 35 ore ha rappresentato in un certo senso solo un evento di facciata e anche se si fosse risolto positivamente sarebbe stato unicamente una vittoria simbolica: già ora solo 300 delle 3000 imprese metallurgiche fanno parte dell’associazione dei datori di lavoro e di queste secondo uno studio della Otto Brenner Stiftung (fondazione vicina al sindacato) solo la metà si attiene alle 38 ore stabilite contrattualmente, nel resto del settore si lavora più a lungo. D’altra parte vi sono già imprese (non più di una dozzina) che si possono permettere per produttività questo taglio di 3 ore settimanali, per le altre ciò potrebbe significare lo spostamento delle produzioni nella Repubblica ceca, dove i lavoratori dell’auto lavorano per un quinto del salario. Con questo fallimento vi è ora il rischio che venga definitivamente decretata la fine della contrattazione collettiva: possibilità temuta non solo dai sindacati ma anche da una parte dei datori di lavoro che per bocca dello stesso Kannegiesser mettono in guardia da sentimenti di trionfo di fronte a questa sconfitta storica e invitano a ricostruire il quadro contrattuale a cui abbinare clausole di apertura, altrimenti non si farà che portare il conflitto all’interno di ogni impresa. Anche Hundt, presidente della Bundesvereinigung der Deutschen Arbeitgeberverbände (Unione delle associazioni dei datori di lavoro), invita a non erodere ancor di più la contrattazione collettiva cercando di ottenere il taglio dell’orario attraverso contratti aziendali.
Un altro punto che emerge da questa lotta sindacale è la volontà di alcuni politici e rappresentanti dell’economia di riformare nel quadro di una revisione del diritto del lavoro anche le norme riguardanti il diritto di sciopero. Lo stesso Hundt, ma anche il vicecapogruppo della CSU-CDU Friedrich Merz, chiedono una protezione legale della maggioranza, per cui in futuro minoranze di lavoratori non possano più decidere attraverso gli scioperi di bloccare le produzioni. Nelle fabbriche i consensi ottenuti fra gli aventi diritti al voto, ovvero gli iscritti all’IG Metall, erano a seconda dei Länder 78,8-79,94% e quindi superavano la maggioranza prevista per lo sciopero (75%), ma rispetto agli addetti del settore erano meno del 10%.

Conclusioni: la riunione dell’8 luglio non ha portato ad una soluzione della leadership nell’IG Metall, per cui non è chiaro se al suo interno riusciranno a convivere grazie alla scelta di un tandem le due anime dei metalmeccanici o se vi sarà la prevalenza di una o dell’altra, tenendo presente che molti della base preferirebbero la figura dura e pura di Peters, mentre fra le élite sindacali (medi e alti funzionari) vi è la propensione a scegliere un riformatore. La questione è dunque in discussione fino alla “giornata sindacale”, in cui vi sarà l’investitura del nuovo presidente dell’IG Metall e che da ottobre potrebbe essere anticipata per risolvere la crisi di leadership che grava sul sindacato.

Sächsische Metaller beschliessen Streik“, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 30.5.2003

Verhärtete Fronten im Metalltarifstreit“, Faz , 3.6.2003

Streik in Ostdeutschland gescheitert“, Faz, 28.6.2003

Eine Chance für die IG Metall“, Berliner Zeitung, 30.6.03

Aufmarsch der Papiertiger “, Der Spiegel, 23/2003

IG Metall –Flucht oder Neuanfang“, Sueddeutsche Zeitung, 7.7.03

Chronik eines gescheiterten Streiks“, manager-magazin.de, 8.7.2003

Hartes Ringen in der IG-Metall-Zentrale “, tagesschau.de, 8.7.03

Machtkampf in der IG-Metall überdeckt tiefe Krise“, Handesblatt.com, 8.7.03

Zwickel weist Kritik an seiner Führungsstärke zurück“, Financial Times Deutschland, 9.7.03

Der Machtkampf geht weiter“, tagesspiegel.de, 9.7.03

Schily attackiert IG-Metall-Vize Peters“, Sueddeutsche Zeitung, 9.7.03

SPD und Gewerkschaften: Die Zeiten haben sich geändert“, Faz, 10.7.03

Das Kabinetts-Stück“, Die Zeit, 28/2003

www.igmetall.dewww.bda-online.dewww.vsme.dewww.diw.de – www.gesamtmetall.de

Il Patto italiano: perché non esportarlo in Europa?

