Con la guerra in Iran la presentazione del Documento di finanza pubblica è diventata un passaggio delicato. Più che chiedere la sospensione del Patto di stabilità, il governo dovrebbe insistere per investimenti collettivi su energia e altri beni pubblici europei.
La presentazione del Dfp
Entro il 10 aprile il governo è tenuto a presentare alle Camere il Documento di finanza pubblica (Dfp), il primo passaggio formale relativo al ciclo di bilancio per il 2026.
Il Dfp, oltre a fare il punto sulla situazione attuale dei conti pubblici, incluso il rispetto delle regole europee, dovrebbe tracciare la strada verso la manovra di finanza pubblica per il 2027, l’ultima di questa legislatura. Il passaggio si presenta particolarmente complesso per la grande incertezza generata dalla guerra in Iran sulle variabili economiche rilevanti, sia nel breve che, soprattutto, nel medio termine, perché molto dipende dalla durata del conflitto e dei suoi strascichi futuri.
Il 2026 è anche un anno preelettorale e la percezione di dover affrontare il rinnovo delle Camere in una situazione di crisi economica e ripresa dell’inflazione preoccupa non poco la maggioranza. Di qui richieste insistenti di revisioni del Patto di stabilità e crescita (Psc) europeo e di modifiche al Piano multi-annuale presentato dal governo nell’ottobre del 2024.
Il dibattito è però confuso; prima di discutere del merito, proviamo a fare un po’ di chiarezza.
Le regole europee
L’Italia è in questo momento nel cosiddetto “braccio correttivo” del Psc, cioè sotto procedura di infrazione. Questo perché il deficit pubblico (l’indebitamento netto) nel 2023, quando la Commissione europea ha espresso la sua valutazione, si collocava attorno al 7 per cento del Pil, molto al di sopra del limite previsto dal Patto, il famoso 3 per cento. Secondo le regole europee, un paese in procedura di infrazione deve migliorare il proprio deficit di almeno mezzo punto di Pil all’anno. Fino al 2027, a seguito di un accordo preso tra i paesi europei al momento dell’approvazione della riforma del Psc, a dicembre 2023, il miglioramento riguarda solo il deficit primario, cioè il deficit al netto degli interessi, e non quello complessivo. Su questa base, il governo ha presentato nell’ottobre del 2024 il suo Piano multi-annuale per il 2025-2031 — che fa riferimento all’evoluzione di un altro aggregato, la spesa netta — in modo tale da soddisfare gli obblighi sul deficit primario fino alla fuoriuscita dalla procedura. Fuoriuscita che nel Piano il governo stabilisce di voler raggiungere già nel 2026, in anticipo rispetto a quanto richiesto dalla stessa Commissione, che prevedeva un percorso più graduale.
A consuntivo, il governo ha rispettato gli obblighi della procedura senza problemi nel 2024, grazie anche alla sospensione del Superbonus e al fatto che Eurostat ha deciso di computare, sulla base del criterio della competenza, i costi addizionali dei bonus edilizi nell’indebitamento netto dell’anno in cui sono stati attribuiti e non negli anni in cui hanno effetti (cioè, quando banche e imprese scontano i crediti fiscali sotto forma di minor pagamenti di imposte). Questo ha inflazionato l’indebitamento netto negli anni 2022-2023, riducendolo però in quelli successivi. Di conseguenza, secondo le ultime valutazioni dell’Istat, il deficit complessivo è crollato di ben 3,7 punti di Pil dal 2023 al 2024, e quello primario è migliorato di oltre 4 punti, passando da un deficit di 3,7 per cento di Pil nel 2023 a un surplus dello 0,5 per cento nel 2024.
Una doccia fredda c’è stata invece nel 2025, il primo anno di attuazione delle nuove regole europee. Il governo si aspettava un deficit complessivo attorno al 2,8 per cento del Pil, cioè al di sotto della fatidica soglia del 3 per cento, che avrebbe comportato ancora un miglioramento del primario dello 0,5 per cento del Pil. Invece l’Istat ha certificato nel 2025 un deficit complessivo pari al 3,1 per cento del Pil e un miglioramento del primario di soli 0,2 punti, cioè con un surplus primario allo 0,7 per cento del Pil.
Rimandata l’uscita dalla procedura di infrazione
In linea di massima e tralasciando per il momento gli effetti della guerra in Iran, poco male. Non aver raggiunto l’obiettivo prefissatosi nel 2025 è soprattutto uno smacco politico per il governo, che su questo aveva puntato molto anche in termini di reputazione internazionale. Ma l’obiettivo di rientrare sotto il 3 per cento è stato mancato di poco (lo 0,1 per cento del Pil equivale a poco più di 2 miliardi) e si tratta comunque di un dato provvisorio. L’Istat rivede continuamente le proprie stime del Pil e negli ultimi anni queste revisioni sono sempre state al rialzo; è dunque possibile che tra qualche anno si scoprirà che in realtà il deficit nel 2025 si collocava già sotto il 3 per cento.
