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Per superare Dublino, l’Europa si allontana dai suoi valori

L’Unione europea è riuscita a trovare un accordo per un parziale superamento della convenzione di Dublino. Le novità principali rappresentano però sostanziali cedimenti alle posizioni di chiusura nei confronti del diritto di asilo e dell’accoglienza.

Unione europea più coinvolta

Definire l’accordo raggiunto a Lussemburgo sulle politiche dell’asilo (provvisorio, perché va ancora ratificato dal Parlamento europeo) come una svolta storica, secondo le dichiarazioni del governo italiano, suona francamente eccessivo. Peggio ancora però avallarlo come “la strada giusta sui migranti”, come ha titolato il Corriere della Sera. Per la precisione, il Consiglio affari interni dell’Ue ha approvato due pacchetti, che nell’insieme formano un libro di circa 300 pagine, uno sulle procedure di frontiera e uno sull’asilo e l’accoglienza. Dopo sette anni di trattative infruttuose, va riconosciuto il fatto che l’accordo prefigura un parziale cambio di passo in direzione del superamento dei vincoli della convenzione di Dublino: ossia delle norme che caricano l’onere dell’accoglienza sul primo paese di approdo, dispensandone gli altri, e soprattutto vincolando le persone in cerca di asilo a rimanere in quel paese, anche se hanno legami con altri paesi, o comunque l’aspirazione a raggiungerli.

Il principale aspetto positivo dell’accordo è appunto questo: il maggiore coinvolgimento dell’Ue nel suo insieme nella gestione del dossier dell’asilo, un principio tanto elementare quanto politicamente scomodo. Sicché fin qui non è stato possibile affermarlo. Il principio dovrebbe concretizzarsi in una forma di “solidarietà obbligatoria”, ossia nella redistribuzione di una quota annuale di richiedenti asilo verso altri paesi dell’Ue; ma il testo dice, aspetto sfuggito a molti commentatori, “in caso di aumento improvviso degli arrivi”. Non sarà facile accordarsi sulla definizione di “aumento improvviso” e del riconoscimento di uno “stato di necessità”. Né gli sbarchi del 2011, all’epoca delle primavere arabe, né l’arrivo di un milione di siriani nel 2015-2016 in Germania avevano convinto le istituzioni europee ad adottare le misure eccezionali già allora possibili e scattate soltanto in occasione dell’invasione dell’Ucraina. La redistribuzione, se avverrà, dovrebbe partire con 30 mila posti all’anno, che diventerebbero 60 mila l’anno successivo, poi 90 mila, fino a 120 mila dal quarto anno in poi. Meglio di oggi, certo, ma non granché se si pensa che nel 2022 gli stati dell’Ue hanno ricevuto oltre 960 mila richieste di asilo. Per tutti gli altri l’accoglienza rimane attribuita al paese di primo ingresso, e non per un anno, come aveva richiesto il Parlamento europeo, bensì per due.

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La redistribuzione

I governi che vorranno sottrarsi alla redistribuzione potranno inoltre avvalersi di un’alternativa: versare una compensazione di 20 mila euro per ogni profugo rifiutato. Sembra una soluzione fin troppo generosa per gli oltranzisti delle chiusure, ma il governo polacco ha già dichiarato che non solo non accoglierà nessuno, ma non verserà neppure un euro in contraccambio. Anche su questa clausola dell’accordo pesa dunque un’incertezza, in vista della sua effettiva attuazione. La redistribuzione era già stata introdotta nell’accordo del 2015, quello che aveva istituito gli hotspot e obbligato Italia e Grecia ad accogliere decine di migliaia di profughi che avrebbero preferito transitare e chiedere asilo altrove. Allora non aveva funzionato, e tra la mitezza della sanzione economica, le opposizioni già annunciate e le modeste quote comunque previste non si vede come il nuovo testo possa davvero cambiare le cose.

Le novità sull’asilo

Altre due sono le principali novità, e non stupisce che abbiano subito destato preoccupazione tra i difensori dei diritti umani e grande soddisfazione sul fronte sovranista. La prima è l’annuncio di una procedura accelerata per l’esame delle domande, basata su una lista di paesi considerati sicuri, perché meno del 20 per cento delle richieste d’asilo di profughi provenienti da quei paesi sono state in precedenza accettate. Chi, dunque, proviene da un paese della lista avrà la sua domanda esaminata in tre mesi, e potrà nel frattempo essere detenuto, con l’evidente previsione di respingere la domanda e di poterlo più facilmente espellere. Gli interrogativi investono il livello di approfondimento della valutazione di queste domande e il rispetto dei diritti dei richiedenti, incluso quello di appello. Si rischia di introdurre procedure sommarie e difficilmente appellabili, basate su una presunzione d’infondatezza delle istanze.

