L’Unione europea ha fornito ingenti risorse all’Ucraina nella guerra con la Russia. Ma quel sostegno non si è tradotto in una politica e in un bilancio comune della difesa. Una speranza arriva dal gruppo dei “volenterosi”. L’Italia però non ne fa parte.
Le crisi che hanno fatto l’Europa
Scriveva, nelle sue Memorie, Jean Monnet: “Ho sempre pensato che l’Europa si farà nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per affrontare quelle crisi”. È un modo per dire che le crisi rappresentano il principale motore del processo di unificazione europea.
Idee analoghe sono state espresse da Jacques Delors, Angela Merkel e Mario Draghi, il quale ha osservato più volte come l’Europa tenda a compiere salti istituzionali nei momenti di maggiore pressione.
La storia stessa dell’Unione sembra confermare questa tesi. Alla fine della guerra fredda seguirono il Trattato di Maastricht e l’Unione economica e monetaria (Uem). La riunificazione tedesca aprì la strada all’euro. La crisi finanziaria globale e, successivamente, la crisi del debito sovrano portarono alla creazione dell’European Financial Stability Facility (Efsf) e dell’European Stability Mechanism (Esm). La crisi migratoria del 2015-2016 favorì la nascita della European Border and Coast Guard. Infine, dalla crisi del Covid-19 nacque NextGenerationEU (NgEU), un programma da circa 750 miliardi di euro che diede vita al più importante piano di emissione di debito comune europeo.
Appare pertanto lecito domandarsi se l’invasione russa dell’Ucraina – il primo grande conflitto sul suolo europeo dalla seconda guerra mondiale – e il progressivo disimpegno degli Stati Uniti dalla difesa dell’Europa abbiano prodotto un ulteriore passo avanti nel processo di integrazione dell’Unione. Questa volta nel settore della difesa, un ambito che rappresenta un importante bene pubblico, caratterizzato da rilevanti economie di scala e di scopo.
Non esiste un bilancio europeo della difesa
Storicamente, le guerre hanno favorito la nascita degli stati moderni, poiché hanno reso necessario aumentare la tassazione, emettere debito pubblico e rafforzare il governo centrale. Emblematico è il caso degli Stati Uniti, dove il governo federale ha emesso debito quasi esclusivamente per finanziare le guerre fino al New Deal di Roosevelt. Da qui l’idea che anche l’Unione europea avrebbe potuto utilizzare il riarmo come occasione per rafforzare la propria identità politica.
Jacob Funk Kirkegaard, del Peterson Institute for International Economics (Piie), in un recente articolo dal significativo titolo “The European Union and the War in Ukraine: More Money, but Not More Europe”, sostiene invece che la guerra in Ucraina non sta producendo una maggiore integrazione politica e militare dell’Unione. L’Ue mette a disposizione ingenti risorse finanziarie a sostegno di Kiev, senza tuttavia acquisire maggiori competenze in materia di difesa.
Tra il 2022 e il 2025 l’Unione europea ha fornito circa 75 miliardi di euro di aiuti finanziari e umanitari all’Ucraina; ha sospeso temporaneamente i vincoli del Patto di stabilità, consentendo agli stati membri di aumentare la spesa militare; ha creato il programma Safe, che permette alla Commissione europea di raccogliere sui mercati fino a 150 miliardi di euro da concedere in prestito ai governi per finanziare investimenti nella difesa. Tuttavia, ciò non rappresenta una mutualizzazione permanente della politica di difesa, poiché sono gli stati a decidere come impiegare le risorse e i prestiti rimangono a carico dei bilanci nazionali. In altri termini, non è nato un vero bilancio europeo della difesa.
Anche la nuova proposta di bilancio pluriennale della Commissione prevede che soltanto 18 miliardi di euro all’anno siano destinati alla difesa, pari a circa lo 0,1 per cento del Pil dell’Unione. È poi previsto un fondo speciale di 100 miliardi di euro destinato al sostegno dell’Ucraina nel periodo 2028-2034. E il Consiglio europeo ha deciso di ricorrere a una nuova emissione di debito comune per contribuire al fabbisogno finanziario dell’Ucraina nel biennio 2026-2027.
