Negli ultimi anni c’è stata una ricalibratura del nostro welfare, malgrado il crescente peso elettorale degli anziani. Sono diminuite le spese in sanità, mentre sono cresciute quelle dirette ai giovani, per esempio per famiglia ed esclusione sociale.

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Il peso politico della popolazione anziana

Una delle tesi più diffuse nel dibattito politico, non solo italiano, sostiene che l’invecchiamento demografico sposta il potere politico verso gli anziani, sia perché sono sempre più numerosi rispetto alle altre classi di età e quindi più determinanti per gli esiti delle elezioni politiche, sia perché il tasso di partecipazione al voto cresce con l’età. Ne segue un condizionamento crescente sulle scelte dei vari governi, a scapito dei giovani.

L’Italia è un paese molto anziano. Nel 2025 il 24,7 per cento della popolazione aveva almeno 65 anni, la quota più alta d’Europa e in continuo aumento (18,1 per cento nel 2000). Dovremmo quindi vedere politiche sempre più distorte a favore degli anziani. Eppure, almeno nell’importante settore della spesa sociale, le cose negli ultimi anni non sono andate in questo modo.

Il welfare state italiano è ancora sbilanciato a favore delle pensioni, in conseguenza di scelte fatte in decenni ormai lontani e poi di riforme con tempi di entrata in vigore molto lenti. Negli ultimi anni, e in particolare nel periodo successivo alla grande recessione che in Italia è durata dal 2008 al 2012, si è assistito infatti a un processo di “ricalibratura” della spesa sociale (qui e qui), cioè nella riduzione della spesa sociale a favore degli “anziani” e nell’aumento di quella verso i “giovani”. L’obiettivo di queste righe non è sostenere nuove tesi, ma semplicemente verificare, con un confronto con gli altri paesi europei, l’entità del processo di riconfigurazione generazionale della spesa.

Il confronto con gli altri paesi europei

Consideriamo i dati della spesa sociale netta di Eurostat, che classifica le prestazioni sociali in otto funzioni: malattia/sanità, disabilità, vecchiaia, superstiti, famiglia e figli, disoccupazione, abitazione ed esclusione sociale. Di solito i confronti tra paesi usano la spesa sociale lorda, qui utilizziamo invece quella netta (net social protection benefits), che misura il valore effettivamente percepito dai beneficiari dopo l’intervento del sistema fiscale. La spesa sociale netta è ottenuta sottraendo dalla spesa lorda le imposte dirette e i contributi sociali eventualmente pagati dai percettori delle prestazioni; tiene conto cioè del fatto che in molti paesi alcuni trasferimenti pubblici (in Italia molte pensioni) sono soggetti a tassazione o a contribuzione sociale, mentre la spesa lorda può sovrastimare le risorse trasferite alle famiglie.

La tabella mostra, sia per l’Italia che per la Ue-27, quanto pesavano sul Pil le varie funzioni della spesa sociale nel 2014 e nel 2023, ultimo anno disponibile. La spesa sociale netta italiana vale circa un quarto del Pil, come la media europea. Rispetto alla media dei paesi europei, nel 2023 l’Italia si distingue per livelli inferiori di spesa in sanità, disabilità, famiglia e casa, mentre superano i valori medi Ue vecchiaia, superstiti ed esclusione sociale. Le voci che più sono diminuite nell’ultimo decennio sono sanità e superstiti, mentre il peso sul Pil delle pensioni di vecchiaia è rimasto costante. Sono cresciute invece famiglia ed esclusione sociale.

Per una visione più sintetica, definiamo come spesa “rivolta agli anziani” la somma della spesa netta delle funzioni sanità, disabilità, vecchiaia e superstiti. È una definizione approssimativa perché una parte della spesa sanitaria e per disabilità va a persone giovani, ma in prevalenza è destinata agli anziani. La spesa “rivolta ai giovani” comprende invece le funzioni famiglia e figli, abitazione ed esclusione sociale. Anche questa è una definizione approssimativa, perché una parte della spesa per abitazione e contro la povertà va a famiglie anziane. Escludiamo gli ammortizzatori sociali perché variano molto di anno in anno a seconda del ciclo economico.

