Il sistema Ets è uno strumento importante ed efficace per ridurre le emissioni. Vale pena smontarlo come chiedono alcuni paesi, Italia compresa? Per affrontare la crisi energetica causata dalla guerra in Medioriente si può ricorrere ad altri mezzi.
Le conseguenze della guerra
Il blocco parziale dello stretto di Hormuz nel Golfo Persico, da cui passano il 20 per cento del petrolio e del gas naturale mondiale, sta causando una delle più grandi crisi energetiche del secondo dopoguerra. L’impatto dell’aumento del gas sulle bollette sarà graduale, ma i prezzi dei carburanti sono già schizzati alle stelle, peraltro in un periodo – inizio primavera – in cui vi è una forte domanda di gasolio da parte dell’agricoltura oltre che del settore dei trasporti: per un paese come il nostro, importatore netto, diventa un problema.
Si tratta di una situazione grave anche rispetto alla recente crisi del 2022 legata alla guerra in Ucraina. In quel caso, le conseguenze si sono sentite solo sul gas e hanno riguardato soprattutto l’Unione europea, dipendente dal gas russo. La crisi attuale invece interessa anche il petrolio e gli effetti sono globali. I prodotti petroliferi del Golfo sono diretti in larga misura verso l’Asia, tuttavia, le conseguenze sui prezzi, fissati sul mercato internazionale, colpiscono tutto il mondo. Vi è molta incertezza sulle conseguenze di medio termine. Anche se la guerra terminasse presto, non si sa se la navigazione nello Stretto tornerà a essere sufficientemente sicura, è probabile che sia prima necessario sminare quelle acque e resterà comunque l’incognita droni. È perciò plausibile che, anche con un cessate il fuoco, le forniture globali di gas e petrolio rimarranno insufficienti per mesi, con conseguenze disastrose per l’economia mondiale.
I prodotti petroliferi non sono l’unico problema. Il Qatar è anche uno dei maggiori esportatori di gas elio, utilizzato per il raffreddamento dei wafer di silicio nella produzione dei semiconduttori, oltre che nell’industria degli strumenti medicali. Le conseguenze della riduzione drastica degli scambi di questo gas si muovono lungo tutta la catena del valore e non colpiscono solo l’elettronica di consumo e i dispositivi medici. Tutti questi rincari portano con sé rischi di stagflazione, ossia una situazione in cui coesistono stagnazione e inflazione.
Ets, un sistema lungimirante
In un contesto così complesso, si è sviluppata la polemica sull’Ets (Emission Trading System), il sistema europeo che fissa un prezzo alla CO2 secondo il principio “chi inquina paga”.
Come funziona il sistema Ets, entrato in vigore nel 2005, più di venti anni fa? L’Unione europea fissa un tetto per quanta CO2 può essere emessa ogni anno nei settori coinvolti. Vengono poi “distribuite” quote negoziabili, ciascuna delle quali dà diritto ad emettere una tonnellata di CO2 (cosiddetto “cap and trade”). Circa il 57 per cento delle quote viene messo all’asta (e in teoria la percentuale crescerà nel tempo) mentre il restante 43 per cento viene distribuito a titolo gratuito a imprese esposte alla concorrenza internazionale (in teoria decrescente nel tempo). Si tratta di un incentivo a investire in tecnologie pulite, dove chi non riduce le emissioni paga sempre di più. Un sistema all’avanguardia e lungimirante da cui altri paesi traggono ispirazione.
Poiché l’Ets è visto come un aggravio ulteriore sul costo dell’energia, alcuni paesi europei, tra cui l’Italia, hanno chiesto di bloccarlo, mentre altri si sono coalizzati in sua difesa. Lo scontro tra le due posizioni contrapposte è arrivato al Consiglio europeo del 19-20 marzo che, di fatto, ha cercato di mediare. In estrema sintesi, la decisione è stata che l’Ets sarà temporaneamente corretto ma non smantellato. Entro luglio sarà presentata una revisione e istituito un fondo da 30 miliardi (Ets investment booster).