Il modello italiano.
L’eredità del Patto del 1993 consente di rilanciare il modello italiano dei patti sociali nelle nuove condizioni economiche e politiche del 2003. La “nuova concertazione” tuttavia si distingue nettamente dalle esperienze precedenti: essa deve essere di tipo europeo per le sue caratteristiche e per la visione di riequilibrio strutturale e di integrazione economica internazionale che propone.

Le prospettive economiche.
Il confronto con il 1993 parte dalle prospettive economiche: nel 1993 siamo all’inizio di una fase di crescita economica sostenuta tirata dagli USA e dalla “new economy”. In Europa l’attenzione é centrata sul mercato unico, sull’UEM e sulle condizioni per l’allargamento. In Italia l’enfasi è sulle politiche di disinflazione, risanamento finanziario e consolidamento fiscale. Oggi, ci troviamo di fronte a rischi di recessione, squilibri dell’economia internazionale, difficoltà dell’Europa a fare da locomotiva e crisi di competitività e di investimenti nell’economia italiana. Nella fase precedente il 1993, il disavanzo delle partite correnti americane era stato riportato in equilibrio grazie alla “concertazione” del Plaza e alla forte rivalutazione di marco e yen. L’Europa ne pago’ il prezzo con la rottura dello SME e le crisi finanziarie dei paesi a moneta debole, tra cui l’Italia. Oggi l’economia europea, e ancor piu’ quella giapponese, hanno vincoli strutturali alla crescita e non paiono in grado di tenere una forte rivalutazione del cambio; l’Asia e la Cina non fanno la loro parte, e quindi c’è il rischio che l’aggiustamento dell’economia americana si realizzi con un impatto sulla crescita dell’economia mondiale. Una recessione globale avrebbe un’incidenza drammatica sugli squilibri Nord-Sud, che permangono gravi e che minacciano anche la sicurezza nei paesi industrializzati. L’Italia è particolarmente esposta in rapporto ai problemi aperti nei Balcani, nel Mediterraneo, nel Medio Oriente e nell’Est europeo. Un patto sociale in Europa potrebbe dare un segnale importante di riforma e di ripresa degli investimenti con incidenza positiva sulle aspettative, la fiducia delle famiglie e delle imprese. L’Italia potrebbe svolgere un ruolo di avanguardia in questo campo, non solo per le sue responsabilità di presidenza dell’UE, ma anche per la sua esperienza nel dialogo sociale. Occorre pero’ che nel patto siano coinvolti (direttamente o implicitamente) anche Ecofin e BCE.

I temi e i contenuti della nuova concertazione.
L’economia italiana si trova nel pieno dell’aggiustamento all’Euro e alle nuove condizioni che impone per i recuperi di produttività. I temi percio’ del dialogo sociale sono diversi da quelli del 1993: allora occorreva focalizzarsi sulla moderazione salariale, sulla struttura dei costi e della contrattazione, sulla riqualificazione del personale e la ristrutturazione dei processi produttivi. Oggi, piu’ che sulla “svalutazione interna”, occorre puntare invece sull’innovazione, la qualità dei prodotti e dei processi, la compatitività di sistema, le reti e le tecnologie, le infrastrutture, i servizi pubblici, la ricerca, ecc.

Il significato del Patto per le relazioni industriali.
La rivisitazione del Patto del 1993 in rapporto a quelli che lo precedono e lo seguono consente di definire un “modello italiano” di dialogo sociale. Esso non è riconducibile nè al modello neo-corporativo dell’Europa continentale, nè a quello neo-contrattualista dell’esperienza anglosassone. Esprime invece un modello originale di partecipazione, che allarga i confini della democrazia parlamentare e rende piu’ efficaci i meccanismi di “governance”.

