La fotografia del declino italiano

Lavoce in mezz’ora è il format di divulgazione di lavoce.info che propone conversazioni con economiste ed economisti per approfondire i principali temi del dibattito economico e sociale. In questa puntata affrontiamo la reale situazione dell’economia italiana con Guido Ascari, professore di Economia all’Università di Pavia, Economic Advisor e Head of Monetary Policy della banca centrale dei Paesi Bassi, e coautore con Riccardo Trezzi del libro “Fotografia di un declino”.

Il dibattito sull’economia italiana è spesso dominato da opinioni contrapposte e narrazioni semplificate. Tuttavia, per comprendere la traiettoria del Paese è necessario partire dai dati, che permettono di ricostruire in modo più stabile e rigoroso l’evoluzione della struttura economica. Dall’analisi di lungo periodo emergono alcune dinamiche ricorrenti: produttività stagnante dagli anni ’70, inverno demografico, rigidità della spesa pubblica e divari territoriali profondi. Elementi che incidono su crescita, occupazione e capacità di innovazione.

In questa puntata, Guido Ascari analizza queste tendenze e i loro effetti sul sistema economico italiano, offrendo una lettura basata sui dati e sulle evidenze empiriche.

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  1. Savino

    I baby boomers, politicamente figli della prima Repubblica e della partitocrazia, hanno incrementato, col lassismo e la superficialità, la spesa pubblica clientelare ed hanno sperperato le risorse energetiche, le materie prime ed i fattori produttivi. Di conseguenza, senza soldi, mancano grandi investimenti pubblici nell’industria, nelle infrastrutture, nella ricerca scientifica e tecnologica. La classe imprenditoriale di grande livello ha voluto buttarsi sui soldi facili (vedi i disinvestimenti di Elkann non solo nell’auto di massa, ma anche nei veicoli di trasporto merci, nelle auto sportive, nell’editoria, nel calcio). Si continua a campare di rendita abbuffando tanti orticelli a discapito della concorrenza vera. Si continua a non credere nei giovani e nelle donne, rivendicando la necessità di una presuntuosa esperienza che risulta fasulla a seguito della evoluzione dei guai (vedi la gestione delle guerre e della pandemia). Tanti sindacati non hanno significato buona rappresentanza delle aspettative dei lavoratori. La maggior parte della gente comune, milioni e forse decine di milioni di persone, è fuori dall’economia reale e da ogni tipo di dinamica, per cui, se è vero che contano i numeri e non le impressioni, anche l’asticella di quelle cifre va ulteriormente abbassata. Cantava Giorgia “C’è da fare”, c’è da rimboccarsi le maniche e ricostruire in modo similare al primo dopoguerra, non con il vezzo del privilegio, ma con l’umiltà in ogni ruolo ricoperto.

  2. Mauro Fiorucci

    Vedo la classifica 2026 delle prime 100 università https://www.topuniversities.com/europe-university-rankings?tab=indicators&search=milano&sort_by=rank&order_by=asc e vedo 4 atenei italiani: Politecnico di Milano, Università di Bologna, Sapienza Università di Roma e Università di Padova. Dunque non capisco se vedo gli stessi dati di quelli riportati nel lavoro presentato.

    • Guido Ascari

      Grazie! Il suo link riporta al ranking delle Università Europee, mentre questo e’ il search Italy sul ranking mondiale:
      https://www.topuniversities.com/world-university-rankings?countries=it

      In effetti, c’e’ una buona notizia, a gennaio (dopo che avevamo finito il libro, quindi la tabella sul libro si basa sui dati 2025), il Politecnico di Milano e’ entrato nelle prime cento, al 98esimo posto, nel mondo.

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