L’altra novità, a quanto si è appreso, è stata voluta proprio dal governo italiano, che incidentalmente ha rifiutato di ricevere compensazioni in denaro in caso di mancata redistribuzione dei richiedenti asilo, con ciò ritrattando uno dei principali argomenti della retorica sovranista, cioè il costo dell’accoglienza. La norma introdotta prevede che il richiedente diniegato possa essere espulso non verso il suo paese di origine, ma anche verso un paese con cui abbia comunque dei legami, per il fatto per esempio di esservi transitato, magari perché trattenuto contro la sua volontà. Si apre dunque la strada a respingimenti verso la Libia e i suoi campi di detenzione, o verso la Tunisia delle campagne xenofobe del presidente Kais Saied. È probabile che l’obiettivo sia la deterrenza, come per le deportazioni verso il Ruanda varate dal governo del Regno Unito, ma non si vede come la norma possa conciliarsi con il rispetto dei diritti umani.

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In conclusione, l’Ue è riuscita finalmente a trovare un accordo per un parziale superamento della convenzione di Dublino, ma al prezzo di sostanziali cedimenti alle posizioni di chiusura nei confronti del diritto di asilo e dell’accoglienza delle persone in fuga da guerre, repressioni, persecuzioni, scontri interni, conflitti ad alta e bassa intensità. La paura dell’onda montante dei populismi di destra, insieme ai veti delle capitali già conquistate da quelle forze, sta portando la costruzione europea ad allontanarsi sempre più dai valori che l’hanno ispirata.

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Il Punto

  1. Savino

    L’Italia continua a non avere un piano nazionale di accoglienza ed integrazione. Alle volte fa fare al sindaco, alle volte al parroco, alle volte alla ong. Senza quello, in ambito UE, il Paese singolo di primo arrivo non conta nulla, nè può ottenere fondi per far finanziare alcunchè.

  2. nn

    Si dovrebbe pensare prima di tutto ai diritti umani dei cittadini italiani che pagano.

  3. Mahmoud Abdel

    La paventata ipotesi di rimpatrio in Libia quale Paese di transito è uno spauracchio evidentemente non realizzabile, i Paesi terzi verso cui poter eseguire i rimpatri sarebbero ovviamente anche in linea teorica Paesi sicuri pur se non di cittadinanza dell’immigrato irregolare: altri Stati sovrani sicuri differenti da quello di cittadinanza come per i trasferimenti Dublino già di fatto avviene, il tutto in un sistema quale quello italiano in cui non vi è una sentenza delle Sezioni Specializzate che sia una che applica l’Internal Protection Alternative pur se espressamente prevista per legge da anni, quindi di fatto si parla di aria fritta anche rispetto alla Tunisia o altri Paesi terzi. Un dato riportato nell’articolo è invece spaventoso “nel 2022 gli stati dell’Ue hanno ricevuto oltre 960 mila richieste di asilo” (!) Basta questo solo dato a capire quanto strumentalizzata sia questa procedura da parte di ogni migrante che decide di trasferirsi in Europa illegalmente e si para dietro di essa per vedersi regolarizzato almeno parzialmente, con welfare annesso. I migranti regolari sono i primi residenti UE ad opporsi all’attuale giungla procedurale: i passi sono sinora piccoli ma, come sostenuto da altri quali il Corriere della Sera, sono quantomeno nella direzione giusta.

  4. Mauro Cappuzzo

    È giusto, dobbiamo accoglierli tutti. Tutti hanno diritto di asilo. Speriamo che resti qualcosa anche per gli attuali residenti in Italia (italiani e non) in povertà. Oppure variamo qualche patrimoniale pro migranti, ci manca.

  5. Pietro Della Casa

    L’ Autore sostiene che “la costruzione europea ad allontanarsi sempre più dai valori che l’hanno ispirata”.
    Forse si riferisce a formulazioni tipo:
    libertà, democrazia e uguaglianza,
    rispetto della dignità umana, dei diritti umani e dello Stato di diritto,
    solidarietà e protezione per tutti.

    Il problema è che qualsiasi formulazione di “Grandi Principi Fondativi”, per quanto suoni bene, se presa alla lettera porta sempre a conseguenze paradossali, e non esiste costituzione o dichiarazione che sia esente da questo problema. Un buon inizio sarebbe contestualizzare storicamente le cose, almeno si eviterebbe di confondere gli sviluppi ideologici recenti coi valori fondativi…
    L’ Unione Europea nasce per strutturare i secolari conflitti intraeuropei, dando ai cittadini europei stessi uno spazio politico comune, uno spazio economico comune, dei principi di convivenza comuni.
    La velleità di essere il centro di superiorità morale del pianeta, nonché la balia dell’intero genere umano, unite paradossalmente ad un sostanziale disprezzo della propria identità – vista come mera manifestazione di conservatorismo regressivo o peggio – sono evoluzione recente, almeno come idea “mainstream”.
    La convinzione che l’Europa non debba essere più la casa degli europei – e di una cultura europea – ma diventare la casa di tutti gli uomini e di tutte le culture è probabilmente la conseguenza più controversa di questa evoluzione.
    Strano che ci si stupisca di fronte alla inevitabile reazione di rigetto, che sta progressivamente portando le destre nazionaliste a rioccupare quegli spazi che le sinistre “progressiste” hanno deciso di abbandonare nel momento in cui hanno deciso di rappresentare “tutti”, finendo per non rappresentare nessuno.

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