Probabilmente, la Ue raggiungerà gli obiettivi di politica ambientale che si è data per il 2020. Preoccupano però le scelte di paesi come Germania e Polonia. E per raggiungere i nuovi target al 2030 occorrerà un cambio di passo. L’esempio della Svezia.
Finora i costi della guerra commerciale tra Usa e Cina sono stati pagati dalle famiglie e imprese statunitensi. Perché allora Trump persevera? Perché trae conclusioni sbagliate dai dati, ma anche per calcolo elettorale. Intanto, però, le borse calano.
Il capitalismo di stato può davvero rappresentare un modello di crescita sostenibile? Uno studio sulle imprese vietnamite mostra che i vantaggi politici garantiti a quelle di proprietà statale hanno ostacolato i benefici generati dalla globalizzazione.
Il settore televisivo, da sempre preminente in Europa, è il più penalizzato dalla rivoluzione dei video on demand. Potrebbe però riguadagnare posizioni puntando sulle produzioni originali e locali. Anche la regolazione avrà un ruolo nei futuri sviluppi.
L’appello del 1° maggio non sembra poter preludere davvero al superamento delle divergenze tra Cgil Cisl e Uil. Il massimo di unità sindacale oggi possibile è probabilmente un avviso comune al governo per una legge leggera su rappresentanza ed effetti della contrattazione collettiva.
Con il Quantitative easing le banche centrali non hanno creato moneta, bensì base monetaria. E le banche hanno tesaurizzato queste “riserve” perché prive di rischio nominale e reale, per l’impegno della Bce di conservare stabile il livello dei prezzi.
Maurizio Landini ha lanciato – il primo maggio – un appello all’unità sindacale, invitando Cgil, Cisl e Uil a mettere da parte le contrapposizioni del passato. Ma la sua visione tutta conflittuale dei rapporti lavoratori-impresa non è la stessa delle altre associazioni. Fare un solo sindacato non sarà facile né oggi né domani. Di sicuro, per le organizzazioni dei lavoratori è urgente rinnovarsi. Per arginare la frana di iscrizioni, soprattutto dei giovani.
I sovranisti vogliono “monetizzare” i debiti pubblici negando che ciò possa causare inflazione. Citano il Qe della Bce che ha immesso denaro senza far salire i prezzi. Dimenticando che se la liquidità rimane a riserva nei bilanci bancari non c’è vera “creazione di moneta”. Ed è quindi normale che non ci sia inflazione.
Mentre “quota 100” peggiorerà il precario equilibrio del nostro sistema previdenziale, dal confronto della spesa pubblica italiana con quella di Francia, Germania e Spagna si vede che spendiamo già più di loro per le pensioni (oltre che per pagare gli interessi sul debito). E il divario è destinato a salire. Per quanto riguarda la Spagna, appena uscita dal voto politico, forse è proprio grazie al buon andamento dell’economia se un partito storico – il Psoe – si è guadagnato una maggioranza relativa alle Cortes arginando movimenti populisti e sovranisti.
Nel territorio intorno a una università lo sviluppo sociale, economico e culturale risulta più stimolato che altrove. Soprattutto se l’ateneo è efficiente, perché promuove lo sviluppo di nuove idee. E c’è un effetto moltiplicatore della crescita nelle aree già a elevato sviluppo.
La crisi dei corpi intermedi va avanti da tempo. In particolare, i dati sugli iscritti alle organizzazioni sindacali italiane registrano un calo complessivo delle adesioni, soprattutto negli ultimi anni.
Si dice spesso che la nostra spesa pubblica è troppo elevata e che dovrebbe essere ridotta. Ma l’Italia spende davvero così tanto? In realtà, è in linea con la media degli altri grandi paesi dell’Eurozona. Destina però la quota maggiore del Pil al pagamento delle pensioni.
Perché non basta dire “e allora il Qe?”
Di Salvatore Nisticò
il 10/05/2019
in Commenti e repliche
L’importanza di capire cosa è moneta e cosa non lo è
Desidero ringraziare i lettori dell’articolo “Perché il QE non ha prodotto inflazione” per i commenti e le domande, molte delle quali sembrano attribuire al pezzo uno scopo più ambizioso di quello che in realtà non abbia.
L’articolo non intende, infatti, analizzare gli effetti che le misure di politica monetaria non convenzionale (di cui il Quantitative easing è l’esempio più noto) possono avere sull’economia reale, né valutarne l’efficacia nei sistemi che le hanno messe in campo (come l’Eurozona o gli Stati Uniti), né tantomeno analizzare le determinanti dell’inflazione. Sono interrogativi non solo legittimi, ma di primaria importanza, e l’analisi teorica ed empirica dei molteplici canali attraverso i quali la politica monetaria non convenzionale si trasmette all’economia reale è florida, nella letteratura economica, e ha già offerto diversi risultati (alcuni riferimenti, per l’Eurozona, sono qui e qui; per gli Stati Uniti qui e qui).
Ritengo quindi che sia improprio e impreciso trarre dalla lettura dell’articolo la conclusione che queste misure sono state inefficaci. Lo scopo, molto più modesto, dell’articolo è provare a chiarire che: i) la narrazione della banca centrale che “stampa moneta” è una sintesi tanto suadente quanto inaccurata; ii) la differenza logica tra base monetaria e moneta diventa plastica ed evidente in tempi di turbolenza finanziaria e interventi non convenzionali, ma esiste ed è importante in ogni condizione; iii) per sottoporre (legittimamente) a ulteriore scrutinio il legame di medio-lungo termine tra moneta e prezzi è necessario comprendere cosa sia esattamente “moneta” e cosa no (e quindi cosa guardare nei dati), e non è sufficiente un generico “e allora il Qe?”.