I pesanti bombardamenti non hanno abbattuto il regime iraniano. L’opposizione interna è stata messa a tacere e Teheran è oggi meno isolata a livello internazionale. Gli Usa sembrano avere solo due vie per uscire dalla guerra, entrambe rischiose e costose.

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L’Iran resiste

Agli occhi degli iraniani, dissidenti o meno, il mito dell’invincibilità, o almeno della straordinaria forza americana, esce gravemente offuscato dalla guerra.

Nonostante i pesantissimi bombardamenti, il regime iraniano è riuscito a resistere agli attacchi israelo-americani. Il paese sembra, almeno temporaneamente, ricompattato. L’orgoglio nazionale e il timore di finire sotto il giogo straniero hanno, per ora, relegato in secondo piano l’opposizione interna. L’aumento della repressione e la fame sono passati sullo sfondo sotto il fragore delle bombe.

La guerra ha inoltre prodotto un rafforzamento delle relazioni dell’Iran con la Russia, la Cina e persino il Pakistan. Ne sono testimonianza le visite a Mosca e Pechino compiute dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, così come il sostegno diplomatico ed economico ricevuto. Islamabad, oltre a svolgere un ruolo di mediazione, ha deciso di offrire ospitalità a ciò che resta dell’aviazione iraniana. Oggi Teheran si sente molto meno isolata a livello internazionale.

Anche da un punto di vista economico, il regime iraniano, pur con le gravissime distruzioni materiali subite, dispone di due nuove consistenti fonti di entrata potenziali: i pedaggi sullo Stretto di Hormuz e l’aumento del prezzo del petrolio, verso il quale Cina e altri paesi dell’area mostrano un rinnovato interesse. Nel frattempo, il commercio con Pechino e gli altri paesi asiatici sta trovando strade alternative allo Stretto di Hormuz, come la linea ferroviaria e le strade costruite dai cinesi nell’ambito della “Nuova via della seta” (Belt and Road Initiative), e i porti che si affacciano sull’Oceano Indiano.

L’intransigente posizione negoziale iraniana non è altro che una riprova di quanto il governo si senta oggi forte e in grado di resistere a lungo all’attuale situazione. La geografia e la storia dell’Iran, la lezione militare appresa a partire dalla guerra contro l’Iraq (1980-1988), nonché la solida struttura amministrativa e ideologica del regime, si sono dimostrate uno scudo sorprendentemente resiliente. La pesante sottovalutazione di questi elementi ha trasformato gli indubbi successi operativi americani in una potenziale cocente sconfitta strategica.

Si allarga la distanza tra Usa e gli alleati

A livello internazionale, poi, la guerra ha provocato un’ulteriore lacerazione dei rapporti tra gli Stati Uniti e i paesi dell’Unione europea, già incrinati dalla questione ucraina, dall’imposizione di dazi e dalle ambizioni trumpiane sulla Groenlandia. Le opinioni pubbliche europee, come i rispettivi governi, non hanno mai percepito — forse ingenuamente — l’Iran come una minaccia. Anche ammettendo il dichiarato intento americano di portare pace e prosperità nella regione, il goffo coinvolgimento europeo ex post non ha aiutato. Le pesanti conseguenze economiche della guerra hanno ulteriormente reso indigesta l’avventura americana alle capitali europee.

Anche i paesi del Golfo, tradizionali alleati degli Stati Uniti, escono dal conflitto profondamente penalizzati e divisi fra di loro. In particolare, l’Arabia Saudita appare oggi più attratta da una politica di equidistanza, se non addirittura di avvicinamento, nei confronti del Pakistan (con cui ha firmato un accordo), dell’Iran, della Turchia e della Cina. Persino i principali alleati asiatici – Giappone, Corea del Sud e Taiwan – si sono sentiti meno protetti dall’ombrello americano a seguito della guerra in Medio Oriente. Per non parlare dei governi come quelli brasiliano, indiano o sudafricano, che hanno visto nell’azione militare un’ennesima riprova dell’arroganza americana.

Restano infine i costi economici e politici sostenuti dagli Stati Uniti. Secondo l’ultima stima fornita da Jules Hurst, che ricopre le funzioni di controllore del Pentagono, i costi diretti della guerra ammontano finora a 29 miliardi di dollari. Molto più elevati sono quelli indiretti, imputabili alla maggiore inflazione e al rallentamento della crescita economica. I primi sono già visibili; i secondi arriveranno con il consueto ritardo.

Inutile aggiungere che la guerra in Iran, secondo le speranze di Trump, se conclusa rapidamente e con successo, avrebbe dovuto ribaltare i pronostici per le elezioni di midterm del prossimo novembre. Oggi, invece, ha prodotto un’ulteriore riduzione del consenso nei confronti dell’attuale amministrazione.

I due epiloghi possibili

In questo contesto, come portare a termine la difficile campagna iraniana? Sul tavolo sembrano rimanere soltanto due possibili epiloghi, entrambi rischiosi e costosi.

Il primo comporta una pesante ripresa delle ostilità. Dovrebbe prevedere almeno la distruzione di gran parte dei pozzi petroliferi iraniani e la presa del controllo dello stretto di Hormuz, abbandonato dagli inglesi nel 1971 e successivamente affidato dagli americani allo Shah. Questa soluzione non porterebbe necessariamente a un cambio di regime, ma indebolirebbe profondamente la Repubblica islamica. Comporterebbe però rischi elevatissimi e costi ingenti: tra questi, un ulteriore aumento del prezzo del petrolio e, soprattutto, il pericolo che soldati americani restino impantanati a lungo in un territorio ostile.

La seconda soluzione, altrettanto complessa, consiste invece nel trascinare per qualche mese l’attuale situazione, per poi accettare sostanzialmente le condizioni imposte da Teheran, magari camuffandole come una quasi vittoria. Anche in questo caso i costi economici e politici sarebbero notevoli: ulteriore perdita di credibilità americana e, soprattutto, un perdurante clima di tensione nella regione. Il rinvigorito regime iraniano, a questo punto, non avrebbe remore a costruire la bomba, ulteriore garanzia della sua salvezza. Un’escalation nucleare nella regione non pare allora improbabile.

Solo un nuovo clima di collaborazione internazionale fra Usa, Cina e Russia (ed Europa nel ruolo di comparsa) può evitare questo scenario, ma oggi questo auspicio appare difficile.

Insomma, come spiegava ai fiorentini Niccolò Machiavelli: è facile iniziare le guerre, difficile finirle.

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