La proposta di revisione dei requisiti patrimoniali delle banche ha suscitato critiche. Ma molte sono ingiustificate. La presenza di uno sconto per gli istituti di credito che hanno una clientela di piccole e medie aziende limita i rischi di riduzione di prestiti a queste imprese. E tutela anche le banche medio-piccole. Un problema più serio è che i nuovi coefficienti potrebbero amplificare gli effetti recessivi in un momento di crisi. Ma non è detto che ciò accada.
Per calcolare più accuratamente i coefficienti patrimoniali delle banche, Basilea 2 indica due metodi: i rating esterni formulati da agenzie specializzate o quelli interni, più sofisticati, ma che richiedono maggiori investimenti da parte degli istituti di credito. E per le imprese medio-piccole sono previsti significativi “sconti”.
L’apprezzamento dell’euro e la politica monetaria della Bce accendono il dibattito economico tra le due sponde dell’Atlantico. La Bce dovrebbe preoccuparsi esplicitamente del valore esterno dell’euro? La risposta è no.
È possibile e auspicabile la cooperazione tra banche centrali per pilotare i tassi di cambio? Molti i dubbi in merito.
Lo spettro della deflazione, prezzi che calano in un’economia che non sa più crescere e distrugge posti di lavoro, agita i sonni di molti illustri europei. La Banca Centrale Europea ha riconosciuto ufficialmente il pericolo nella sua ultima comunicazione alla stampa. Potrebbe fare di più? Forse stabilire esplicitamente un obiettivo (target) di inflazione, anzichè giocare sui termini (da “al di sotto del” si è passati a “vicino al” 2 per cento) e definirlo come valore centrale di una banda di oscillazione simmetrica. Guadagnerebbe così una reputazione non solo anti-inflazionistica, ma anche anti-deflazionistica. Non deve, invece, la BCE preoccuparsi troppo dell’apprezzamento dell’euro. Ha anche aspetti positivi perchè riduce il costo di materie prime quotate in dollari, facilitando la ripresa. In ogni caso, un coordinamento dei tassi di cambio con la Federal Reserve ha più controindicazioni che vantaggi.
Il Ministro Tremonti ritorna dal G8 come un vincitore, brandendo il successo ottenuto nel riconsegnare ai politici il confronto su Basilea 2, la proposta di accordo sui requisiti patrimoniali delle banche. Ma è una vittoria di Pirro che rischia di allungare a dismisura i tempi — già molti lunghi (comunque non prima del 2007) — di entrata in vigore della nuova normativa. Non è affatto evidente che l’accordo sin qui raggiunto fosse svantaggioso per le piccole imprese. E’ se così fosse stato, perchè non aver sollevato queste obiezioni prima, quando c’era tutto il tempo per porvi riparo?
Con una crescita rallentata e deboli segnali di ripresa, i mercati europei hanno bisogno di ancorare le proprie aspettative di stabilità dei prezzi a un riferimento numerico che assegni la stessa importanza al rischio di inflazione e a quello di deflazione. Per la Bce, così legata alle politiche anti-inflazionistiche, è una nuova sfida.
Tutti i contribuenti devono essere informati sull’ammontare delle prestazioni che potrebbero ricevere a seconda di quando andranno in pensione e di come andrà l’economia. Servirebbe anche ad incoraggiare investimenti in previdenza integrativa e la scelta di lavorare più a lungo. Come informarli? Ecco la lettera che un qualsiasi contribuente svedese — Johanna, una figlia di due anni — riceve dagli enti previdenziali pubblici. Perchè non fare la stessa cosa anche da noi? Potremmo quasi copiarla dato che la Svezia ha attuato una riforma molto simile a quella varata in Italia nel 1995.
Si chiude il Forum sulla “Maastricht delle pensioni” con unÂ’intervista a Platon Tinios, economista esperto di sistemi pensionistici membro per la Grecia della Social Protection Committee dellÂ’ Unione europea, un intervento di Tito Boeri “I pensionati italiani non sono un problema dellÂ’Europa” e un contributo di Benedetto della Vedova, parlamentare europeo, con Stefano Mazzocchi (Un problema ineludibile).
