Si dice spesso che per tornare a crescere, l’Italia deve incrementare la produttività. Ma se si analizzano i dati, si vede il ruolo importante giocato dall’integrazione dei lavoratori marginali nel mercato del lavoro. Ed è l’aumento della produzione che favorisce la crescita della produttività.
La condanna in primo grado di Cimoli e altri tre amministratori colpisce i manager ritenuti responsabili del dissesto di Alitalia. Non i mandanti della sua scellerata gestione. Da individuare tra chi – nella politica e nel sindacato – ha utilizzato la società per interessi ben lontani da quelli aziendali.
A volte ritornano! È il caso del progetto faraonico del ponte sullo Stretto di Messina. Finito in soffitta, viene ora riproposto (in versione solo ferroviaria) dall’Ncd di Angelino Alfano “per far ripartire il Mezzogiorno”. Meno male che il ministro Delrio ha congelato il progetto: “Ci sono altre priorità”. Davvero.
Aumentare la produttività: è il mantra recitato da tutti. Serve a far crescere l’economia, si ripete. Ma, alla fine di una lunga recessione, vale esattamente il contrario: è la crescita della produzione alimentata dal rinnovato impulso di consumi e investimenti a favorire – almeno per un po’ – l’aumento della produttività.
Impietoso, l’algoritmo di Google suggerisce la parola “scandalo” quando si digita Volkswagen. È solo uno dei pesanti effetti collaterali che ricadono sulla casa automobilistica dopo i suoi imbrogli. La casa del maggiolone ha di fronte una strada tutta in salita per recuperare la fiducia di consumatori e investitori.
L’Europa è in ritardo nell’attuazione dell’accordo per la ripartizione dei rifugiati. Nel frattempo ha dichiarato guerra agli scafisti e concesso consistenti aiuti ai paesi vicini alla Siria che accolgono masse di profughi. È una Ue globale nella coltivazione dei suoi interessi ma che torna molto locale quando si tratta di diritti umani. Fermo restando che con i vari aspetti della globalizzazione bisogna fare i conti. Anche in Italia. Dobbiamo provare a integrare i nuovi arrivati con regole condivise. Ma non possiamo aspettarci che diventino “come noi” con uno schiocco delle dita. Cultura e religione d’origine contano. Per esempio, nella scelta delle donne se lavorare o curare la casa.
Una risposta di Giulio Formoso e Anna Maria Marata, autori di “Epatite C: quando la speranza ha un costo alto”, al commento di Alberto Donzelli
Come ogni anno, qualche avvicendamento negli incarichi de lavoce.info. Quest’anno le new entry sono tutte donne. Nel comitato di redazione Michele Pellizzari passa il testimone a Maria De Paola che va ad affiancare Angelo Baglioni, Massimo Bordignon, Francesco Daveri e Michele Polo. Alessandra Casarico assume la funzione di tesoriera.
Come per le fanciulle vittoriane, anche per i marchi la reputazione è fondamentale. Soprattutto quella sul web, che ha memoria lunga. Uno scandalo può distruggere in poco tempo credibilità e quotazioni di borsa. Volkswagen già se ne accorge. La comunicazione necessaria per risalire la china.
L’accordo sulle politiche di accoglienza dei rifugiati ancora non c’è, ma intanto l’Unione Europea annuncia nuove misure, tutte volte a ridurre il flusso migratorio e a localizzare i profughi nei paesi vicini ai conflitti che li provocano. L’ipocrisia di lotta agli scafisti e aiuti umanitari.
Quale ruolo giocano i valori culturali nelle decisioni economiche individuali? Sono certamente importanti. A confermarlo è una analisi delle scelte di lavoro delle donne immigrate in Italia. Forte la relazione con la condizione femminile nel paese di origine, soprattutto se si conta di ritornarci.
È stupefacente come certi zombie ritornino a infestare le notti e i giorni dei cittadini italiani già stremati da una crisi che solo ora accenna a placare il suo vento mefitico. Come le rime secondo Montale gli zombie “battono alla porta e insistono”. Uno di questi zombie è il Ponte sullo Stretto, che una mozione parlamentare del Nuovo centro destra, votata anche da deputati del Pd, vorrebbe far rivivere. Delle rime diceva Montale che “sono più noiose delle dame di San Vincenzo” e che “respingerle è impossibile”. Ma anche che “il poeta decente le allontana, le nasconde, bara, tenta il contrabbando”. Per fortuna, il ministro Delrio ha fatto il poeta decente e ha allontanato subito lo zombie-ponte, dicendo che non è tra le priorità e che si riserva di valutare i costi e i benefici di quel progetto se e quando qualcuno riproporrà quel progetto sul tavolo del governo. Sembra altamente probabile che, se la proposta dovesse essere quella votata – un ponte solo ferroviario – la differenza tra costi e benefici sarebbe ancora più abissale di quella che ha fatto accantonare il ponte sia ferroviario che stradale: una inutilità così enorme e così manifesta che dovremmo dormire sonni tranquilli. Ma si sa: “le pinzochere ardono di zelo e prima o poi (rime e vecchiarde) bussano ancora e sono sempre quelle”. C’è da scommetterci che sarà così anche per lo zombie-ponte.
L’esito del voto catalano non risolve nulla. I secessionisti hanno vinto per numero di seggi, è vero, ma non per voti: non hanno ottenuto quel plebiscito cui aspiravano e di cui avevano bisogno (e che pure, a elezioni concluse, quotidiani del calibro del New York Times continuano ad accreditare.
