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Lavoce.info
Il timore di una nuova recessione in America e in Europa affonda le Borse. La Cina è l’unica area del mondo che per ora non rallenta e rimane l’ultima speranza di crescita per l’economia mondiale. Nel 2008 la crescita cinese non bastò per evitare la Grande Recessione. Ma oggi l’economia cinese è più grande di allora e la sua crescita più radicata in Asia. Le imprese che vorranno approfittarne dovranno essere presenti in Cina con marchi e forze di vendita.
Tre manovre in sei settimane. E c’è da scommettere che non sarà l’ultima data l’incapacità del governo di rimediare ai suoi errori. Aggiorniamo i numeri. La manovra è salita a 55 miliardi, 15 in più di quella di inizio luglio. A regime gli aumenti delle tasse contano per il 63 per cento dell’aggiustamento. Se si aggiungono anche i tagli agli Enti locali compensati da aumenti delle addizionali Irpef, si raggiunge il 75 per cento. Queste tasse gravano in gran parte sul lavoro anziché sulle cose, indebolendo la sempre più fragile ripresa.
I cittadini italiani e i mercati internazionali si aspettavano una manovra che tagliasse la spesa pubblica ed in particolare i costi della politica. Si ritrovano con una classica manovra da governo balneare, fatta di nuovi balzelli che ricadono sulle spalle dei soliti noti, i lavoratori dipendenti. Era difficile fare peggio.
Di tanto in tanto emergono proposte per inserire nella Costituzione limiti numerici alla pressione fiscale o alla spesa pubblica. Così nella riforma costituzionale del 2005 (poi respinta dal referendum) si stabiliva che dal federalismo non poteva derivare un aumento della pressione fiscale. Nella proposta di un gruppo di senatori presentata in questi giorni (vedi allegato) si fissa un limite al 45 per cento del Pil per la spesa pubblica. Il principale motivo per essere contrari a questo tipo di regole è che esse equivalgono a rinunciare alla politica fiscale (cosa non da poco per chi già non controlla la politica monetaria).
Nel caso italiano vi è anche un altro aspetto: queste regole sono in contraddizione – insanabile – con i principi del federalismo fiscale inseriti nella nostra Costituzione con la riforma del Titolo V. Regioni ed enti locali hanno “autonomia finanziaria di entrata e di spesa” (art. 119). Qualsiasi limite alla spesa pubblica o alle imposte totali richiederebbe di neutralizzare l’autonomia finanziaria di tutti i Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni. Si può imporre in Costituzione il pareggio di bilancio a tutti, si può imporre un limite alla spesa dello Stato o alle imposte erariali, non si può imporre un limite sulla somma delle spese o delle imposte di migliaia di soggetti autonomi. In effetti non si hanno notizie di disposizioni del genere in altri paesi. Insomma, bisogna scegliere: o i limiti alla spesa pubblica e alla pressione fiscale o l’autonomia e la responsabilità locale.
Una postilla: naturalmente un federalismo senza (o con poca) autonomia tributaria locale, dove le imposte sono statali e vengono ripartite tra i territori sulla base del principio “ognuno si tiene una quota delle proprie imposte” (si chiamano “compartecipazioni”) non soffre di questa contraddizione. Peccato che con un modello siffatto – che in parte è quello che stiamo realizzando – gli amministratori locali in pratica continuerebbero a decidere sulle spese ma non sulle entrate. Un modo per scegliere contro autonomia e responsabilità locale.
Desideriamo innanzitutto ringraziare i lettori che hanno commentato il nostro articolo e che hanno fornito indicazioni per utili approfondimenti. Un ulteriore segno di quanto la tematica energetica sia ritenuta fondamentale per il nostro Paese.