Tutto ciò dimostra, secondo Kirkegaard, che l’Unione è diventata il principale finanziatore dell’Ucraina senza trasformarsi in una vera autorità centrale di difesa. In altre parole, si è realizzata un’integrazione finanziaria, ma non un’integrazione politica o militare.
L’autore individua due ragioni fondamentali di questo risultato: la geografia e la diversa situazione dei conti pubblici nazionali. I paesi più vicini alla Russia – gli stati baltici, la Polonia, la Finlandia, la Danimarca e la Svezia – percepiscono in misura maggiore la minaccia russa. La distanza geografica spiegherebbe così quasi la metà delle differenze negli aiuti militari all’Ucraina (figura 1). Analogamente, i paesi con un elevato debito pubblico, come Italia, Grecia, Spagna e Francia, dispongono di margini di manovra più limitati. Esiste pertanto una correlazione negativa tra il livello del debito pubblico e sostegno militare all’Ucraina e spesa per la difesa (figure 2 e 3).
Una questione di confini
La verità è che entrambe le spiegazioni nascondono un problema politico più profondo. I cittadini europei, diversamente da quelli americani, non percepiscono i confini dell’Unione come i propri confini e non sembrano disposti a mutualizzare le spese per la difesa attraverso l’emissione di Eurobond. Allo stesso tempo, gli stati membri intendono continuare a gestire autonomamente i propri eserciti, gli acquisti di armamenti e la strategia militare. In altri termini, almeno per il momento – e forse definitivamente – l’Unione non sembra destinata a dotarsi di un vero esercito europeo, di un ministro europeo della Difesa e di un bilancio federale per la difesa.
L’attuale contesto rappresenta quindi lo specchio di una realtà politica e culturale ancora lontana da un’autentica unione federale.
Un elemento di moderato ottimismo deriva dalla crescente cooperazione tra gruppi di aziende e di stati europei “volenterosi”. È la cosiddetta coalition of the willing, composta da Regno Unito, Germania, Francia, Polonia, paesi baltici, Danimarca, Finlandia e Norvegia, ma non dall’Italia. Queste iniziative, pur rimanendo esterne al quadro istituzionale dell’Unione europea, potrebbero rappresentare il nucleo attorno al quale, un giorno, potrà svilupparsi una vera difesa europea.
Figura 1 – Correlazione tra l’aiuto militare bilaterale all’Ucraina e la distanza tra la capitale del paese e Mosca (tra gennaio 2022 e ottobre 2025)

Figura 2 – Correlazione tra l’aiuto militare bilaterale all’Ucraina gennaio 2022–ottobre 2025 e il debito lordo del governo alla fine del 2021

Figura 3 – Correlazione tra la variazione della spesa per la difesa da parte dei membri Ue e Nato tra il 2021 e il 2024 e i livelli del debito lordo del governo generale nel 2021

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Rony Hamaui è laureato all'Università Commerciale L. Bocconi e Master of Science alla London School of Economics. E’ professore a contratto presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, segretario generale de Assbb (Associazione per gli Studi Banca e Borsa), amministratore unico di Airosh S.p.a.s, Vice Presidente del Cdec (Fondazione Centro di Documentazione Ebraica contemporanea).
Ha ricoperto numerosi incarichi presso il gruppo Intesa Sanpaolo, quali Direttore Generale di Mediocredito Italiano, AD di Mediofactoring, responsabile Financial Institutions e del Servizio studi della Banca Commerciale Italiana nonché professore a contratto presso l' Università di Bergamo e l' Università Bocconi.
È autore di numerosi articoli scientifici e ha scritto e curato diversi libri riguardanti gli intermediari, i mercati finanziari internazionali, lo sviluppo economico finanziario nei paesi arabi e il populismo.
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