Il quarto rapporto sullo stato del decennio digitale dà l’occasione per comprendere come gli stati hanno speso le ingenti risorse messe a disposizione dall’Ue. Per l’Italia diventa urgente ripensare la sua politica industriale nel settore dell’Ict.

Il decennio digitale dell’Unione europea

La Commissione europea ha di recente pubblicato il quarto rapporto sullo stato del decennio digitale, documento che ogni anno evidenzia i progressi compiuti dagli stati membri rispetto agli obiettivi del programma di trasformazione digitale dell’economia e della società al 2030.

Lo stato di avanzamento è verificato attraverso una serie di indicatori che misurano i quattro obiettivi del programma strategico della trasformazione digitale 2030: la crescita delle competenze digitali della popolazione (indicatore competenze di base) e capitale umano specializzato (laureati e impiegati Ict); lo sviluppo di infrastrutture e tecnologie innovative (reti connettività, 5G, semiconduttori, edge node, quantum computing) e promozione di un’industria digitale (offerta di apparati e componenti europei); la trasformazione digitale delle imprese (cloud, IA, data analytics, intensità digitale delle Pmi, Unicorni); la digitalizzazione dei servizi pubblici (principali servizi verso e da pubblica amministrazione digitalizzati, fascicolo sanitario elettronico, identità digitale).

D’altro canto, l’Unione europea ha stanziato ingenti risorse finanziarie a gestione diretta (Pnrr e bandi nazionali), o con libera allocazione da parte dei singoli paesi, attraverso l’iniziativa eccezionale Next Generation Ue per la ripresa post pandemia e attraverso il bilancio a lungo termine (il Quadro finanziario pluriennale 2021-2027). Entrambi i piani di finanziamento sono quasi giunti al termine, rimane poco più di un anno per utilizzare i fondi già assegnati.

Per lo sviluppo industriale delle tecnologie digitali, le risorse finanziarie sono cruciali. Vale allora la pena di soffermarsi ad analizzare i capitali destinati all’obiettivo di promozione della crescita e dell’innovazione del comparto manifatturiero.

L’Italia usa i fondi in modo diverso dagli altri

La destinazione dei fondi (intensità e differenziazione rispetto agli obiettivi) e la sinergia tra pubblico e privato (capitale investito, modalità di cooperazione) si differenziano tra gli stati membri evidenziando diverse scelte di politica industriale. E nel caso dell’Italia le differenze sono significative.

Primo, in Italia il capitale privato è pressoché assente, pur essendo il nostro paese destinatario della quota più significativa di risorse finanziarie pubbliche europee a gestione diretta: ben 62,3 miliardi di euro contro i 46,8 della Germania, i 10,2 della Francia e i 26, 7 della Spagna. Gli unici altri paesi che non hanno registrato finora finanziamenti privati per la trasformazione digitale sono Polonia e Portogallo. Di converso, gli investimenti privati coprono il 54,2 per cento del bilancio delle risorse destinate alla trasformazione digitale in Germania, il 42,5 per cento in Francia e il 20,8 per cento in Spagna.

Secondo, pur avendo individuato un numero significativo di misure destinate al programma strategico del decennio digitale, l’Italia alloca poche risorse alla promozione di un’industria nazionale di componenti e tecnologie digitali innovative, come semiconduttori, quantum computing, IT destinate a cloud e data economy. A fronte del 15 per cento delle misure solo il 7 per cento delle risorse in bilancio è destinato a tale obiettivo. La Germania riserva invece il 40 per cento delle risorse, la Francia il 57 per cento (percentuale che sale al 75 per cento se si tiene conto anche degli investimenti privati che solo nei semiconduttori raggiungono i 7,5 miliardi), la Spagna il 48 per cento.