La figura 1 mostra, per ciascun paese europeo, la variazione tra il 2014 e il 2023 della spesa sociale netta in percentuale del Pil. In orizzontale si trova la variazione della spesa rivolta prevalentemente agli anziani, in verticale quella della spesa che va in prevalenza ai giovani. La posizione di ciascun paese nei quattro quadranti consente di cogliere se c’è stata ricalibratura della spesa sociale e in quale direzione. I paesi collocati in alto a sinistra hanno ridotto la quota di Pil destinata agli anziani e contemporaneamente aumentato quella destinata ai giovani; quelli nel quadrante in basso a destra hanno seguito la strada opposta.  

La spesa a favore dei giovani

L’Italia si trova nel quadrante della ricalibratura a favore dei giovani. Tra il 2014 e il 2023 la quota di Pil destinata alle funzioni prevalentemente rivolte agli anziani si è ridotta di circa un punto di Pil, mentre quella destinata alle funzioni rivolte ai giovani è aumentata di circa otto decimi di punto, la crescita maggiore tra tutti i paesi dell’Europa occidentale. Metà del calo della quota della spesa per gli anziani è dovuta ai trasferimenti monetari, metà alla sanità.

Non significa che il welfare italiano abbia cessato di essere orientato verso gli anziani, perché la figura mostra non il livello, ma la variazione della composizione della spesa. L’Italia continua a destinare alle pensioni una quota della spesa sociale superiore alla media europea, viceversa per le funzioni rivolte prevalentemente ai giovani. Tuttavia, nell’ultimo decennio la ricalibratura del welfare è proseguita, malgrado il crescente peso elettorale degli anziani. 

Inoltre, visto che il numero degli over 65 è aumentato, la spesa pensionistica pro-capite reale per ogni anziano è diminuita nell’ultimo decennio. Questi dati si riferiscono alle spese correnti, non a quelle future, quindi il sistema di welfare è diventato meno generoso per gli anziani di oggi, non per quelli di domani. Anche le modifiche all’Irpef degli ultimi anni, non riflesse nel grafico, vanno nella stessa direzione: l’Irpef per i lavoratori (quindi i “giovani”) a basso reddito è diminuita grazie a diversi provvedimenti – dal bonus Renzi del 2014 al recente bonus che assorbe gli effetti della decontribuzione – che non toccano i pensionati. Il periodo osservato si ferma inoltre al 2023, e incorpora solo in parte gli effetti del Pnrr che nei prossimi anni dovrebbero portare a un aumento della spesa corrente per i nidi. Sarebbe anche molto interessante verificare la presenza di fenomeni di redistribuzione all’interno della popolazione anziana, confrontando ad esempio la spesa per pensioni di vecchiaia con quella per i non autosufficienti, ma è un approfondimento che richiede spazio e altre fonti.

La consapevolezza dello squilibrio eccessivo

Questi dati non smentiscono la tesi secondo cui gli anziani esercitano un’influenza politica crescente, solo che non è sufficiente per capire cosa sta accadendo nei singoli casi nazionali. In quello italiano vi sono molti altri fattori che hanno avuto e hanno ancora una forte influenza sul percorso delle politiche sociali: la consapevolezza di uno squilibrio eccessivo nella spesa sociale a favore delle pensioni, già forte negli anni Novanta, i vincoli della finanza pubblica, delle istituzioni europee e dei mercati finanziari, la dinamica della povertà e in generale gli effetti sociali delle crisi economiche recenti, e infine il bisogno di frenare la riduzione della natalità. Tutti elementi che hanno spinto gli “anziani”, più o meno consapevolmente, a essere un po’ meno egoisti proprio mentre sono diventati più numerosi e politicamente influenti.

Figura 1 – Variazione in % del Pil della spesa sociale netta prevalentemente per giovani e anziani tra 2014 e 2023

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