I soggetti coinvolti.

La caratteristica fondamentale di questo modello di dialogo sociale è il pluralismo e il multilateralismo. Si contrappone percio’ nettamente al bilateralismo rigido della tradizione nordica e al tripartitismo neo-corporativo. Esso riflette d’altronde l’articolazione della struttura industriale e la complessità della società italiana. Nella cultura delle relazioni industriali del nostro Paese inoltre conta non solo la rappresentanza, ma anche la rappresentatività, e quindi l’ambizione a portare nella concertazione anche interessi generali, compresi quelli degli outsiders.

Il rapporto con il sistema politico.
Nel passato la concertazione ha svolto funzioni di supplenza rispetto alla debolezza degli esecutivi, alla democrazia bloccata, alla mancanza di alternanza. Oggi, il dialogo puo’ rappresentare l’espressione della maggiore stabilità politica, complemento e arricchimento della dialettica tra le forze politiche, strumento di partecipazione della società civile e delle forze produttive ai processi decisionali delle istanze democratiche. Il Patto sociale percio’ non si sovrappone, nè spiazza i Patti elettorali e la dialettica democratica tra maggioranza e opposizione. Non lede l’autonomia e la responsabilità dei diversi interlocutori (governo, parti sociali, organizzazioni non-governative) che restano responsabili dei loro processi decisionali.

Non conta solo il risultato, conta anche il processo.

Nel passato la vecchia concertazione ha dato importanza eccessiva agli aspetti formali, ai risultati cartacei, alla lettera degli accordi (che poi sono talora restati lettera morta). La “nuova concertazione” non è semplice strumento, ma deve essere fine in sè, modus operandi della economia e della politica della conoscenza. L’economia della conoscenza ha cambiato in profondità i termini del conflitto industriale.

Il dialogo sociale in Europa.

Questa interpretazione è coerente con i risultati cui giunge il Rapporto sul dialogo sociale in Europa della Commissione Rodriguez. Riflettendo sulla esperienza, sinora molto deludente, del dialogo sociale in Europa, la Commissione insiste sulla necessità di incidere sulla qualità dei processi, propone il metodo della “open coordination”, che ha già dato buoni frutti in altri campi della politica europea, indica la strada del benchmarking e degli indicatori per ancorare il dialogo alla concretezza e alla misurazione dei risultati raggiunti, e soprattutto punta sulla “peer pressure”, allo stimolo di miglioramento continuo e reciproco che viene dal confronto leale e reale sulle idée.

*Questo saggio è tratto dalla relazione presentata al Convegno su: “Politica dei redditi e coesione sociale a dieci anni dal Patto del 1993”, che si è tenuto presso la Camera dei Deputati il 23 luglio 2003.

Un Patto da affinare sfruttando i vantaggi del doppio livello

Il patto triangolare del luglio 2003

Nella storia recente delle relazioni di lavoro nel nostro paese, la ripresa della concertazione negli anni novanta, e in particolare il patto triangolare del 23 luglio 1993, sono stati visti come l’inizio di una nuova stagione in cui venivano superati molti dei tratti caratteristici della tradizione precedente: i) basso grado di regolazione e formalizzazione (o l’elevata informalità) delle procedure e delle relazioni tra una pluralità di attori, peraltro molto organizzati; ii) scarsa stabilità e prevedibilità quindi delle prassi e frequente ricorso al conflitto come modo per ridefinire l’equilibrio dei rapporti di forza e insieme per rafforzare il seguito delle organizzazioni di rappresentanza; iii) oscillazione frequente e disordinata tra centralizzazione e decentramento delle relazioni tra le parti e della contrattazione collettiva, senza chiara distinzione delle competenze dei diversi livelli; iv) difficoltà infine di attuare intenzionalmente strategie di razionalizzazione e riforma: processi di riorganizzazione in realtà avvenivano, e spesso in modo concordato, ma secondo modalità informali, pragmatiche, poco visibili e socialmente riconoscibili.
Come effetto dei patti, e in particolare dell’accordo triangolare di 10 anni fa, le relazioni di lavoro sono infatti andate in una direzione di i) maggior formalizzazione ed esplicita definizione di criteri di riferimento condivisi, di regole e procedure per la rappresentanza e per la composizione concordata del conflitto distributivo (politica dei redditi agganciata al tasso di inflazione programmata); ii) maggior prevedibilità delle prassi e maggior coordinamento di obiettivi e risultati, con una diminuzione sensibile del ricorso al conflitto; iii) affermazione di una struttura negoziale bipolare più ordinata, in cui si compongono un livello centralizzato e un livello decentrato, caratterizzati dal principio della specializzazione delle competenze; iv) avvio di una serie significativa di riforme (del pubblico impiego, delle pensioni, del mercato del lavoro) con la partecipazione delle parti sociali.