Casomai il problema è che senza l’uscita formale dalla procedura di infrazione nella primavera del 2026, il governo non può dare seguito a quanto già previsto, cioè l’invocazione della clausola di sospensione dal “braccio preventivo” del Psc (in cui il paese rientrerebbe una volta uscito dalla procedura) per poter sostenere un aumento delle spese per la difesa, finanziandolo con il prestito già concesso dalla Commissione (per 14,9 miliardi) nell’ambito del programma Safe. Ma, di nuovo, se non ci fosse stata la guerra in Iran, è probabile che la Commissione non avrebbe davvero negato l’uscita dall’infrazione all’Italia nel 2026 per una variazione così piccola rispetto all’obiettivo (il 3,1 per cento invece del 3) e per un miglioramento solo parziale del deficit primario. In un’ottica di medio termine, la Commissione avrebbe potuto comunque considerare i progressi conseguiti dall’Italia sufficienti per considerare chiusa la procedura.
Tutto cambia con la guerra
La guerra in Iran e le sue conseguenze economiche hanno modificato radicalmente il quadro. Tutti gli osservatori si aspettano una riduzione della crescita economica e un inasprimento delle pressioni sui prezzi nel breve periodo, mentre le previsioni nel medio termine sono molto più incerte. Per esempio, per l’area euro, la Bce ha rivisto al rialzo le sue previsioni sul tasso di inflazione, al 2,6 per cento in media d’anno nel 2026, e al ribasso quelle sulla crescita, con una perdita di circa 3 decimi di punto rispetto a quanto originariamente previsto. Ma nelle sue previsioni centrali (baseline), la Bce si aspetta comunque un effetto temporaneo; già nel terzo trimestre del 2026, assumendo che la guerra finisca nel giro di qualche settimana, la situazione dovrebbe migliorare, per tornare a quella precedente la crisi già a metà del 2027. La Bce presenta comunque anche scenari alternativi considerando una diversa durata della guerra e delle sue conseguenze. In quello più drammatico, la crescita del Pil nell’area dell’euro potrebbe ridursi di oltre un punto percentuale nel 2026 e l’inflazione salire al 4 per cento. Per l’Italia, più dipendente di altri dai combustibili fossili e con un prezzo per l’energia già più elevato, le conseguenze sarebbero ancora più gravi che per gli altri paesi euro.
L’errore da non fare
In questa situazione, l’uscita dalla procedura per l’Italia nel 2026 sembra compromessa. Il governo dovrà contrattare con la Commissione un percorso più graduale di riduzione del deficit, approfittando anche di alcuni vantaggi che la stessa procedura offre. Per esempio, finché è in procedura, un paese non deve rispettare il vincolo di riduzione del rapporto debito su Pil previsto dal braccio preventivo. Ma sarebbe un errore rinunciare ai progressi già ottenuti. Per un paese fortemente indebitato come il nostro sono soprattutto i mercati finanziari a rappresentare il vincolo più importante; il Psc lo è solo relativamente e anzi rispettarlo serve proprio a tranquillizzarli. A seguito della guerra, gli operatori finanziari si aspettano tassi di interesse in futuro più elevati e i paesi più fragili finanziariamente, come l’Italia, ne stanno già pagando le conseguenze: dall’inizio del conflitto, lo spread del Btp sul Bund è cresciuto di 30 punti base e i tassi italiani all’emissione dei titoli decennali hanno già sfiorato il 4 per cento, con un incremento di 80 punti base sul minimo di solo due mesi fa.
Significa che le poche risorse che si potranno liberare dalla contrattazione con la Commissione andranno usate con molta prudenza e soprattutto tenendole il più possibile in riserva nel caso che la situazione si aggravi davvero. Interventi mirati a sostegno delle categorie sociali più deboli e a vantaggio delle imprese più dipendenti dal costo dell’energia sono sicuramente preferibili a interventi a pioggia, come quello attuale e molto costoso sulle accise per calmierare il prezzo dei combustibili. È inoltre del tutto possibile che, se la crisi si aggraverà davvero, le istituzioni europee saranno costrette a prenderne atto, superando le resistenze dei paesi meno disponibili. Potrebbe decidere non solo sospensioni o rallentamenti nell’attuazione del Psc, ma anche investimenti collettivi su energia e altri beni pubblici europei. È su questi il governo dovrebbe soprattutto puntare, rafforzando la propria iniziativa politica in ambito europeo.
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Si è laureato in Filosofia a Firenze e ha svolto studi di economia nel Regno Unito (MA, Essex; PhD, Warwick). Si occupa prevalentemente di temi di economia pubblica. Ha insegnato nelle Università di Birmingham, Bergamo, Brescia, Venezia e come visiting professor negli USA, in Svezia, Germania e Cina. Attualmente è professore ordinario di Scienza delle Finanze presso l'università Cattolica di Milano, dove ha diretto anche il Dipartimento di Economia e Finanza e la Doctoral School in Public Economics. Ha svolto e svolge tuttora attività di consulenza per enti pubblici nazionali e internazionali ed è stato membro di numerose commissioni governative, compresa la Commissione sulla Finanza Pubblica presso il Ministero del Tesoro nel 2007-8. È attualmente membro dell'European Fiscal Board, un comitato di consulenza del Presidente della Commissione Europea e Vicepresidente esecutivo dell'Osservatorio sui conti pubblici dell'Università Cattolica.
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