Nella sanità più dei soldi servono gli infermieri

Se non si riesce ad aumentare significativamente il numero di infermieri, qualsiasi incremento di spesa per il Ssn rischia di essere inefficace. Perché la vera riforma della sanità italiana passa anche dalla formazione di professionisti qualificati

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Numeri della sanità a confronto

Il dibattito politico sulla sanità italiana continua a oscillare tra destra e sinistra attorno a una domanda apparentemente semplice: quante risorse servono al Servizio sanitario nazionale? La risposta è sempre la stessa: di più. Ma questa impostazione rischia di essere fuorviante. Il problema del Ssn non è solo – e forse neppure principalmente – di risorse, bensì di organizzazione e di mix adeguato di personale; e la vera emergenza è la carenza di infermieri.

I numeri Ocse del rapporto Health at a Glance 2025 aiutano a chiarire il punto (tabella 1). I dati internazionali distinguono tra medici specialisti e infermieri professionali. Per l’Italia, significa che dal computo sono esclusi i medici di medicina generale e gli operatori socio-sanitari (Oss). 

Sul fronte dei medici, il nostro paese non appare in ritardo: il numero per abitante è in linea con la media degli altri principali paesi Ocse e le retribuzioni, se rapportate al salario medio, sono coerenti con quelle degli altri paesi. Un medico specialista guadagna circa 2,8 volte il reddito medio, un valore in linea con la media Ocse. Il nodo centrale non è quindi la scarsità di medici o che i medici vengano sottopagati.

Un sistema che mette gli infermieri in secondo piano

La situazione cambia radicalmente quando si guarda agli infermieri. In Italia sono meno che altrove e, soprattutto, sono pagati relativamente meno: circa 0,94 volte il salario medio, contro una media Ocse di 1,2. Anche il rapporto tra infermieri e medici ne risulta ovviamente sbilanciato: circa 1,28 in Italia contro un valore medio di 2,16 per i paesi Ocse. Lo squilibrio segnala un problema strutturale: il nostro sistema è troppo centrato sulla figura del medico rispetto a quella dell’infermiere, proprio mentre la transizione verso la sanità territoriale richiederebbe esattamente il contrario.

Quanto costerebbe innanzitutto intervenire sugli stipendi? Consideriamo una simulazione molto semplice: oggi un infermiere italiano guadagna quasi 30mila euro, un livello inferiore in termini relativi alla media Ocse di 1,2 volte la remunerazione media del paese. Portare gli stipendi a quel livello significherebbe un aumento di quasi 13mila euro annui per lavoratore. Anche se considerassimo una retribuzione più alta per gli infermieri, di circa 36mila euro, in linea con le stime dell’Aran che include anche indennità accessorie, l’aumento sarebbe consistente, circa 6 mila euro annui. Considerando poco più di 360mila infermieri nel Ssn, il costo complessivo andrebbe dai 2,2 ai 4,7 miliardi di euro l’anno. Cifre che rappresentano tra l’1,7 e il 3,7 per cento dell’attuale Fabbisogno sanitario nazionale standard. Se poi il numero di infermieri aumentasse, arrivando a un rapporto medici/infermieri pari a quello della Spagna, sarebbero necessari da 3 fino a 5,5 miliardi.

Professionisti che non si trovano

Alzare lo stipendio, oltre a uniformare il nostro sistema sanitario agli altri paesi Ocse, appare necessario per risolvere il mismatch tra domanda e offerta. Infatti, il problema non è solo che gli infermieri sono pagati poco, ma che semplicemente non si trovano. Il mercato del lavoro sanitario è già oggi caratterizzato da un eccesso di domanda: ospedali e servizi territoriali faticano a coprire i posti disponibili. In queste condizioni, aumentare i salari può aiutare, ma non risolve automaticamente il problema della scarsità.

Alzare lo stipendio è necessario anche per poter partecipare al mercato, ormai internazionale, degli infermieri. Con i salari che offriamo non siamo competitivi e rischiamo quindi di assumere infermieri di qualità inferiore alla media europea o, addirittura, di rimanere con domanda inevasa. Altri paesi lo hanno capito da tempo. Germania, Regno Unito e paesi scandinavi – come la Norvegia, dove il rapporto tra infermieri e medici è ancora maggiore – hanno adottato politiche attive per attrarre infermieri dall’estero, semplificando il riconoscimento dei titoli, offrendo percorsi di integrazione e, in alcuni casi, incentivando direttamente l’immigrazione qualificata. In Italia questo canale è ancora poco sviluppato e spesso ostacolato da vincoli burocratici, oltre che da una remunerazione troppo bassa.

