La globalizzazione sembrava aver abbattuto i confini e reso irrilevanti le distanze. Oggi la geografia si prende la rivincita. Perché se non si capisce la morfologia dei paesi o dove si trovano le materie prime non si capiscono le cause di tensioni e guerre.

Una materia sottovalutata

Per molti anni la geografia è stata considerata, soprattutto nella scuola italiana, un noioso elenco di monti, fiumi e città da imparare a memoria. Nulla a che fare con la storia, magistra vitae, con la matematica e le scienze, strumenti volti a disegnare il futuro, oppure con la filosofia e le lettere, che ci aiutano a capire chi siamo. Pur con qualche autorevole eccezione (qui e qui), lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, della rete web, del commercio internazionale, della globalizzazione e la crescente importanza dei beni immateriali hanno contribuito a farci credere che le distanze non siano rilevanti e che ovunque valga la legge del prezzo unico, giacché i costi di trasporto e gli altri vincoli alla libera circolazione dei beni stavano diventando insignificanti. 

Eppure, le tensioni di questi anni ci hanno ricordato quanto la geografia conti. Come potremmo capire le guerre di oggi senza conoscere la morfologia dell’Iran, dell’Ucraina o della Somalia? Come spiegare l’economia mondiale senza sapere dove vengono estratte le materie prime essenziali, ricostruire le diverse catene di produzione e monitorare la logistica dei beni che consumiamo? Come comprendere le differenti preferenze politiche o le diverse sensibilità ai cambiamenti climatici senza considerare la geografia? 

Una cartina geografica per capire i conflitti

Per capire perché l’Iran riesca così facilmente a controllare la navigazione sullo Stretto di Hormuz e a esercitare una pressione sul resto del mondo, basta guardare una cartina geografica. Contano infatti la morfologia dello stretto, caratterizzato da coste pianeggianti sul lato iraniano e aspre rocce su quello dell’Oman, nonché la natura dei fondali. Ugualmente significativa è la geografia dello stretto di Bāb el-Mandeb, dove gli Houthi potrebbero imitare i loro mentori iraniani, o del Canale di Panama, dove Cina e Stati Uniti si sono confrontati in una guerra commerciale. Già qualcuno parla di pedaggi sullo Stretto di Malacca, sui Dardanelli e, chissà, forse un giorno anche su Gibilterra. In fondo, nel XV secolo i danesi traevano gran parte delle loro entrate fiscali dai cosiddetti Danish Sound Dues, cioè il dazio imposto per entrare e uscire dal Mar Baltico.

Anche i porti, che hanno sempre svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo delle civiltà, sono tornati al centro dell’attenzione. Impressionante è la presenza dei colossi statali cinesi Cosco Shipping e CK Hutchison, che controllano o detengono quote significative in oltre cento porti strategici nel mondo. Solo in Europa ricordiamo il Pireo (Grecia), Rotterdam (Paesi Bassi), Amburgo (Germania), Anversa (Belgio), Valencia e Bilbao (Spagna), Marsiglia (Francia) e Vado Ligure (Italia). Questa rappresenta la propaggine occidentale della Maritime Silk Road, parte della cosiddetta Belt and Road Initiative, che mira a dare continuità territoriale all’espansione, per ora solo commerciale, di Pechino.

Persino la Groenlandia, un tempo considerata poco più che una inospitale grande distesa di ghiaccio, è diventata un territorio conteso, per la posizione strategica e la ricchezza del sottosuolo.

Anche la geografia del Donbass, caratterizzata da colline boschive e canali navigabili, aiuta a spiegare perché gli ucraini siano riusciti a resistere così a lungo agli attacchi russi e considerino quell’area un baluardo fondamentale per difendere le grandi pianure del centro. “La geografia serve, innanzitutto, a fare la guerra” diceva Yves Lacoste.

La distribuzione geografica delle materie prime

Ben nota agli storici è l’importanza di terre fertili, acqua, ferro e carbone per spiegare prima la rivoluzione agraria e poi quella industriale. Oggi, la distribuzione geografica delle materie prime torna ad avere un’importanza cruciale in un mondo segnato da forti tensioni geopolitiche. Ne sa qualcosa la Cina, che ha utilizzato il suo quasi monopolio su alcune terre rare per far arretrare Donald Trump rispetto alla minaccia di imporre tariffe troppo punitive. Ugualmente rilevante rimane la distribuzione delle risorse energetiche, come dimostrano le recenti vicende venezuelane o quelle dei paesi che si affacciano sul Golfo Persico – o forse sarebbe meglio dire Arabico.

Altrettanto significativa è la posizione geografica di Taiwan, dove viene prodotto circa l’80 per cento dei microchip avanzati da cui dipendono computer, automobili, elettrodomestici e molti altri beni. L’Occidente non può permettersi che una produzione così strategica finisca sotto il controllo cinese, così come Pechino non può rinunciare a un territorio che considera una naturale estensione della propria mainland.

Persino la “conquista” dello spazio, un tempo ritenuto infinito, ma oggi popolato da satelliti in diverse orbite che svolgono funzioni essenziali, è tornata a essere oggetto di competizione.

La distanza dei diversi paesi europei dalla Russia spiega perché gli abitanti del Nord Europa siano più preoccupati dall’“orso russo” rispetto a spagnoli, portoghesi o italiani. E cosa dire di Israele – meno esteso della Lombardia e per due terzi occupato dal deserto del Negev – che si sente circondato e minacciato? Un elemento che aiuta a comprendere sia la sua aggressività politico-militare sia la sua straordinaria capacità tecnologica. Anche la dottrina Monroe, recentemente evocata da Donald Trump, implica uno spazio geografico ben preciso, che va dalla Terra del Fuoco alla Groenlandia.

Latitudine, longitudine, distanza dal mare e dalle grandi correnti atmosferiche e marine spiegano molto non solo degli effetti del cambiamento climatico, ma anche della sensibilità delle popolazioni nei suoi confronti.

In un mondo che credevamo sempre più immateriale, abbiamo riscoperto non solo che “le molecole contano”, ma anche che conta dove sono localizzate. Questo vale anche per l’intelligenza artificiale, fortemente dipendente dalla disponibilità di energia, acqua e centri di calcolo.

Così la globalizzazione, che pareva aver abbattuto ogni confine e reso universale la legge del prezzo unico, sembra assumere una nuova e diversa configurazione. La geografia, insieme alla storia, alla politica e all’economia, torna al centro dell’analisi. Aveva dunque ragione Immanuel Kant quando insegnava ai suoi studenti a Königsberg che: “La geografia è la base di tutta la conoscenza del mondo” (Physische Geographie, 1756-1757).

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!