Quella appena arrivata a compimento è una riforma fiscale poco ambiziosa. La legge delega mirava a più equità, certezza e semplificazione. Con i decreti attuativi l’equità è stata messa da parte stralciando la riforma del catasto, base di una tassazione immobiliare equilibrata. Risultati più concreti su certezza e semplificazione: migliora il dialogo tra stato e contribuente e si chiarisce meglio che cos’è elusione.
È servita quest’anno a risollevare il mercato del lavoro. Ora la decontribuzione dei contratti a tempo indeterminato verrà rinnovata ma non si sa come. Solo per il Sud? Solo per le donne? Per tutti, ma meno generosa? Di sicuro, per evitare il ritorno in auge del lavoro precario, deve rimanere un incentivo ad assunzioni senza limite di tempo. E conta anche che le politiche attive del lavoro non diventino uno spreco di risorse. In particolare il voucher di ricollocazione, introdotto dal Jobs act, destinato al reinserimento professionale di chi è stato licenziato. Si può prendere esempio dalla Lombardia, dove la Dote unica del lavoro (Dul) dà risultati misurabili e valutabili.
Grazie anche a Expo e al meteo, riparte il turismo in Italia. Di quanto cresca difficile a dirsi con precisione. Prendono sempre più piede forme alternative di prenotazione (attraverso siti internazionali), di alloggio (B&B, spesso non in regola), di trasporto (Blablacar, car sharing, Uber) che le statistiche faticano a rilevare.
Voci autorevoli (Amnesty, The Economist) suggeriscono di depenalizzare la prostituzione, anche per i clienti. In effetti una ricerca mostra che le politiche proibizioniste aumentano i rischi di chi vende prestazioni sessuali. E rende più difficile la lotta alla tratta e allo sfruttamento dei minori.
Spaventato dalle conseguenze economiche della secessione, una parte dell’elettorato moderato catalano ha voltato le spalle al fronte indipendentista. Una Lettera da Barcellona spiega che adesso diventa più facile un compromesso con Madrid.
Una precisazione di Stefano Sacchi e Filippo Taddei all’articolo di Vitalba Azzollini sui congedi parentali

Epatite C: ma i farmaci posso essere decisivi
Di Giulio Formoso e Anna Maria Marata
il 02/10/2015
in Commenti e repliche
L’adozione di stili di vita salutari va sempre incoraggiata e l’articolo di Alberto Donzelli bene fa a sottolineare quali sono le strategie da adottare per preservare la salute del fegato, aggiungendo un ulteriore elemento alla discussione sull’approccio all’epatite C che nel nostro articolo era incentrata sulle terapie farmacologiche e sulla loro sostenibilità.
Riguardo ai farmaci, l’articolo di Donzelli indica correttamente come l’efficacia dei nuovi antivirali contro l’epatite C non sia dimostrata su esiti clinicamente rilevanti (in questo caso mortalità, cirrosi o tumori epatici), come sarebbe indubbiamente preferibile, ma sia per ora dimostrata solo in termini di risposta virologica. Va tuttavia sottolineato che diversi studi (metanalisi e singoli studi osservazionali) che riguardano i trattamenti antivirali disponibili fino ad un anno fa – meno efficaci di quelli attuali nell’annullare la viremia – hanno evidenziato che la risposta virologica ottenuta è associata a una riduzione dell’evoluzione della malattia e della mortalità, soprattutto nei pazienti con danno epatico. È estremamente probabile quindi che i pazienti attualmente trattati, e cioè quelli con danno epatico in atto, potranno evitare una ulteriore evoluzione della malattia grazie ai nuovi trattamenti. L’eliminazione del virus in questi pazienti riduce inoltre la possibilità di una sua ulteriore diffusione. La stessa Organizzazione mondiale della sanità, sulla base di un’analisi delle prove disponibili, ha incluso tutti questi farmaci nella sua lista dei farmaci essenziali, cioè quelli che dovrebbero essere disponibili ai sistemi sanitari di tutti i Paesi (indipendentemente dalle capacità di acquisto); questo nonostante i prezzi attuali di questi farmaci siano elevatissimi.
In questo senso pensiamo che sarebbe auspicabile un progressivo accesso ai nuovi farmaci per un maggior numero di pazienti rispetto ai 50 mila attualmente previsti per l’Italia perché, pur in assenza di dati epidemiologici precisi, si stima che siano in diverse centinaia di migliaia i pazienti positivi al virus dell’epatite C che hanno già danni epatici in evoluzione, per i quali l’adozione di stili di vita salutari non potrà bastare. Siamo invece d’accordo che attualmente non è opportuno pensare a un (oneroso) screening di massa perché molte persone che sono positive al virus senza avere danni epatici non avranno nessuna evoluzione della malattia.
A nostro giudizio è lodevole (di più, è fondamentale) mantenere un approccio critico nel valutare l’efficacia e il valore aggiunto delle nuove terapie; tuttavia, per i motivi illustrati, l’efficacia clinica dei nuovi antivirali contro l’epatite C non va negata o ridimensionata. Sarebbe piuttosto necessario rendere l’accesso a questi farmaci possibile per un più ampio numero di pazienti, in base a criteri che devono essere rigorosamente definiti, favorendo una decisa riduzione dei loro prezzi.