Attualmente, i soggetti coinvolti nel sistema sono le centrali elettriche, gli impianti industriali energivori, le compagnie aeree e il trasporto marittimo. In futuro, con l’Ets 2 (in vigore dal 2028 a “bocce ferme”) il sistema dovrebbe essere esteso ai fornitori di carburante e combustibili per il riscaldamento, che poi ne trasferiscono il costo lungo la filiera, incidendo su trasporti, edifici e piccole imprese. È vero che l’Ets ha un impatto significativo sul costo dell’energia: oggi si stima un effetto intorno all’11 per cento sul prezzo delle bollette elettriche. Con l’Ets 2 si prevede un aumento dei prezzi di gas e carburanti tra il 5 e il 13 per cento e conseguenze contenute sull’inflazione complessiva (0,2 punti percentuali secondo la Bce). Per compensare i rincari previsti, la Ue ha già messo in campo diverse iniziative. Tra queste, il fondo sociale per il clima che prevede aiuti diretti (bonus bollette), investimenti e incentivi alla mobilità sostenibile (vale 7 miliardi per l’Italia tra il 2026 e il 2032) e il recente “Pacchetto energia e cittadini”, un insieme di misure che riguardano interventi di contrasto alla povertà, norme per facilitare il cambio di fornitore, incentivi per l’adozione di tecnologie pulite e per la creazione di comunità energetiche, ossia gruppi di soggetti che condividono volontariamente energia prodotta localmente da fonti rinnovabili.
Vale la pena cambiarlo?
In conclusione, l’Ets è uno strumento importante ed efficace per la riduzione delle emissioni. È una politica che si preoccupa del futuro dei nostri figli, consente di accelerare la transizione energetica e di rafforzare l’autonomia strategica europea. Sarebbe giusto smontarlo per gestire l’emergenza, rinunciando a un pezzo di futuro? Probabilmente qualche adattamento di breve periodo può essere introdotto, ma per alleggerire la crisi attuale e, soprattutto, aumentare la resilienza a quelle future occorre far ben altro che attaccare l’Ets. Nel breve termine si possono utilizzare scorte strategiche, agire sulle tasse, come in parte è stato fatto con le accise, e tutelare le famiglie povere più esposte. Nel medio-lungo termine, bisogna continuare a investire sulle fonti rinnovabili e diversificare l’import in modo da ridurre ancora di più la dipendenza e aumentare l’autonomia strategica dell’Ue e dell’Italia.
Figura 1 – Caratteristiche essenziali del sistema europeo Ets

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Economista, esperto di politiche UE, Principal Consultant presso Ecorys Italy. Ha condotto numerosi progetti di ricerca e analisi per la Commissione Europea, il Parlamento Europeo, e valutato interventi nazionali e regionali. Dottorato in Economia Politica presso l’Università Politecnica delle Marche e Master of Science in Technology and Innovation Management presso lo SPRU, Science & Technology Policy Research Unit, University of Sussex.
Linda Meleo, Professoressa Associata di Economia Applicata all’Università UNINETTUNO, docente all’Università LUISS, già assessora alla Mobilità e alle Infrastrutture di Roma Capitale. Esperto esterno della Commissione europea. Si occupa di politica industriale, politiche pubbliche, transizione ecologica, innovazione.
Savino
Effettivamente, non c’entra nulla il fatto che dobbiamo pagare per l’inquinamento provocato con le questioni proprio di approvvigionamento energetico come materia prima ed il tutto potrebbe essere peggiore qualora la Germania decidesse di ritornare al carbone fossile e qualora continuasse ad essere non chiara la definizione del nucleare di ultima generazione (è fonte rinnovabile o no? è succedanea delle fonti esistenti o no?).
Marco Ponti
L’ETS è un ottimo sistema, ma come ho scritto sulla Voce mesi fa dovrebbe tener conto di quanto sono già tassate le fonti inquinanti per unità di emissione. Altrimenti c’è il rischio di gravi inefficienze e squilibri settoriali.
dino marangiu
da ingegnere mi lascia basito vedere il continuare a sposare le tesi che stanno dietro al mantenimento dell’ETS, quando oramai è emerso che l’impatto della sua applicazione è minimale rispetto alle emissioni globali . Da laureato in relazioni internazionali ed esperto in materia l’ETS senza il coinvolgimento del resto del pianeta oltre l’Europa diventa solo in vetrina per mostrare quanto si è virtuosi. Inoltre si continua a considerare l’impatto dell’attività quotidiana ignorando l’apporto dei devastanti incendi boschivi , attività militari, mantenimento del trasporto marino per gli effetti della globalizzazione, ecc. Per non commentare dal punto di vista tecnico, il porsi la domanda se l’energia nucleare può essere considerata rinnovabile
Giacomo Bailetti
Complimenti per l’articolo, anche per la chiara esposizione del sistema ETS. Gli scienziati del clima, che purtroppo i nostri mezzi di informazione non citano quasi mai, sono allarmati per la volontà di eliminare ETS.