Polemiche pretestuose
Ritorna puntuale la polemica sull’inflazione. A provocarla questa volta è stato un errore commesso dall’Istituto centrale di statistica nel calcolo dell’indice dei prezzi al consumo relativo a gennaio: un calo nei prezzi dei farmaci – prezzi regolamentati – è stato inizialmente imputato a questo mese anziché a febbraio. Convenzionalmente, si attribuiscono al mese di riferimento tutte le variazioni intercorse tra il 15 di quel mese e il 15 del mese precedente. Nel caso in questione, il decreto che delibera la riduzione è dell’inizio di gennaio, ma la variazione è diventata effettiva dal 16 di gennaio e pertanto deve essere attribuita all’indice di febbraio. Una associazione di consumatori ha notato l’errore, l’Istat lo ha riconosciuto e ha immediatamente modificato la statistica. Così aggiustato, il tasso di inflazione di gennaio è rimasto costante al 2.8 per cento anziché flettere al 2.7. La differenza, di per sé, non modifica la sostanza di fondo dell’inflazione italiana. L’indice errato, però, segnalava una svolta (ancorché dovuta a una riduzione di un prezzo amministrato) nella dinamica dei prezzi, che si è invece avuta in febbraio sulla base dei dati preliminari. Ma tutto ciò è stato sufficiente a riproporre critiche severe nei confronti dell’Istat e polemiche pretestuose da parte di produttori di statistiche alternative sui prezzi al consumo di dubbia qualità ( vedi Trivellato).
Rilievi sbagliati
Produrre un dato errato sull’indice dei prezzi al consumo è senz’altro un fatto grave: questo indicatore è diventato una statistica molto sensibile, non solo perché a esso sono legati numerosi contratti, ma perché alle “news” del tasso di inflazione reagiscono i mercati finanziari. Per di più, assenti le indicizzazioni, le famiglie sono diventate molto più attente all’inflazione. La sua affidabilità è pertanto essenziale. Ancor più grave sarebbe se dietro l’errore ci fosse del dolo, come alcune letture della stampa sembravano lasciare intendere. Ma non è chiaro chi in questo caso possa guadagnare dall’anticipare il punto di svolta della dinamica dei prezzi da febbraio a gennaio. È molto probabile, quindi, che si sia trattato di una svista, tanto più che gennaio, per una serie di ragioni tecniche, è un mese gravoso per il calcolo dell’indice. Più preoccupante è la critica di incompetenza rivolta all’Istituto. Avanzata anche in questa occasione, segue le critiche dei mesi precedenti sulla pretesa incapacità dell’Istat di misurare il “vero” tasso di inflazione, che sarebbe poi quello “percepito” dai consumatori. Tra i vari rilievi mossi, uno di Massimo Riva su “la Repubblica”, merita attenzione. Riva evidenzia come l’Istat rilevi i prezzi dei beni amministrati sulla Gazzetta ufficiale, anziché sul mercato come fa con gli altri beni. Questo fatto segnalerebbe la scarsa competenza dell’Istituto e la poca credibilità dell’indice che esso produce. Le cose stanno diversamente. I prezzi amministrati vengono rilevati sulla Gazzetta ufficiale, come Massimo Riva riporta. Ma è una scelta dettata dalla metodologia di calcolo dell’indice ed è inoltre motivata: sul mercato vengono rilevati i prezzi liberi, che si formano senza vincoli nel luogo dove domanda e offerta interagiscono. Sulla Gazzetta ufficiale i prezzi dei beni amministrati, che – per definizione – non rispondono a stimoli di mercato ma vengono fissati d’imperio. L’Istat li rileva, per così dire, alla fonte, perché in questo modo si ha certezza del prezzo, non si introducono inevitabili errori di misura e, fatto non trascurabile, si economizza in costi di rilevazione. Non avrebbe alcun senso, ma sarebbe molto costoso, andare in giro per le farmacie di mezza Italia a rilevare il prezzo di un farmaco soggetto a controllo pubblico. Si troverebbe che (salvo aberrazioni o errori di rilevazione) è uguale ovunque. Lo stesso vale per le sigarette, i biglietti dei treni etc.
Conclusione. La metodologia del calcolo dell’indice dei prezzi al consumo è chiaramente criticabile come qualunque convenzione su cui si fondano numerose statistiche. Ma chi lo fa deve farlo in modo serio e competente. Si finisce altrimenti per gettare discredito su una istituzione e su una statistica che dovrebbe al contrario godere della massima fiducia. Ad oggi non vi è nessuna ragione seria per pensare che l’indice dei prezzi al consumo fornisca una visione distorta della dinamica dell’indice medio del costo della vita.
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Una marcata variabilitÃ
Innanzitutto, tornano utili due osservazioni.
- Il recente, vistoso infortunio in cui è incorso l‘Istat nel calcolo dell‘indice di gennaio 2003, con l‘errata collocazione appunto a gennaio – invece che a febbraio – di una riduzione dei prezzi di vendita di farmaci e con la pronta rilevazione dell‘errore da parte di utilizzatori esterni, è, non paradossalmente, la migliore riprova di queste caratteristiche di rigore metodologico e di trasparenza (vedi Guiso).
