L’offerta avanzata da Intesa Sanpaolo sulla totalità delle azioni di Monte dei Paschi di Siena sarà probabilmente accolta. Ma l’operazione non è priva di rischi perché realizzare l’integrazione di tutte le varie entità coinvolte non sarà semplice.

Una proposta che verrà accolta

Con ogni probabilità l’offerta pubblica di acquisto e scambio avanzata da Intesa Sanpaolo sulla totalità delle azioni di Monte dei Paschi di Siena avrà successo. Lo avrà sia per la credibilità e la forza finanziaria del proponente, sia per l’elevato prezzo offerto. I 30,6 miliardi proposti non solo rappresentano un premio del 12,5 per cento rispetto al prezzo del 5 giugno (il giorno prima dell’offerta) e del 17,4 per cento rispetto alla media del trimestre precedente, ma arrivano dopo che nell’ultimo anno il titolo Mps si è apprezzato del 37 per cento e dopo che il suo valore è quasi triplicato negli ultimi tre anni. A ciò si aggiungono le dichiarazioni dell’amministratore delegato di Intesa, Carlo Messina, che si è detto «pronto a rispondere a qualsiasi controfferta per Mps».

Ma cosa succederà il giorno dopo l’accoglimento dell’offerta?

Il capitolo Mps

In un’ottica di gestione proattiva delle problematiche antitrust, Intesa Sanpaolo ha firmato con Unipol Assicurazioni un accordo vincolante che prevede la successiva cessione di un’entità bancaria comprendente il marchio Mps, circa 635 filiali e le strutture centrali necessarie per operare come banca indipendente. Quest’ultima verrebbe successivamente offerta a Bper, proponendo di denominare la nuova entità «Monte dei Paschi». La nuova realtà, forte di oltre 2.600 sportelli bancari, circa 170 miliardi di euro di impieghi e 225 miliardi di raccolta diretta, si posizionerebbe al secondo posto in Italia.

Il triplo passaggio, tuttavia, richiederà tempi lunghi e non sarà privo di costi e rischi. E bene hanno fatto i proponenti a cancellare dalla denominazione il termine «di Siena», giacché il cuore e la mente della futura banca saranno in Emilia-Romagna. Insomma, forse sarà più appropriato chiamarla «Monte dei Paschi di Modena».

A Intesa Sanpaolo rimarranno circa 625 filiali residue, le attività e le passività relative al large corporate e investment banking, una parte delle strutture centrali, le partecipazioni di Mps e i crediti deteriorati. Poiché il modello di Intesa prevede che tutte le partecipazioni (salvo problemi regolamentari) siano inglobate nella capogruppo, queste entità sono destinate a scomparire giuridicamente e, forse, anche materialmente, poiché si sovrappongono a strutture già esistenti all’interno del gruppo.

Il capitolo Mediobanca

Quanto a Mediobanca, le sue competenze si concentrano sostanzialmente in tre aree di attività: il credito al consumo, attraverso Compass; l’investment banking; e il wealth management.

Da sempre Intesa Sanpaolo ha preferito delegare il credito al consumo alle proprie filiali e non a una società specializzata. Ora, trovandosi in casa la società leader del settore, bisognerà capire quale strategia intenderà adottare. Il rischio di distruggere valore, naturalmente, esiste.

Sul fronte dell’investment banking vale la pena ricordare che Intesa dispone già di un marchio e di competenze del calibro di Imi. Combinare le due entità e farle dialogare con il large corporate non sarà semplicissimo e, in questo caso, uno più uno potrebbe fare meno di due

Rimane poi il wealth management, vero obiettivo strategico dichiarato da Intesa Sanpaolo. In questo caso, il problema più rilevante è che le strutture di Mediobanca e, in particolare, i banker, per natura poco inclini alla fedeltà aziendale, saranno stati sottoposti a un lungo periodo di incertezza e a una doppia operazione di acquisizione. Molti hanno già abbandonato la nave portandosi dietro i clienti; altri potrebbero seguirli.

Il capitolo Assicurazioni Generali

Forse l’incognita più importante è rappresentata dalla partecipazione in Generali. Molti osservatori hanno salutato con favore l’ingresso di Intesa nel capitale della compagnia assicurativa, ritenendo che ciò l’avrebbe messa al riparo da possibili mani straniere o comunque non desiderate. In realtà, Intesa ha subito dichiarato che «la partecipazione in Assicurazioni Generali rappresenta soltanto un investimento azionario». L’affermazione nasce anche dal fatto che il gruppo ha fondato da zero Intesa Sanpaolo Assicurazione, che in pochi anni è diventata una delle principali compagnie assicurative italiane, con una presenza molto forte nel ramo “vita”.

Ciò significa che, per ragioni antitrust, Generali difficilmente potrà essere integrata in Intesa, né sarà possibile realizzare quelle sinergie industriali che derivano dalla possibilità di distribuire prodotti assicurativi attraverso gli sportelli bancari. Inoltre, alcune realtà bancarie potrebbero storcere il naso nel collaborare con Generali qualora Intesa ne diventasse, di fatto, l’azionista di riferimento. Che dire poi di Banca Generali, che appare in diretta competizione con il gruppo Intesa Sanpaolo e in particolare con Fideuram? 

Può essere che nel lungo periodo la presenza estera di Generali possa servire a Intesa per sviluppare una piattaforma europea del risparmio gestito, ma è un progetto che appare particolarmente complicato. Nel breve l’acquisizione di una partecipazione significativa in Generali ha un carattere difensivo. Tuttavia, l’assenza di un partner bancario proattivo potrebbe ostacolare la crescita della prima compagnia assicurativa italiana. 

In conclusione, sebbene nessuno dubiti della «comprovata capacità di Intesa Sanpaolo di realizzare integrazioni di successo», non pare corretto affermare che l’operazione proposta sia «priva di qualsiasi rischio di integrazione». Il bello del gioco del Risiko sta proprio nella continua possibilità di colpi di scena, nonostante la pianificazione meticolosa con cui si cerca di gestire le proprie armate sullo scacchiere mondiale. 

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