Il segretario nazionale del partito Ora! rifiuta l’etichetta “liberale” e chiarisce che la formazione difende le coorti e i segmenti produttivi penalizzati da un equilibrio che frena la crescita. La posizione sulla dicotomia meno stato-stato migliore.
Riceviamo e pubblichiamo la replica di Michele Boldrin all’articolo di Francesco Orsi, uscito su lavoce.info il 13 marzo 2026.
Il rifiuto dell’etichetta liberale non è cosmesi
L’articolo di Francesco Orsi pone due domande: dove si colloca ORA! e se l’area “liberale” possa superare il tetto elettorale dell’8 per cento. Le risposte che Orsi offre – ORA! come soggetto liberale e “non meno stato ma stato migliore” come strategia – sono stimolanti e approfittiamo dell’ospitalità di lavoce.info per continuare la conversazione.
ORA! rifugge l’etichetta liberale sia nelle tesi congressuali sia nelle dichiarazioni dei suoi rappresentanti – il segretario nazionale sostiene da anni la “inattualità del liberalismo”. Le divergenze non sono di tono né solamente di principi teorici ma di merito corrente: scetticismo verso il debito pubblico europeo, esplicito supporto all’Ucraina sin da prima dell’invasione, rigetto della politica israeliana e americana in Medio Oriente, pragmatismo nei rapporti con la Cina, riforma strutturale di scuola e università, riorientamento strategico della politica industriale. Su ciascuno di questi nodi come su altri, la tradizione liberale italiana recente ha spesso assunto posizioni che ORA! non condivide.
La strategia di aggregazione che perseguiamo non guarda alle etichette ideologiche ma agli interessi materiali e ai valori dei gruppi sociali di riferimento. Il perimetro della nostra riflessione e sperimentazione politica non si esaurisce nell’economia: il contesto è quello di un emergere di divisioni del mondo inaccettabili che impongono domande fondamentali. Su questi terreni, dal giorno uno, ORA! cerca il confronto e l’aggregazione con tutte le persone che riconoscono di trovarsi davanti a un bivio di rilevanza epocale che impone scelte coraggiose e innovative.
È in corso una ridefinizione profonda delle configurazioni politiche dell’Occidente. In questa dinamica intendiamo inserirci. Falliremo? È possibile. Ma non crediamo che una risposta efficace al “Maga 2.0” – ovvero al neo-suprematismo religioso-coloniale che incarna – possa emergere dal riciclo di ricette liberali o socialdemocratiche. Non per caso, buona parte del mondo liberale italiano sta convergendo verso posizioni trumpiane, mentre il mondo “woke” appare incapace di articolare risposta.
Senza pretendere di avere la risposta in tasca, cerchiamo strade nuove per evitare la caduta nell’alternativa schmittiana: la politica come pura e violenta contrapposizione amicus-hostis.
La distinzione decisiva: approccio normativo versus condizionale
La posizione liberale è ideologicamente normativa come quella socialista o quella fascista, solo di segno opposto o diverso: il perimetro dello stato va ridotto per principio.
Il nostro approccio è condizionale: lo stato va riformato e, in molte componenti, ridotto perché, nella configurazione attuale, distrugge valore e frena la crescita. Se controfattualmente lo stato italiano favorisse la crescita, la conclusione potrebbe essere diversa. Allo stato attuale non lo è.
Con una spesa pubblica al 50 per cento del Pil e indicatori di performance tra il mediocre e il pessimo su quasi tutti i fronti, il problema non è la dimensione dello stato. Il problema è la composizione della spesa, la direzione degli interventi regolativi, i meccanismi di allocazione delle risorse e soprattutto gli incentivi che il funzionamento reale degli apparati pubblici genera in Italia oggi.
Nell’equilibrio politico attuale, la spesa è catturata da gruppi con bassa produttività e alta capacità di coordinamento elettorale. Il risultato è un trasferimento sistematico di reddito da attività ad alto rendimento – capitale umano, innovazione, impresa competitiva – verso rendite di posizione, sussidi corporativi, prebende pubbliche. In questo contesto, ridurre l’intrusione dello stato in ampie aree dell’economia non è un postulato ideologico: è una condizione necessaria alla ricostituzione degli incentivi che generano crescita.