Un bilancio dieci anni dopo

Tentando un bilancio a un decennio di distanza, si può dire che in linea di massima la riorganizzazione e il riequilibrio delle relazioni industriali hanno avuto successo. A livello di performance generale del sistema, in base a dati di ricerca è stato osservato che l’accordo ha contribuito alla moderazione salariale degli anni novanta, facilitando il riequilibrio dei conti economici, ma permettendo d’altro canto di difendere il potere d’acquisto dei salari; che i differenziali retributivi tra settore manifatturiero e settori protetti (amministrazione pubblica e servizi di pubblica utilità) si sono ridotti; che il livello dei profitti nel corso del decennio è aumentato anche per l’aumento contenuto del costo del lavoro che è cresciuto meno della produttività; e che la moderazione salariale ha contribuito infine a stabilizzare l’occupazione nella prima metà degli anni novanta e a favorirne poi l’aumento.

E tuttavia il consolidamento del sistema si è rivelato più fragile del previsto. Da un lato sono venuti meno o si sono attenuati i fattori che avevano concorso al successo della concertazione centralizzata, primi tra tutti i condizionamenti che derivavano dalla partecipazione al processo di integrazione europea da una posizione iniziale di forte svantaggio, sul piano dell’inflazione e dei conti pubblici, rispetto a quella di altri paesi. L’ingresso nell’unione monetaria ha radicalmente ridotto infatti la portata della lotta all’inflazione come obiettivo unificante. Le osservazioni di Tito Boeri e Giuseppe Bertola su lavoce.info del 10 ottobre scorso circa la scarsa utilità oggi del tasso di inflazione programmata sono molto pertinenti.
Dall’altro, una volta usciti dalla situazione dell’emergenza, sono riemersi i limiti di relazioni di lavoro ancora non sufficientemente istituzionalizzate, in quanto largamente affidate alla logica dell’intesa tra le parti e non invece a meccanismi in qualche modo indipendenti dalla loro buona disposizione. Un risultato è stato l’affievolirsi dell’interesse alla cooperazione, via via che una o più parti – organizzazioni degli imprenditori o sindacati o governo – scorgevano l’opportunità di ottenere a breve vantaggi, materiali o simbolici, per altra via, come segnalato dalla ripresa di accordi e scioperi separati, o dall’affermarsi dell’idea che sia sufficiente cercare l’accordo “con chi ci sta”. Un altro risultato è stato l’insufficiente consolidamento delle strutture di rappresentanza in azienda: chi scrive è tra coloro che fin dall’inizio hanno pensato che l’accordo interconfederale del dicembre 1993 non fosse sufficiente e fosse invece opportuno dotarsi di una legge leggera in materia, per dare certezze ai comportamenti delle parti nei luoghi in cui si lavora eliminando i rischi di colpi di mano o i veti paralizzanti, così da facilitare uno sviluppo equilibrato della contrattazione di secondo livello. Ma questo è un tema che ci porterebbe lontano.
La vittoria elettorale dell’attuale governo di centrodestra nel 2001 è diventata infine l’occasione per cercare di rimettere in discussione molti degli elementi su cui si era ridefinito l’equilibrio precedente.