La carenza di infermieri ha conseguenze dirette anche sull’organizzazione dei servizi. Senza un adeguato numero di infermieri, la sanità territoriale – che dovrebbe essere il pilastro del sistema nei prossimi anni, anche alla luce del Pnrr – semplicemente non può funzionare. L’assistenza domiciliare, la gestione delle cronicità, le strutture intermedie richiedono un forte impiego di personale infermieristico (in tutte le sue declinazioni), non medico.

Soluzioni fin troppo creative

In questo contesto si inseriscono tentativi, talvolta discutibili, di trovare soluzioni alternative. La Regione Veneto ha provato ad ampliare le competenze degli Oss, creando figure intermedie con funzioni più avanzate. L’obiettivo era evidente: compensare la carenza di infermieri. Tuttavia, l’iniziativa è stata bloccata dal Consiglio di stato, sollevando questioni di legittimità giuridica e di competenze professionali. A differenza degli infermieri che sono laureati e obbligatoriamente iscritti all’albo professionale, infatti, gli Oss devono frequentare solo un corso professionale regionale. L’infermiere è un professionista sanitario che può svolgere alcune cure sanitarie in autonomia, come medicazioni e somministrazione di terapie, mentre l’Oss si occupa dell’assistenza di base alla persona nelle attività quotidiane, lavorando sotto la supervisione di medici e infermieri.

Il caso veneto è emblematico. Da un lato, segnala la pressione crescente sui sistemi regionali, costretti a trovare soluzioni rapide a problemi strutturali. Dall’altro, mostra i limiti di interventi che cercano di aggirare, invece che affrontare, il nodo centrale: la formazione, l’attrazione e la valorizzazione degli infermieri. La soluzione non può essere trasformare gli Oss in infermieri, lasciando che quelli con le giuste credenziali formati in Italia vadano a trovare fortuna altrove.

In conclusione, continuare a discutere solo di quanti fondi destinare alla sanità rischia di perdere di vista la questione decisiva. I fondi sono sì necessari, ma bisogna prima chiarire cosa devono finanziare. In tal senso è necessario ripensare seriamente a un riequilibrio del mix professionale. Senza un aumento significativo dell’offerta di infermieri, qualsiasi incremento di spesa rischia di essere inefficace. La vera riforma della sanità italiana passa anche dalla formazione di infermieri qualificati e poi dall’adeguata distribuzione di risorse per remunerare in modo competitivo il capitale umano formato.

Il mismatch che riguarda gli infermieri non è l’unico sul mercato del lavoro sanitario. Anche alcune specializzazioni mediche, come ad esempio chirurgia d’urgenza, anestesia o medicina di base, vedono uno squilibrio tra domanda e offerta. È vero che il numero di medici disponibili è in linea con la media Ocse, ma è anche vero che vi sono specializzazioni dove vi è un eccesso di medici e specializzazioni dove invece mancano. Le organizzazioni, anche quelle sanitarie, funzionano se le professionalità che servono sono adeguatamente utilizzate laddove servono.

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  1. Il mismatch tra domanda e offerta di prestazioni diagnostiche e specialistiche ambulatoriali è il driver che alimenta le liste d’attesa e la lenta deriva verso le assicurazioni e la privatizzazione di fatto del SSN, che la retorica universalistica e della appropriatezza fa finta di non vedere.

    La cartina di tornasole della irreversibile privatizzazione è la proliferazione dei centri polispecialistici privati, presenti in ogni quartiere e in ogni comune di medie dimensioni. Gli investitori privati hanno scommesso sul declino del SSN e stanno raccogliendo i frutti, a colpi di induzione della domanda da parte dell’offerta e di medicina difensiva.

    Le scelte vocazionali degli specializzandi da tre anni a questa parte sono l’indicatore più affidabile del clima generale e delle motivazioni professionali: quando la nave imbarca H2O i roditori se la svignano!

    Servirebbe un’operazione verità al posto dell’autoinganno che accomuna destra e sinistra nel continuo rilancio delle aspettative irrealistiche. Se ci fosse ancora Domenigjetti….

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