Un partito per chi produce
ORA! è, esplicitamente, un partito di “classe” nel senso analitico del termine: seleziona i propri gruppi di riferimento e non pretende di rappresentare tutti. Non difende l’equilibrio esistente, ma le coorti e i segmenti produttivi che quell’equilibrio invece penalizza: i giovani, i lavoratori qualificati, le imprese esposte alla concorrenza interna (poca) e internazionale (tanta). Ed è “nazionale” in senso patriottico: privilegia la traiettoria di lungo periodo del paese rispetto alla conservazione delle rendite correnti.
Le due scelte sono coerenti: l’interesse delle generazioni future coincide con la riallocazione delle risorse verso usi ad alta produttività.
A differenza della tradizione liberale italiana – storicamente vicina alla borghesia professionale e all’alta dirigenza pubblica – il nostro programma incide negativamente su una quota rilevante di interessi costituiti, inclusi segmenti che oggi usano lo stato come strumento di rendita.
La nostra non è una posizione neutrale: è redistributiva. Ma la redistribuzione che proponiamo non segue le linee consunte della retorica novecentesca “ricchi contro poveri”. Si definisce invece lungo linee demografiche, di produttività e aspirazionali: da chi estrae a chi produce, dai vecchi diritti acquisiti alle generazioni che li finanziano senza beneficiarne, da chi consuma il prodotto altrui a chi investe per accrescerlo.
“Meno stato” o “stato migliore”?
La dicotomia tra riduzione e miglioramento dello stato è, a nostro avviso, inutilmente antitetica. Efficienza e dimensione non sono variabili indipendenti: sono entrambe endogene ai meccanismi di cattura. Finché i gruppi che beneficiano dell’espansione della spesa controllano le leve elettorali, “stato migliore” resta un’invocazione retorica.
Senza riduzione selettiva delle voci a bassa produttività e senza apertura alla concorrenza nei servizi protetti, l’efficienza non si otterrà.
Viceversa, aumenti mirati di spesa sono pienamente giustificati quando il rendimento atteso è elevato e misurabile. Il criterio è unico: impatto sulla crescita di lungo periodo e sugli incentivi dei gruppi rappresentati. Alcuni esempi chiariscono il quadro. Sul lato della riduzione: contenimento della spesa pensionistica in rapporto al Pil, taglio dei sussidi a imprese e partite Iva, smantellamento dei privilegi corporativi nei settori protetti a bassa produttività – turismo, agricoltura, piccolo commercio e professioni. Sul lato dell’espansione: aumento della spesa in scuola, università e ricerca; riduzione della tassazione sui redditi da lavoro qualificato; investimenti pubblici nel nucleare e nelle infrastrutture funzionali alla crescita; politiche che aumentino l’offerta di lavoro femminile. Non è un pacchetto ideologico: è una riallocazione coerente con un criterio esplicito.
Il “soffitto” elettorale: davvero invalicabile?
La domanda sul tetto elettorale dell’8 per cento merita pure una riflessione. Se si assume che l’offerta politica debba adattarsi alla distribuzione corrente dei beneficiari della spesa pubblica, il vincolo è insuperabile a meno che non si imiti l’esistente negando le ragioni della propria esistenza.
Il tetto riflette l’equilibrio attuale e le scelte compiute sino a ora da quasi tutte le formazioni “riformiste”, non ne dimostra l’inevitabilità futura. Se si ammette che informazione e difesa degli interessi oggi trascurati possano spostare le preferenze, il vincolo flette. Non è una certezza, ma è la scommessa che abbiamo fatto in ottobre del 2025 e che oggi perseguiamo rivolgendoci ai gruppi sociali che intendiamo rappresentare. Il tempo delle ideologie normative è passato da tempo.
* Michele Boldrin è Segretario Nazionale del Partito ORA!
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Michele Boldrin è un economista, professore alla Washington University di St. Louis, Segretario Nazionale del Partito ORA!, nato nell'ottobre 2025. È autore di numerosi saggi e pubblicazioni su crescita economica, innovazione e proprietà intellettuale ed è attivo su YouTube con oltre 75mila iscritti, 15 milioni di visualizzazioni e 2 mila video oltre a collaborare con media italiani e internazionali.
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