Il Parlamento europeo ha fermato l’accordo Ue-Mercosur ricorrendo alla Corte di giustizia europea. Un verdetto definitivo arriverà forse fra due anni. Intanto, si possono calcolare i costi diretti e indiretti del rinvio. Anche quelli per l’Italia.
Costi diretti e costi indiretti
A pochi giorni dalla firma di Ursula von der Leyen e dei partner latinoamericanisull’accordo commerciale Ue-Mercosur in Paraguay, il Parlamento europeo ha approvato, con un margine di soli dieci voti, la richiesta di inviare il testo alla Corte di giustizia europea per un parere legale. Così, dopo più di25 anni di negoziati, l’accordo si è insabbiato ancora, ammesso che poi passi il vaglio della Corte.
In attesa di conoscere il verdetto, che potrà arrivare anche tra un paio di anni, potrebbe servire una stima delle perdite economiche che derivano dal mancato avvio dell’accordo Ue-Mercosur.
I costi del rinvio sono sia diretti sia indiretti. In termini diretti, la non entrata in vigore dell’intesa significa che le merci europee continueranno a pagare dazi elevati – spesso percentuali a due cifre su auto, macchinari, chimica, farmaci e prodotti alimentari – anziché beneficiare di un regime quasi totalmente duty-free. In termini indiretti, comporta costi opportunità sostanziali: minori esportazioni, mancati risparmi tariffari stimati in miliardi l’anno, perdita di crescita potenziale di Pil e di occupazione, oltre a una competitività globale indebolita.
In particolare, sono tre gli aspetti rilevanti: quanti dazi in più pagheranno le merci europee verso il Mercosur rispetto a quanto dovuto con l’accordo commerciale in vigore; gli altri costi diretti legati ai dazi e le perdite indirette – o “costi opportunità” – legati a crescita economica, occupazione e competitività.
I dazi che restano in vigore
L’accordo Mercosur prevede l’eliminazione progressiva di circa il 91-92 per cento dei dazi tra Ue e paesi che aderiscono all’organizzazione dei paesi sudamericani (su esportazioni dell’Ue verso Mercosur e viceversa). La cancellazione è graduale, si estende fino a 15 anni e riguarda molti prodotti industriali, con riduzioni importanti anche su alcuni alimentari particolari. Nella situazione attuale, invece, in mancanza di un accordo commerciale, sotto le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio, le merci europee verso il Mercosur pagano tariffe Most-Favoured-Nation (Mfn) relativamente elevate, che variano molto tra i settori. Secondo dati ufficiali della Commissione europea, il Mercosur applica dazi medi più alti all’Ue: circa 11 per cento in media sui beni europei, contro poco più del 5 per cento mediato dall’Ue sugli stessi beni. Su alcuni prodotti industriali e agroalimentari i dazi sono però significativamente più alti(componenti auto: circa 35 per cento; macchinari: 14-20 per cento; prodotti chimici e farmaceutici: 14-18 per cento; formaggi e prodotti lattiero-caseari: fino a circa 28 per cento; vino e alcolici: fino a circa 35 per cento). Nell’insieme, il mancato risparmio di dazi ammonta a oltre 4 miliardi di euro all’anno nel settore industriale.
Inoltre, saranno più elevati i prezzi dei prodotti esportati dall’Ue, cioè i produttori europei devono competere con prezzi di export meno competitivi rispetto a produttori di paesi con accordi simili o rivali (per esempio, Usa e Cina). Persisteranno poi costi di conformità, di certificazione e controlli doganali più elevati, senza le procedure semplificate previste dall’accordo. (Trade and Economic Security).
A tutto ciò vanno aggiunte le perdite derivanti dalla crescita potenziale dell’export europeo: l’accordo aveva previsto l’aumento delle esportazioni Ue verso Mercosur fino a +39-50 per cento entro il 2040, con un contributo alla crescita del Pil europeo stimato in oltre 77 miliardi di euro cumulati nel lungo periodo.
