“Tax the rich” è un’idea affascinante, ma rivela la rinuncia del sistema fiscale ordinario a tassare le grandi ricchezze. Gli stati sembrano ormai incapaci di produrre basi imponibili conoscibili, territorialmente stabili e giuridicamente omogenee.
Uno slogan che tradisce il patto fiscale
Le proposte di tassare milionari hanno una forza retorica indubbiamente attraente nel richiamo a una giustizia fiscale che vorrebbe correggere gli eccessi della concentrazione delle ricchezze. Ma per quanto non si possa negare l’opportunità di congegnare una tassazione patrimoniale per sua natura straordinaria, occorre anche riconoscerne la tendenza a farne il lavacro etico di una coscienza politica che dissimula, per un verso, il fallimento della ordinaria sovranità fiscale e, per l’altro, la rinuncia a intervenire sulla concentrazione della ricchezza prima che essa si formi.
La fiscalità progressiva del Novecento, e la sua limpida traduzione nella carta costituzionale italiana, non era infatti costruita attorno all’idea di colpire una minoranza eccezionale. Si fondava piuttosto su un principio di generalità. L’imposta sul reddito funzionava nella misura in cui l’intera società veniva ricondotta entro un medesimo spazio fiscale in termini di redditi, di basi imponibili relativamente omogenee, di amministrazione capace di intervenire e di continuità tra ricchezza economica e rappresentazione fiscale della ricchezza. La progressività emergeva dunque come proprietà dell’intero sistema (“Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”, art. 53 Costituzione), non come intervento mirato contro una specifica categoria sociale, alla quale, peraltro, è stato ed è consentito di accumulare grandi patrimoni al riparo dalle forme ordinarie della tassazione. La retorica contemporanea del “tax the rich” rivela infatti la rinuncia del sistema fiscale ordinario a tassare le grandi ricchezze, oltre ad altre categorie di redditi minori, con la ormai consolidata eccezione dei redditi da lavoro.
Alla fiscalità si chiede dunque di intervenire selettivamente sui segmenti estremi della distribuzione dei redditi con forme di tassazione patrimoniale e straordinaria. Si tratta di una forma di tassazione che non realizza il disegno redistributivo costituzionale, ma lo riduce a una funzione residuale, tradendo quel patto fiscale per il quale la ripartizione del carico fiscale dipende dalla validità del principio di reciprocità, ossia dalla fiducia di ciascun cittadino che tutti gli altri partecipino a un’impresa comune per l’uguaglianza delle opportunità (articoli 2, 3 e 53 della Costituzione).
La fine della democrazia fiscale
In questo tempo, in cui gran parte della ricchezza più elevata assume forme transnazionali, societarie, fiduciarie, algoritmiche, immateriali e difficilmente localizzabili giuridicamente, l’idea di tassare il “top 1 per cento” produce spesso un effetto paradossale. Quando lo stato di fatto rinuncia a individuare la capacità contributiva complessiva di ciascuna categoria di contribuenti, il discorso politico finisce per concentrarsi su una minoranza altamente simbolica e appariscente. Così alla fiscalità si attribuisce una eminente finalità moralizzatrice – fino a definirla in alcuni casi ‘contributo di solidarietà’ – piuttosto che innestarla in un disegno organico, ordinario e stabile di ripartizione progressiva dell’onere tributario destinato al finanziamento di beni e servizi pubblici che garantiscano condizioni di eguaglianza nella società. Il miliardario diviene una figura retorica: rappresentazione visibile della disuguaglianza, sostituto narrativo della progressività perduta e manifestazione apparente di uno Stato che mostra di possedere ancora una volontà redistributiva.