Terzo, in Italia la quota maggioritaria dei finanziamenti pubblici – il 54 per cento – è destinata all’obiettivo di digitalizzazione delle Pmi. Se si aggiunge la realizzazione delle reti di connettività (1Giga e 5G) i servizi digitali per le imprese assorbono il 64 per cento dell’intera allocazione. La Germania destina alla digitalizzazione delle Pmi il 4 per cento delle risorse pubbliche, il 25 per cento con la connettività. Lo sviluppo delle reti di telecomunicazioni assorbe invece il 90 per cento dei finanziamenti privati. In Francia meno dell’1 per cento delle risorse è destinato alla digitalizzazione delle Pmi e meno del 2 per cento se si considera la connettività, la Spagna rispettivamente il 15 e il 24 per cento anche alla luce di una maggiore penetrazione dei servizi.

In questi paesi, viceversa, una quota sostenuta di risorse è destinata agli obiettivi di promozione di un’industria nazionale del digitale: la Germania dedica ben 17 miliardi (36 per cento delle risorse pubbliche) allo sviluppo dell’industria dei semiconduttori, ugualmente la Francia, che destina all’industria dei semiconduttori il 46 per cento dei 10,2 miliardi complessivi e a cui si aggiungono i 7,5 miliardi di finanziamenti provenienti da privati, mentre la Spagna ha assegnato ai semiconduttori il 45 per cento dei 26,7 miliardi di euro del bilancio pubblico. Infine, se si tiene conto che l’88 per cento delle misure italiane, per un valore di 34 miliardi, scadrà nel 2026, si corre l’ulteriore rischio di una potenziale contrazione dei finanziamenti al termine del ciclo Pnrr, minacciando la necessaria continuità degli investimenti per il decollo dell’industria manifatturiera. 

La debolezza di fondo della strategia italiana

In conclusione, dall’analisi dei dati finanziari, emerge un’accesa competizione interna all’Unione – da cui l’Italia sembra per ora esclusa – per la leadership di alcune tecnologie, in particolare semiconduttori e quantum computing in un orizzonte di lungo termine, che va al di là della strategia del decennio digitale e guarda alla maturità tecnologica e allo sviluppo dell’industria nazionale. Competizione interna vieppiù rafforzata dalle politiche protezionistiche a difesa della sovranità tecnologica europea – il Chip Act, già in vigore, e il Chips Act 2.0 e il Quantum Act – e delle prevedibili nuove manovre di finanza pubblica destinate a rafforzare l’offerta delle imprese manifatturiere europee.

Il divario nell’allocazione dei finanziamenti pubblici, la scarsa attrattività di investimenti privati e la concentrazione sui soli progetti pilota di progettazione e ricerca mostrano la debolezza strutturale della strategia italiana rispetto ai paesi europei comparabili. Il passaggio dalla fase sperimentale alla prospettiva su scala industriale richiederà, infatti, una maggiore e continuativa attrazione di investimenti, una maggiore sinergia tra pubblico e privato e interventi strutturali selettivi per promuovere la maturità delle tecnologie e la produzione su larga scala delle componenti digitali.

Di fronte alla stagnazione dell’economia italiana e considerando le prospettive del comparto dell’offerta di tecnologie digitali, stimolate anche dalle politiche europee per la competitività, è auspicabile correggere la traiettoria iniziando già con il programma di trasformazione digitale.

Gli stati membri possono, infatti, presentare adeguamenti alle politiche, misure o azioni del programma al 2030. L’Italia potrebbe analizzare la possibilità di modificare i piani destinati all’obiettivo di rafforzamento della competitività dell’industria nella prossima scadenza del 2 dicembre 2026, tenuto conto tra l’altro che 28 miliardi (il 45 per cento delle risorse pubbliche allocate) non sono in scadenza entro l’anno.

In ogni caso, a prescindere dalla traiettoria del decennio digitale, urge un ripensamento della politica industriale nel settore dell’Ict, riconoscendo la necessità di interventi strutturali di lungo termine nell’ecosistema digitale. 

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