Quanto ci perde l’Italia
Se è la Germania il paese che trarrebbe il vantaggio più netto in valori assoluti dall’avvio dell’accordo, vista la dimensione dell’export industriale verso il Mercosur, seguita dalla Spagna, con un potenziale significativo soprattutto nei settori chimici, farmaceutici e alcuni manufatti (Trade and Economic Security), per l’Italia i benefici sarebbero più contenuti in valore assoluto, ma pur sempre significativi in proporzione alla dimensione dell’economia italiana, in particolare per alcuni settori specifici – auto, agroalimentare, prodotti a indicazione geografica – secondo i dati del ministero degli Affari esteri.
Per avere un senso concreto delle grandezze, nel caso dell’Italia, il valore delle esportazioni di transport equipment (auto e merci correlate) verso Mercosur nel 2024 è stato di circa 642 milioni (dati ufficiali italiani). Oggi, senza accordo, su 642 milioni di auto esportate verso Mercosur, il nostro paese paga in media il 30 per cento di dazio (stimato per semplicità), per un totale annuo di circa 193 milioni, mentre con l’accordo questo costo tariffario sarebbe azzerato nel tempo, con un risparmio potenziale di circa 190-200 milioni all’anno solo sulle auto italiane. Nel settore agroalimentare, che esporta per 489 milioni, il risparmio sui dazi sarebbe di circa 150-200 milioni.
Per quanto riguarda i prodotti Igp, Dop, Tsg, hanno un valore stimato di circa 75 miliardi l’anno in vendite complessive a livello mondiale in tutti i mercati nel food & beverage (vino, formaggi, salumi, olio) – un segmento molto importante, che vale il 15-16 per cento dell’export agroalimentare europeo totale. Da considerare anche il valore aggiunto delle indicazioni geografiche italiane (per esempio, parmigiano, prosciutto, prosecco) che, grazie alla protezione legale prevista nell’accordo, potrebbero vendere a prezzi premium e con maggiori volumi rispetto a oggi, con un effetto stimato nell’ordine di 12 miliardi all’anno.
Per una corretta valutazione dell’opportunità dell’accordo, serve una completa analisi costi e benefici. L’insieme delle perdite stimate va inevitabilmente confrontato con lo scampato pericolo di un’invasione di prodotti agricoli – soprattutto carne bovina, lo spauracchio degli agricoltori francesi – e l’associata concorrenza di prezzo sul mercato europeo. I dati dicono che la quota di import concesso sarebbe di 99mila tonnellate all’anno al 7,5 per cento di dazio, quota che rappresenta circa l’1,5–1,6 per cento della produzione totale di carne bovina dell’Ue e meno della metà delle importazioni storiche dal Mercosur. Una parte significativa di queste importazioni entrerebbe a dazio molto più basso dell’attuale e avrebbe un effetto al ribasso sui prezzi, che potrebbe arrivare all’1-3 per cento dei prezzi medi dei segmenti interessati.
Oltre al blocco dell’accordo per possibili cavilli formali (millantate incompatibilità con accordi pregressi), l’Europarlamento forse dovrebbe rendere conto ai cittadini e alle imprese dei paesi membri delle motivazioni profonde della sua decisione.
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Professore associato di Politica economica presso l’Università del Piemonte Orientale e Associate Senior Research Fellow nel programma Asia dell'ISPI. E' stata visiting scholar presso il Department of International Business and Economics dell'Universita' di Greenwich ed economista presso la United Nations Conference on Trade and Development. Ha pubblicato numerosi articoli sull’economia cinese e sull'espansione delle imprese cinesi all'estero su riviste accademiche internazionali quali China Economic Review, China and the World Economy, International Economics, World Development, World Economy. Tra i libri: L'economia della Cina nel XXI secolo (con F. Lemoine), Il Mulino, 2021; L'économie de la Chine au XXIè siècle (con F. Lemoine), La Découverte (in corso di pubblicazione); China Dream: Still coming True?, ISPI, 2016; Xi Jinping's policy gambles: The bumpy road ahead (con A. Berkofski), ISPI, 2015 e L'economia della Cina (con S. Chiarlone), Il Mulino, 2006.
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