Le modifiche necessarie

Fin qui una sintesi stilizzata di un periodo in realtà molto denso di innovazioni e mutamenti; di un periodo che appunto per questo appare forse più lungo dei dieci anni che sono passati da quell’accordo di luglio, salutato subito come pietra miliare di un nuovo sistema di relazioni industriali e che oggi tutti o quasi si affrettano a dire che occorre modificare, o senz’altro superare.
In proposito vorrei aggiungere qualche riflessione, un po’ alla rinfusa e limitandomi ad alcuni aspetti che riguardano più propriamente la logica delle relazioni tra le parti.
Intanto c’è la questione di fondo se sia opportuno o meno disporre di un sistema bipolare di contrattazione. Il tema era emerso già cinque anni fa, quando la Confindustria aveva chiesto di superare la supposta “anomalia” italiana del doppio livello negoziale. Com’è noto, non se n’era fatto nulla e nel Patto di Natale del 1998 il sistema bipolare era stato confermato. La ragione più immediatamente convincente per conservare un doppio livello negoziale è quella che è arduo optare per un unico livello – centralizzato o, come probabilmente parrebbe più opportuno, decentrato – quando si ha di fronte un sistema produttivo che vede poche grandi aziende e un amplissimo tessuto di aziende piccole e piccolissime. Anche in un recente convegno a Modena a marzo di quest’anno, l’argomento è stato realisticamente ribadito dai rappresentanti della Confindustria.

I vantaggi di un sistema bipolare

Ma ci sono altre ragioni, forse un po’ meno evidenti, che riguardano i vantaggi, oltre che gli svantaggi, di tenere aperti – con opportuna delimitazione e chiarificazione delle competenze – entrambi i livelli.
Incominciando dai vantaggi del livello della contrattazione centralizzata o di tipo generalizzante, per le imprese – di un settore, o comparto con caratteristiche produttive omogenee – coordinare attraverso la contrattazione collettiva prezzo e condizioni d’uso del fattore lavoro è un modo relativamente conveniente di evitare o ridurre i rischi di una concorrenza sleale, o i costi di una competizione senza sponde. Come suggeriscono ricerche recenti, è significativo che persino negli ambienti britannici, in cui è venuta meno l’opportunità del coordinamento attraverso il contratto multi-employer, se ne cerchino, potremmo dire, dei sostituti funzionali. Ne sono degli esempi il monitoraggio ricorrente delle relazioni di lavoro, gli scambi di informazione fra le parti sociali nei policy networks in cui esse continuamente si incontrano, la retorica e la prassi del benchmarking, la creazione di authorities o di comitati misti competenti su specifici aspetti delle condizioni d’impiego: anche in un caso come questo il settore continua in realtà a essere punto di riferimento indispensabile per la definizione delle condizioni d’impiego del lavoro. Nel caso del nostro paese, nell’ultimo decennio il contratto nazionale di categoria non solo si è confermato, per il suo amplissimo grado di copertura, come il più adatto a definire le condizioni minime di impiego; ma si è rivelato anche in grado di aumentare e aggiornare le valenze virtuose del coordinamento centralizzato (si vedano le tendenze all’armonizzazione e unificazione dei contratti, alla riduzione della loro frammentazione, e, sia pur timidamente, alla creazione di nuovi contratti per regolare le condizioni d’impiego di nuovi settori e nuove forme d’impiego, come nel caso delle agenzie di lavoro temporaneo, o degli addetti delle società di ricerche di mercato).
Molti sono d’altro lato i vantaggi della contrattazione collettiva decentrata, in quanto metodo regolativo particolarmente coerente con i problemi che le imprese e le economie locali devono affrontare in un contesto molto meno prevedibile di un tempo, e in cui è aumentato d’importanza l’obiettivo della competitività. Nel nuovo mondo di molti lavori e molte posizioni lavorative che ne deriva, negoziare a livello decentrato permette non solo di far partecipare i lavoratori agli incrementi di produttività, ma soprattutto di definire in modi sperimentali e adattivi regole condivise più vicino a dove sorgono i problemi, e quindi di tener meglio in conto di particolarità e specificità, con possibili effetti virtuosi sia per la competitività delle imprese, sia per la tutela del lavoro.

