Nel 2017 il contributo netto dell’Italia al bilancio europeo è stato di poco meno di 3 miliardi di euro. Ma limitarsi a considerare questa cifra è riduttivo. Perché i benefici che arrivano dall’adesione alla Ue vanno ben al di là delle risorse ricevute.
Con le elezioni europee alle porte, uno sguardo ai programmi elettorali ci mostra come molte proposte si riferiscano alla sfera nazionale italiana. Per tutti manca una visione lungimirante e l’Europa, al contrario, sembra buona soltanto per chiedere soldi.
Nel primo trimestre sono state aperte più di 100 mila partite Iva in regime forfettario. È presto per conclusioni definitive. Ma i primi dati sembrano indicare che le nuove norme hanno già portato alla sostituzione di lavoratori dipendenti con autonomi.
Il 26 maggio si terranno le elezioni per il Parlamento europeo, con regole diverse da paese a paese. Rispetto per le identità e tradizioni nazionali o discriminazione tra cittadini? In ogni caso, una scelta che non garantisce uguali diritti politici.
Troppo facile imputare all’Europa anni di decisioni mancate. Soprattutto se la responsabilità è dei singoli paesi, che con un sistema di veti incrociati possono paralizzare le riforme. Quando è l’Unione Europea a decidere, il meccanismo non si inceppa.
Il meccanismo con cui si calcola il Reddito di cittadinanza nasconde una discriminazione più grave del previsto nei confronti delle famiglie numerose, in particolare di quelle con minorenni. La scala di equivalenza anomala gioca un ruolo decisivo e va corretta subito.
L’Unione Europea è un comodo capro espiatorio della politica nazionale che adora indicarne le lentezze. In realtà l’Europa che non si muove è quella del Consiglio dove gli egoismi nazionali manifestano i loro diritti di veto. Mentre su temi di interesse comune come commercio estero e antitrust la Ue ha saputo e sa decidere.
Nel meccanismo del reddito di cittadinanza è nascosta una discriminazione verso le famiglie numerose, particolarmente spiacevole per quelle con minorenni. Un’iniquità introdotta per ragioni di bilancio e per tenere fede alla promessa dei 780 euro e che andrebbe corretta.
In difficoltà per il caso Siri, Matteo Salvini vuole chiudere i negozi di cannabis light. Diffusi ovunque grazie a un errore legislativo nel 2017, hanno portato a una piccola riduzione del traffico di stupefacenti, e hanno in parte sostituito – dice una ricerca – il consumo di ansiolitici e sedativi. Oggi il settore è un far west da regolamentare.
Molti ritengono un grave errore che lo stato non abbia mantenuto il controllo sulla rete delle telecomunicazioni. Ripercorrendo le giravolte di politici e imprese del settore, si vede che il più recente tentativo per riportarla nel pubblico è la rete unica per la banda ultralarga.
Intanto su internet le fake news e le espressioni di violenza si diffondono in modo virale. Mentre Facebook chiude 23 pagine italiane con 2,4 milioni di follower, ci si chiede quante altre rimangano aperte. Spesso ci crediamo vaccinati contro questi rischi. Ma le tecniche di manipolazione diventano sempre più sofisticate. Soprattutto sotto elezioni.
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La cannabis light è arrivata in Italia nel 2017 grazie a una “liberalizzazione involontaria”. Dove sono stati aperti più negozi sono diminuiti i sequestri di stupefacenti e la vendita di tranquillanti. Ora però serve una regolamentazione del fenomeno.
Circola da tempo la tesi che non aver mantenuto sotto controllo pubblico la rete delle telecomunicazioni sia stato un grave errore. L’ultimo tentativo in ordine di tempo per riportarle nell’alveo dello stato passa dalla rete unica per la banda ultralarga.
Tecniche di manipolazione delle informazioni, creazione del consenso, propaganda e contro propaganda: quanto siamo in grado di evitarle nella nostra fruizione quotidiana dei contenuti web? E attraverso i social quale forma di democrazia si va costruendo?