Vorremmo innanzitutto sgombrare il campo da ciò che sembra essere un equivoco emerso in alcuni commenti. Nell’articolo non prendiamo alcuna posizione a favore o contraria alle contestazioni; anzi: quello che abbiamo fatto è stato semplicemente applicare ciò che gli studenti di economia imparano come l’Assioma delle Preferenze Rivelate. In altre parole, abbiamo osservato le scelte (non di consumo, bensì di voto e di protesta) dei cittadini e da queste scelte abbiamo cercato di dedurre le preferenze, in campo energetico, degli stessi cittadini. La nostra ipotesi è che il comportamento degli individui indichi una preferenza che va nella direzione dell’efficienza e del risparmio energetico, preferenza che, peraltro, emerge chiaramente anche da alcuni commenti all’articolo.
Diversi commenti sottolineano inoltre come le contestazioni agli impianti energetici non costituiscano necessariamente Nimby tout court, bensì vere e proprie proteste contro la natura stessa degli investimenti. In effetti, concordiamo sul fatto che l’acronimo Nimby sia utilizzato ormai con un’accezione molto ampia. Il termine originale di Nimby si riferisce infatti alle contestazioni sulla mera localizzazione di un’opera, i cui benefici sono però riconosciuti da tutti, anche dai contestatori. Il rapporto dell’Osservatorio chiarisce peraltro sin dall’inizio che le contestazioni riportate non sono tutte Nimby in senso stretto e che, dunque, le opposizioni potrebbero riguardare addirittura l’opportunità stessa delle opere. Tutto ciò non inficia minimamente il nostro ragionamento; anzi è evidente che lo rinforza.
Infine, una seria pianificazione energetica dovrebbe ovviamente tenere conto sia delle necessità di produzione e consumo sia della sensibilità della popolazione al tema. Per questo motivo, non siamo dÂ’accordo con chi auspica un ruolo maggiore delle Regioni, nonostante lÂ’art. 117 della Costituzione includa la “produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia” tra le materie a competenza concorrente Stato/Regioni. Ancora meglio, se mai fosse possibile, sarebbe una pianificazione energetica a livello sopranazionale se non addirittura europeo.
Ovviamente un breve articolo come il nostro non può esaurire tutte le curiosità sul tema. Per queste, rimandiamo ai più completi contributi di NimbyForum stesso e di Banca d’Italia.
Se l’euro esiste è perché Mitterrand e Kohl si accordarono su uno scambio: l’unificazione della Germania dopo la caduta della Ddr contro la rinuncia al marco tedesco a dimostrazione dell’impegno per un’Europa non solo unita ma anche coesa. Ora, però, i tedeschi se ne sono dimenticati e non sono più disposti a pagare il prezzo di una Unione monetaria che si estende dal loro ricco e ordinato paese ad altri in condizioni diametralmente opposte.
Le cause profonde dei disordini nel Regno Unito non sono da individuare nella crisi della convivenza tra diverse etnie. Ma nelle disuguanze sociali, rese più drammatiche dalla crisi economica. È questo il malessere del paese. Che si esprime senza motivazioni politiche con forme di violenza giovanile, con il saccheggio di oggetti di marca. Una rivolta anche contro i furbetti del mondo della finanza che sfrecciano impuniti su auto di lusso.
Con il potere di chiamata dei docenti spostato dalle facoltà ai dipartimenti, la riforma dell’università può davvero portare a un miglioramento della produttività scientifica e didattica degli atenei. Ecco due suggerimenti per trarre il meglio dalla riforma: creare dipartimenti effettivamente ampi e omogenei. E conservare la complementarietà degli apporti didattici, privilegiando la creazione di strutture di coordinamento interdipartimentali. L’auspicio è che anche il loro nome – facoltà o scuole – sia lo stesso.
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La Grecia è in bancarotta già da un anno e non ha altra soluzione che la svalutazione. Se tenterà di farlo rimanendo all’interno dell’Unione monetaria, ciò significherà molta miseria per i cittadini greci perché prezzi e salari dovranno essere drasticamente tagliati. Meglio per tutti se il paese uscisse temporaneamente dallÂ’euro perché potrebbe così riacquistare la competitività perduta. Sarà comunque inevitabile una cancellazione parziale del debito greco e un intervento europeo a sostegno delle banche.
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