Tuttavia, più il sistema fiscale perde capacità di organizzare il prelievo ordinario, più queste proposte assumono il carattere di un abito etico di scelte politiche, che intanto non regolano i processi di accumulazione monopolistica (nei mercati digitali, ormai anche integrati con quelli degli armamenti) e non agiscono sulle condizioni strutturali che rendono possibile una tassazione generale della ricchezza. Si produce così una singolare inversione storica. Nel Novecento la tassazione dei grandi redditi era l’esito di un processo di costruzione democratica, con la progressività dell’imposizione coerente con il finanziamento di beni e servizi essenziali, in una democrazia fiscale in cui al dovere di tutti a pagare l’imposta doveva corrispondere il diritto di tutti ad accedere ai servizi. Oggi, le imposte sui super-ricchi divengono forma, più che sostanza, di una compensazione apparente dello sfaldamento sistematico della democrazia fiscale. Ma questa compensazione si manifesta fragile per ragioni tecniche e concettuali. La categoria del “top x per cento” presuppone infatti che la distribuzione della ricchezza possa essere trattata come una graduatoria statisticamente ordinabile. Ma il patrimonio contemporaneo non è semplicemente una quantità privata accumulata; è una rete di partecipazioni, veicoli societari, proprietà indirette, strumenti finanziari, diritti immateriali e posizioni transnazionali. In molti casi, la ricchezza estrema non coincide nemmeno più con un reddito disponibile immediatamente tassabile.
Per questo motivo, le proposte di imposta patrimoniale incontrano continuamente problemi relativi alla valutazione degli asset illiquidi, alla volatilità delle basi imponibili e alle difficoltà di accertamento, nonostante alcuni miglioramenti nello scambio di informazioni.
Ma il punto più importante è persino un altro: la fiscalità contemporanea rischia di diventare selettivamente progressiva e universalmente regressiva. Mentre il dibattito pubblico si concentra sui milionari, il grosso del gettito continua a provenire da redditi da lavoro relativamente rigidi e da imposizione indiretta. In altri termini, un sistema tributario che punti al vertice della piramide della ricchezza, ma che rimanga poco progressivo nel suo funzionamento ordinario e non regoli i processi di accumulazione della ricchezza, è probabilmente destinato al fallimento, se da tale sistema ci si debba attendere un adeguato flusso di risorse per il finanziamento di beni e servizi pubblici universali.
Una trasformazione profonda del sistema tributario
La centralità politica del “top 1 per cento” segnala allora una trasformazione più profonda: la crisi della fiscalità come elemento portante dell’edificio democratico. Al riconoscimento costituzionale del dovere di ogni cittadino a contribuire al finanziamento della spesa pubblica in un sistema tributario organicamente progressivo che ne garantisce la stabilità, la fiscalità contemporanea ha sostituito un sistema organico di eccezioni alla progressività e alla stabilità: dalla pletora di eccezioni alla tassazione progressiva dei redditi ai vari prelievi straordinari, imposte sugli extraprofitti, tassazioni emergenziali, misure una tantum. Si tratta di strumenti che possono anche essere giustificati sul piano redistributivo, ma che raramente riescono a sostituire una struttura fiscale di impianto organico e coerente.
Da questo punto di vista, la discussione sui milionari rischia persino di oscurare il problema centrale: non tanto “quanto tassare i ricchi”, ma se gli stati contemporanei siano ancora capaci di produrre basi imponibili sufficientemente conoscibili, territorialmente stabili e giuridicamente omogenee da sostenere una vera imposizione generale sulla capacità contributiva. Ed è qui che il problema torna sorprendentemente vicino alle preoccupazioni della scienza delle finanze italiana del secondo dopoguerra. Autori come Cesare Cosciani insistevano sulla necessità di un “minimo di omogeneità” delle basi fiscali, catastali e reddituali non per ragioni meramente tecniche, ma perché senza comparabilità e conoscibilità non esiste neppure autentica progressività. La giustizia tributaria presuppone infatti una condizione preliminare spesso dimenticata: che la ricchezza sia fiscalmente rappresentabile in modo unitario. La politica del “tax the rich” appare allora, sotto questo profilo, come il linguaggio terminale di sistemi fiscali che non riescono più a tassare organicamente la ricchezza e che, proprio per questo, trasformano i super-ricchi in oggetti eccezionali di intervento politico.
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Savino
Dovremmo essere obbligati a presentare la dichiarazione dei patrimoni.
L’imposizione fiscale sul reddito, di suo, è ingiustizia pura, perchè colpisce anche fattori produttivi, per non parlare delle tante scorciatoie evasive ed elusive . Bisogna dichiarare dai grandissimi ai piccolissimi patrimoni e offrire pezze giustificative idonee al tenore di vita e legate a quei beni.