L’Italia ha un immenso patrimonio culturale. Allo stesso tempo, deve affrontare il problema di come finanziare nel prossimo futuro le pensioni. Ecco come attivare un meccanismo che permetta di utilizzare i ricavi dei musei per politiche demografiche.
Un sistema previdenziale che si finanzia col debito
Il sistema previdenziale italiano è a ripartizione pura: i lavoratori attivi finanziano i pensionati di oggi. Con un tasso di fecondità di 1,18 figli per donna – il più basso d’Europa – e un’età mediana di 48,7 anni – la più alta del continente -, la base contributiva si restringe, mentre la popolazione anziana cresce. Le riforme introdotte nel corso degli anni hanno guadagnato tempo, alzando l’età pensionabile, ma nessuna ha affrontato il problema di fondo.
Il confronto con la Francia è istruttivo. I due paesi condividono struttura familiare, sistema previdenziale a ripartizione e spesa pensionistica simile in rapporto al Pil. Ma la Francia registra 1,62 figli per donna e dunque una base contributiva futura più solida. La differenza non è di risorse, è di continuità. Parigi applica politiche familiari coerenti dal dopoguerra. L’Italia cambia strategia a ogni ciclo politico.
Il patrimonio che non si monetizza
Se sistema pensionistico e demografia suscitano preoccupazioni, c’è però un campo in cui l’Italia ha pochi rivali al mondo: il suo enorme patrimonio artistico. Per esempio, i siti Unesco sono sessantuno, il numero più alto al mondo. Il problema è che da quel patrimonio si ricavano poche risorse. Gli introiti dei musei statali sono restituiti al Tesoro senza destinazione vincolata, ma sono inferiori a quelli che si potrebbero ottenere con una diversa gestione. A dimostrarlo è la riforma Franceschini del 2014, che ha dato autonomia gestionale alle strutture più grandi: i 43 siti autonomi generano entrate per visitatore quattro volte superiori alla media. Il modello non è mai stato esteso, ora si potrebbe pensare di farlo, per poi utilizzare le entrate che ne deriverebbero per finanziare un fondo per il sostegno della maternità.
La tabella 1 stima il potenziale applicando un differenziale di 8 euro per visitatore rispetto all’attuale livello di entrate. L’ipotesi che prezzi più alti non riducano i visitatori è supportata sempre dalla riforma Franceschini: nei siti autonomizzati nel 2014, visitatori e ricavi sono cresciuti rispettivamente del 10,7 e 10,6 per cento nel primo mese.
Tabella 1 – Potenziale di entrate aggiuntive per estensione del modello Franceschini
Tre nodi istituzionali che nessun governo ha sciolto
Per il successo di una simile politica andrebbero prima affrontati alcuni nodi che finora nessun governo ha sciolto. Il primo è l’unità di bilancio: nel diritto contabile italiano, vincolare per legge i proventi museali a un fondo di sostegno alla natalità costituisce un’eccezione al principio generale. La proposta richiede dunque una norma primaria dedicata, una legge parlamentare che istituisca il vincolo di destinazione e lo blindi rispetto alla legge di bilancio annuale.
Il secondo nodo riguarda i fondi europei destinati al patrimonio culturale nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza, lo strumento con cui l’Italia accede ai fondi europei per transizione ecologica, digitalizzazione e coesione territoriale. Si tratta di 650 milioni di euro attualmente non spesi per incapacità burocratica dei piccoli comuni. Il Pnrr è in scadenza (giugno 2026 per questo capitolo) e c’è il rischio che i fondi debbano essere restituiti a Bruxelles.
Il terzo è la resistenza delle soprintendenze. Estendere l’autonomia ai circa 220 siti di fascia media significa sottrarne il controllo agli enti tecnici regionali. Le soprintendenze resistono alla logica imprenditoriale per timore che l’obiettivo di conservazione ceda a quello di profitto. È una resistenza comprensibile. È anche il principale collo di bottiglia del sistema.
Un fondo di investimento come unica via praticabile
I 650 milioni del Pnrr non vanno riorientati verso politiche per la natalità perché ciò violerebbe i vincoli europei. Vanno invece riclassificati come investimento nella sostenibilità gestionale del patrimonio, per dotare di una infrastruttura commerciale i 220 siti del Tier 2. La riforma Franceschini, infatti, si è configurata come una riorganizzazione amministrativa a costo zero, perché i grandi siti disponevano già di infrastruttura commerciale. I siti del Tier 2 ne sono privi e richiedono un investimento reale. Il meccanismo della proposta prevede che ciascun sito restituisca allo stato una quota dei nuovi introiti generati al di sopra della propria linea base fino a coprire il capitale ricevuto. Quel capitale recuperato viene destinato ai siti successivi, senza necessità di nuovi trasferimenti pubblici. Il disegno operativo richiede un decreto ministeriale dedicato. I siti del Tier 3, con meno di 10mila visitatori annui, ricevono sostegno indiretto attraverso il Fondo nazionale per il federalismo museale, istituito con la legge di bilancio 2026, con una dotazione di 5 milioni annui, che finanzia modernizzazione, digitalizzazione ed eventi per i musei non statali accreditati nel Sistema museale nazionale.
La catena in due tempi
In un primo tempo, dunque, i 650 milioni attivano l’autonomia gestionale del Tier 2. Quella autonomia genera poi un incremento stimato di circa 264 milioni annui, una quota aggiuntiva rispetto alla linea base attuale. È questo incremento che una norma primaria dedicata potrebbe vincolare a un fondo di sostegno alla natalità. Non nuove tasse. Non tagli. I 264 milioni coprono circa 35mila nuovi posti in asili nido – un contributo misurabile, non una soluzione totale. Il valore della proposta è istituzionale: dimostrare che attivi sottoutilizzati possono finanziare servizi sociali senza ricorrere alla fiscalità generale.
L’Italia ha a disposizione risorse per finanziare il proprio futuro demografico. Manca di ingegneria istituzionale. Il patrimonio culturale è solo il primo esempio. Altri attivi pubblici sono sottoutilizzati, dal demanio immobiliare ai boschi pubblici: attendono solo una nuova ingegneria istituzionale.
* Le idee e le opinioni espresse in questo articolo sono da attribuire all’autrice e non investono la responsabilità di alcuna istituzione di appartenenza.
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