Con l’autonomia finanziaria e organizzativa riconosciuta dalla riforma Franceschini, i musei statali si sono aggiudicati più fondi europei. Soprattutto i primi che hanno ottenuto quello status. Un risultato che dovrebbe orientare le future politiche culturali.

I musei cambiano e competono per i fondi

Il ruolo dei musei è profondamente cambiato rispetto al passato: non sono più meri custodi passivi del capitale culturale di un tempo, ma attori dello sviluppo economico e della coesione sociale. Lo riconosce anche la definizione adottata nel 2022 dall’International Council of Museums (Icom), che li descrive come un agente di cambiamento sociale, chiamato a operare in una logica di inclusività, sostenibilità ed etica. 

Responsabilità più ampie richiedono però risorse finanziarie adeguate. Con bilanci pubblici sempre più magri – prima a causa della crisi finanziaria del 2008, poi della pandemia di Covid-19 e ora dalle crescenti tensioni geopolitiche – la capacità di diversificare le proprie entrate attraverso procedure competitive è diventata una condizione imprescindibile per la sostenibilità finanziaria dei musei.

La riforma Franceschini e i suoi effetti

L’accesso ai fondi europei competitivi dipende però da una serie di fattori interni, di natura prevalentemente organizzativa, oltre che dall’assetto della governance. È qui che entra in gioco la riforma del 2014, voluta dall’allora ministro Franceschini, che ha concesso autonomia finanziaria e organizzativa a un gruppo di musei statali. Nel corso degli anni successivi lo status di museo autonomo è stato esteso ad altri istituti, per un totale di 60 musei.

Per valutare l’impatto della riforma sulla capacità dei musei di accedere ai fondi di coesione in una ricerca abbiamo applicato un metodo difference-in-differences, confrontando i musei autonomi con quelli rimasti sotto il controllo centrale e sfruttando il fatto che l’autonomia è stata assegnata in momenti diversi (staggered treatment) a gruppi diversi di istituti, controllando per le differenze sia di natura dimensionale sia di contesto. Nel gruppo di trattamento rientrano i musei che hanno ottenuto l’autonomia nel 2014 e nel 2016; nel gruppo di controllo quelli che l’hanno ottenuta tra il 2019 e il 2023.

Controllando per la dimensione, le caratteristiche organizzative (per esempio, la presenza di una direzione dedicata) e ambientali (ovvero, essere situati o meno in cluster culturali e turistici ad alta densità, o in regioni con elevata spesa culturale), i risultati mostrano che lo status di istituto autonomo condiziona significativamente la probabilità di successo progettuale. Al contempo, le modalità di attuazione della riforma – con l’assegnazione dell’autonomia in momenti diversi e senza criteri trasparenti nella scelta delle istituzioni – hanno prodotto una disparità nelle capacità di accesso ai fondi a svantaggio dei musei che hanno ottenuto lo status di autonomia più di recente

A vincere bandi si impara

L’effetto della riforma varia nel tempo e tra musei interessati alla riforma in tornate successive. Complessivamente, l’impatto dell’autonomia sulla probabilità di vincere bandi internazionali è positivo e tende a crescere nel tempo: come si vede in figura 1, che riporta l’effetto medio (Atet) dell’autonomia sulla probabilità di successo per i musei che l’hanno ricevuta, anno per anno, la curva è ascendente. La dinamica suggerisce la presenza di un solido effetto di “learning-by-doing”: la capacità di vincere i bandi cresce con l’accumulazione di competenze attraverso l’esperienza. 

Figura 1 —Musei autonomi e vittoria di bandi internazionali 

Se i musei “pionieri” partono avvantaggiati

I modelli di governance influenzano profondamente il comportamento dei musei e l’autonomia si conferma uno strumento capace di favorire la sostenibilità finanziaria di lungo periodo. Tuttavia, il processo di implementazione non è fattore secondario e può determinare effetti avversi, soprattutto quando l’impatto varia nel tempo. 

Il processo di assegnazione dello status di autonomia è stato caratterizzato fin dalla prima tornata da una scarsa trasparenza: i criteri di selezione non sono stati definiti o quanto meno resi pubblici. Come si vede nella figura 2, i musei che hanno ottenuto l’autonomia nella coorte successiva alla prima – a fine 2016 – si sono trovati a competere con istituti che avevano già accumulato esperienza e know-how nei due anni precedenti, il che ha limitato, o quanto meno ritardato, l’effetto positivo del nuovo status. 

L’evidenza che i musei “pionieri” abbiano ottenuto risultati più efficaci suggerisce l’opportunità di misure mirate di rafforzamento delle competenze progettuali e di formazione tecnica specificamente rivolte alle coorti selezionate successivamente. È poi essenziale che la spinta verso la responsabilizzazione finanziaria e la reputazione manageriale – che si alimenta anche della capacità di attrarre fondi, coerentemente con la teoria del career concerns – rimanga ancorata alla missione culturale primaria, assicurando che la ricerca di fondi sia coerente con gli obiettivi della politica culturale nazionale e non conduca a derive puramente gestionali.

Figura 2 — Atet nel Corso del tempo per le prime e seconde coorti

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