Gli aspetti critici da rivedere

Se continua dunque a essere opportuno disporre di un sistema negoziale a due livelli, che permette sia di coordinare e armonizzare le condizioni minime, sia di definire in modo congiunto aspetti rilevanti delle effettive condizioni d’impiego del lavoro nei casi concreti, ci sono tuttavia almeno due aspetti critici da rivedere. Uno è quello dell’equilibrio tra i livelli. L’altro è l’evidente necessità di ripensare al secondo livello,, per sfruttarne meglio le potenzialità positive per entrambe le parti.
Dal primo punto di vista la direzione dovrebbe essere quella di imboccare in modo più deciso la logica del decentramento coordinato, od organizzato, quella che si rivela particolarmente proficua nel contesto delle economie coordinate di mercato tipiche della gran parte dei paesi europei. Ciò significa salvaguardare il ruolo d’impostazione e generalizzante dei contratti nazionali, alleggerendone la funzione normativa, e ampliare di conseguenza le competenze di merito della contrattazione decentrata.
Ma questo introduce subito l’altro aspetto: quello che occorre ovviare al fatto che la contrattazione di secondo livello è rimasta ancor poco diffusa. A mio avviso, ciò non significa affatto pensare tuttavia di semplicemente generalizzare il modello della contrattazione aziendale delle imprese medio-grandi. E non solo perché questa estensione si rivelerebbe irrealistica nel caso delle imprese più piccole. Ma anche perché di questo livello decentrato credo si debbano valorizzare molto più esplicitamente di quanto non avvenga oggi – almeno in base a quanto emerge nelle discussioni tra le parti – le capacità di definire le soluzioni più appropriate alle caratteristiche del contesto locale in tema di orario, organizzazione del lavoro, formazione, servizi e welfare aziendale e locale, ecc.. è attraverso la rivalutazione delle potenzialità di questo livello come quello adatto alla gestione concordata degli aspetti critici e delle esigenze di flessibilità delle imprese e di tutela del lavoro che si possono individuare le soluzioni (contrattazione territoriale, d’area, di distretto, di sito…) adatte anche alle imprese minori senza gravarle di oneri impossibili.

La riflessione che suggerisce il decennale dell’accordo di luglio sembrerebbe portarci più verso la direzione di uno sviluppo e di un affinamento della logica del patto che di una sua radicale revisione.
Ma questo presuppone che sia sempre vivo l’interesse di tutti per il metodo negoziale in quanto metodo di composizione di problemi e controversie e definizione di norme di tipo soft, interattivo, aperto: un metodo basato sulla ricerca e il raggiungimento dell’accordo tra parti con interessi distinti, attraverso la disponibilità a costruire con intelligenza, anche per prove ed errori e successive verifiche e riaggiustamenti, soluzioni temporanee, a termine, ma con valore normativo e che impegnano i partecipanti. Ed inoltre per la logica della concertazione come quadro definito entro cui il metodo negoziale può svilupparsi in modo fluido e costruttivo.
Temo che ciò non possa facilmente avvenire senza un ripensamento anche alle regole di misurazione della rappresentatività delle organizzazioni degli interessi, oltre che ai modi di intervento del terzo attore.

Possiamo fare a meno del Dpef?

Il Dpef 2004-2007 non serve a capire lo stato di attuazione dei programmi di governo, né gli impegni e i programmi futuri. Ma non possiamo fare a meno del Dpef. Piuttosto il Dpef va ripensato per aumentare la trasparenza dei conti pubblici e per tener conto dell’evoluzione della nostra finanza pubblica verso un assetto federale.

Il declino italiano e le “colpe” dei cinesi

Il ministro Tremonti ha individuato nella “apertura troppo violenta dei mercati” a Paesi come la Cina la causa del declino economico italiano. Ma le ragioni del declino sono piuttosto addebitabili ai mancati investimenti in infrastrutture, nella ricerca, nei sistemi formativi, nelle grandi reti di servizio. Con i risultati che vediamo. Insomma i cinesi non devono servire a coprire responsibilità politiche.