Ma come dare conto del(l
‘asserito) divario fra l‘inflazione misurata dall‘Istat e quella percepita dai consumatori? Vi è un punto che, a mio avviso, non è stato messo bene in luce. Sottostante a una dinamica media dell‘inflazione che negli ultimi mesi si è attestata attorno al 2,8 per cento (in termini di variazione rispetto ai corrispondenti mesi dell‘anno precedente), vi è una marcata variabilità .- Essa risalta nitidamente anche se ci si limita al livello nazionale (e si prescinde quindi dalle differenze territoriali), e si guarda alle differenze nella dinamica dei prezzi per grandi capitoli di spesa e, con un maggiore dettaglio, per alcune voci di prodotto nel comparto alimentare. Il prospetto che segue è significativo, e non necessita di particolari commenti.

Non c
‘è dunque motivo di sorprendersi se, per uno specifico bene in uno certo punto di vendita di un certo Comune, si registrano incrementi di prezzo anche molto alti. Data la marcata variabilità appena evidenziata, essi sono del tutto compatibili con la dinamica media registrata dall‘indice dei prezzi al consumo.Per falsificare l
‘affermazione “Tutti i cigni sono bianchi“, basta un cigno nero (dato che, con certezza, sia un cigno e sia nero). Ma possiamo ragionare in maniera analoga in tema di inflazione? La vecchina che esclama: “Dal mio pescivendolo, sottocasa, le vongole sono cresciute del 40 per cento. Che cosa ci vengono a raccontare? Altro che aumenti del 2-3 per cento! Qui tutto costa una volta e mezza quel che costava prima!“: ebbene, fa riferimento a un dato di fatto vero, ma dice una cosa falsa. Questo modo di argomentare – guardare a un solo bene, comprato in uno specifico negozio, in un dato giorno –, se applicato all‘indice dei prezzi al consumo, è palesemente privo di senso.Questi i dati di fatto. Ad essi va aggiunto che la percezione dell
‘inflazione è un processo sociale, che da un lato sconta asimmetrie e imperfezioni percettive (siamo sensibili allo stesso modo a variazioni dei prezzi in aumento e in diminuzione? e a variazioni nei prezzi di beni acquistati di frequente e raramente?) e dall‘altro è influenzato dai ‘media‘ e dagli opinion makers. Quel che è accaduto, e in parte continua ad accadere, nel dibattito nostrano sull‘inflazione rimanda proprio a fattori di questo tipo: in particolare, a ‘media‘ e opinion makers che, invece di favorire una divulgazione obiettiva e una discussione argomentata, hanno aperto il vaso di Pandora delle percezioni e degli umori irrazionali.L
‘indagine EurispesA dare corpo all
‘opinione di un‘inflazione vistosamente più alta di quella misurata dall‘indice dei prezzi al consumo, è stata sovente invocata l‘indagine “Caro Â…cibo“ condotta dall‘Eurispes nel dicembre 2002. Lodevolmente, l‘Eurispes ha messo a disposizione, nel proprio sito Internet, una nota di presentazione sull‘indagine (chiunque può scaricarla versando il simbolico obolo di un Euro) che da sola inficia l‘attendibilità dei risultati. Restando agli aspetti salienti, e affiancando le citazioni con qualche scarno commento, risulta quanto segue.- Circa la dimensione dell‘indagine: “Numero di rivendite contattate: 304. Numero interviste valide: 182“. Commenti: Il 40 per cento delle rivendite contattate si è rifiutato di rispondere: che tipo di selezione vi è stato? I punti di vendita sono 182, a fronte degli oltre 4.800 dell‘Istat.
Un
‘ultima notazione. L‘attendibile stima di un tasso d‘inflazione tendenziale dell‘ordine del 2,8 per cento non è motivo di ottimismo. Da parecchi mesi l‘inflazione italiane è tornata ad essere più alta della media europea, con uno differenziale di 0,4-0,6 punti percentuali (cioè, dell‘ordine del 20 per cento), che per di più tende a dilatarsi. Il segnale è chiaro: vi è il rischio di ulteriore, progressiva perdita di competitività del paese.
Per saperne di più
In allegato la presentazione di Ugo Trivellato al seminario tenutosi a Padova il 24 febbraio.
Informazioni sull’indagine Eurispes sono scaricabili dal sito http://www.eurispes.it/sitoeurispes/default.htm al costo di un Euro.
In allegato, la composizione del consiglio direttivo dell’Istituto.