Le scelte di politica economica che il governo avrebbe dovuto prendere erano chiare fin da agosto. Priorità assoluta ai tagli alla spesa, in primo luogo quella previdenziale, e lotta seria all’evasione fiscale. Per la crescita, liberalizzazione dei servizi e delle professioni, per creare concorrenza dove oggi esistono situazioni di forte potere di mercato, e privatizzazioni. Ma la lettera inviata ai partner dell’Unione Europea parlava d’altro. Neanche l’opposizione sembra avere risposte adeguate. I mercati non hanno apprezzato per nulla e lo spread è arrivato a livelli record.
Le borse hanno reagito male all’annunciata intenzione del primo ministro greco di sottoporre a referendum l’accordo raggiunto all’ultimo summit europeo. La scelta di tempo è quantomeno discutibile, ma Papandreou solleva un problema cruciale per il funzionamento dell’Unione Europea del futuro: se o meno le istituzioni europee, e le loro decisioni, debbano avere una diretta legittimazione democratica. L’alternativa è il rito dei vertici nel weekend. Un rito che sta mostrando la corda.
 L’economia italiana ha prodotto risultati deludenti nell’ultimo decennio. Eppure, quelli che normalmente sono fattori di crescita sono migliorati. Sono aumentati gli investimenti in capitale umano e fisico e quelli in ricerca e sviluppo e si è intervenuti sulla regolamentazione del mercato del lavoro e dei prodotti. A peggiorare notevolmente sono stati invece gli indicatori di governance del paese: efficacia del governo, rispetto della legge e lotta alla corruzione. È questa la zavorra che impedisce all’Italia di crescere. Liberarsene non sarà facile.
Il capitale sociale è sempre più spesso invocato come la causa profonda di differenze radicate nei comportamenti e nel livello di benessere di popolazioni e gruppi diversi. Per esempio, in Italia si spiega il ritardo economico del Sud anche con una sua carenza. Se il termine ha avuto successo, rimane però una grande ambiguità sul suo significato. Ora il libro “Il capitale sociale. Che cos’è e che cosa spiega”, a cura di Guido de Blasio e Paolo Sestito, cerca di fare chiarezza, dando voce a punti di vista diversi.
Nel 2008 l’Islanda è stata travolta da un tracollo finanziario senza precedenti. Ma la crisi non era solo economica, era soprattutto politica. Una rivoluzione definita delle “pentole e padelle” ha ottenuto il cambio di governo e l’elezione di un’assemblea costituente con il compito di riscrivere la costituzione del paese. La proposta ora è pronta. Insiste su trasparenza, giustizia e lotta alla corruzione. Prevede anche la proprietà statale delle risorse naturali. Da sfruttare in modo responsabile, pensando alle generazioni future.
Durante la puntata di Porta a Porta del 24 ottobre il conduttore Bruno Vespa ha voluto spiegare la crisi del debito ai telespettatori, ma ha fatto un po’ di confusione. Ringraziamo i lettori Gianluca Garelli e Franco Cancemi che lo hanno segnalato alla redazione. L’esposizione debitoria della Grecia è di circa 350 miliardi, i dati della tabella mostrata nella trasmissione non sono in miliardi, bensì in milioni. Altrimenti l’esposizione debitoria delle banche sarebbe maggiore del debito del paese. Bruno Vespa legge in milioni solo i dati riguardanti le banche italiane e in miliardi quello delle banche francesi e tedesche. In seguito commette un altro errore quando afferma “la Grecia, lo ripetiamo, ha un Pil che è molto inferiore a quello della Provincia di Treviso”. Forse il conduttore intendeva dire che il Pil della Grecia pesa sull’Europa quanto quello della Provincia di Treviso sul Pil italiano. Il Pil della Grecia infatti è stato nel 2010 pari a circa 223 miliardi, mentre quello del Veneto nel 2009 era di 128 miliardi, cosa che pone indiscutibilmente quello di Treviso ben distante dai livelli greci.
I mercati finanziari hanno accolto molto bene i risultati del vertice europeo del 26 ottobre. I governi sono stati capaci di evitare una rottura drammatica tra di loro e con le banche, dando l’impressione di avere preso misure importanti e promettenti. A ben vedere, però, il comunicato finale desta qualche perplessità . Sulla Grecia si è arrivati a una insolvenza mascherata, che potrà avere effetti destabilizzanti. L’intervento sulle banche potrebbe provocare una stretta creditizia. La riforma del Fondo europeo di stabilità è ancora avvolta nella nebbia.
Renzo Moser sostiene che il “Fondo ferrovia” (450 milioni ad oggi) debba ritenersi di proprietà della società Autobrennero (“SAB”) in quanto accumulato a fronte di utili non distribuiti agli azionisti. Non essendo un giurista, mi limito ad osservazioni di tipo economico. L’obbligo ad effettuare accantonamenti annui minimi al fondo e l’esenzione da imposte farebbero propendere per ritenere che la proprietà sia dello Stato (che, rinunciando alle imposte, ha contribuito per oltre un terzo del fondo). Altrimenti, l’esenzione da imposte sarebbe davvero anomala e difficile da giustificare: esistono in Italia altri casi analoghi? La fattispecie va poi inquadrata nel contesto del rapporto concessorio. La concessione della SAB scadeva nel 2005, e l’autostrada già allora era stata interamente ammortizzata, pur dopo rivalutazioni monetarie e capitalizzazione di oneri (vedasi il mio libro citato nell’articolo). Ma la SAB ottenne, gratuitamente, una proroga della concessione di 8 anni e 4 mesi, sino all’aprile 2014, grazie anche all’impegno di accumulare il fondo ferrovia. Gli utili conseguiti dalla SAB in questi 8 anni sono di gran lunga superiori agli accantonamenti nel fondo. Anche se venisse deciso che la proprietà del Fondo è dello Stato, non mi pare che gli azionisti avrebbero di che dolersi.
Se lo Stato avesse ripreso la concessione nel 2005 e l’avesse gestita in proprio (es tramite Anas) avrebbe potuto accumulare ben più del doppio per destinarlo magari proprio alla ferrovia del Brennero. Un’ultima osservazione. Ai tanti che in questo come in altri casi di concessionarie si appellano indignati ai diritti degli azionisti suggerisco di rifare la storia di queste società e verificare quanto abbiano mai versato gli azionisti all’origine. Nel caso della Autobrennero, meno di 3 miliardi di lire di allora, cifra davvero risibile se confrontata con il flusso di dividendi percepiti e l’imponenza dei profitti accumulati.
Nella lettera all’Europa il governo non ammette né gli errori fatti in questi anni né la necessità delle riforme indipendentemente dalla crisi in atto. Le misure indicate rimarranno solo vuote promesse? Se vogliamo che la Bce continui ad acquistare i nostri titoli di Stato, bisogna passare ai fatti. Tanto più se le proposte non mancano, come nel caso della riforma del mercato del lavoro. Gli interventi possibili contro la precarietà e l’evasione fiscale. E in una fase di debolezza del mercato interno, serve anche un sostegno ai redditi delle famiglie.