Come girava il mondo prima del Dpef

Uno degli scopi dellÂ’introduzione del Dpef (nel 1988) era separare il momento in cui si fissano gli obiettivi sul disavanzo pubblico da quello in cui si definiscono in modo preciso i provvedimenti da inserire nella manovra di finanza pubblica. Prima di allora gli obiettivi venivano stravolti durante la sessione di bilancio in Parlamento e, quasi sempre, si ricorreva allÂ’esercizio provvisorio.

Attenzione al protezionismo USA-UE

Stati Uniti ed Europa hanno la principale responsabilità nell’assicurare che il sistema multilaterale degli scambi sia sempre più aperto ed efficiente. Per questo devono evitare nuove possibili spinte protezionistiche che rischiano di compromettere la ripresa commerciale e la crescita mondiale.

sommario 22 luglio 2003

Il Documento di programmazione economico-finanziaria 2004-7 approda in Parlamento.  Manca di tutto: contenuti e trasparenza. Non c’è l’arrosto. Per fortuna questa volta non c’è neanche il fumo. Non serve a capire nè lo stato di attuazione dei programmi di governo, nè gli impegni e i programmi futuri.  Insomma un documento inutile.  Ma non è affatto inutile avere un Dpef: serve a tenere separato il momento della fissazione dell’obiettivo sul disavanzo da quello in cui si definiscono gli interventi concreti (la Finanziaria). Servirebbe il Dpef anche a tracciare un bilancio dell’azione di governo e a stabilire i rapporti di finanza con le amministrazioni locali.
Il peggioramento del disavanzo commerciale degli Stati Uniti e l’apprezzamento dell’euro danno nuovo impulso alle lobby che chiedono misure protezionistiche da una parte e dall’altra dell’Atlantico.  Peccato che trovino sponda nelle dichiarazioni del nostro Ministro dell’Economia, secondo cui la globalizzazione è responsabile del declino economico dell’Italia.  Il protezionismo ci condannerebbe davvero al declino industriale, imponendoci una specializzazione produttiva troppo simile a quella dei paesi emergenti e, quindi, non in grado di reggere la loro competizione.

Un caso d’incoscienza

Chi non aveva un compagno viziato
Aria arrogante e parlata maldestra
Provocatore del gioco truccato
Perché è il protetto dalla maestra?

Un pizzicotto e poi vi guardava
Che fai, vuoi reagire con la violenza?
Dentro la rabbia era un fiume di lava
Ma sapevate di aver perso in partenza

Crescendo ne avete incontrati degli altri
Pronti a godere nel darvi uno smacco
Stessa arroganza, stessi occhi scaltri
Piccoli epigoni di Ghino di Tacco

Da che è Ministro di Grazia e Giustizia
Ha imposto uno stile, si è mosso con foga
Ha caricato senza pigrizia
Appena ha visto agitarsi una toga

Lei, ingegnere devoto ai Padani
Nel riciclar materiale di scarto
Ha superato anche i più veterani
Confezionando leggi da sarto

Leggi tagliate e cucite con cura
Senza una piega o un filo scomposto
Per orientarsi una guida sicura
Un busto di Cesare sempre al suo posto

Oggi ci ha detto che non se la sente
Di chiedere la grazia per quello di Pisa
La sua coscienza non glielo consente
Anche se sa che è una scelta assai invisa

Per ribadire chi è che ha il Potere
Ci ha poi propinato un immondo pastone
Mischiando Sofri alle stragi nere
E i suoi Serenissimi in mezzo al listone

Chissà come mai, Ministro Castelli
Non so immaginare dove lei la nasconda
Questa coscienza sorda agli appelli
Di chi le si oppone e di chi la circonda

Spero soltanto che una notte allo specchio
La Dea Bendata le appaia in sogno
E le sussurri discreta all’orecchio
Mi scusi, Ministro, di lei mi vergogno

Uno strumento per far circolare le idee

Vice-direttore vicario del Sole24ore

lavoce.info: uno strumento per far circolare le idee, ma con l’elemento essenziale che dimostra anche di averle.

Pagina 1403 di 1417

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén