L’Europa si dota di una politica che al percorso di transizione energetica unisca obiettivi di difesa della competitività e di sicurezza dell’offerta. Punta a evitare la dipendenza da un solo paese per le forniture. E segna un riavvicinamento agli Usa.

Il Net Zero Industry Act proposto dalla Commissione

Nella proposta presentata dalla Commissione europea il 16 marzo, il Net Zero Industry Act (Nzia) – parte del Green Deal Industrial Plan del 1° febbraio 2023 – presenta aspetti di policy nuovi e interessanti. Trattandosi di normativa esposta al “trilogo” (ovvero alla discussione e alla approvazione da parte del Parlamento e del Consiglio europeo) potrà essere modificata, ma è comunque utile analizzarne i punti più interessanti.

Il Nzia è la piattaforma operativa varata dall’Ue dopo che agli obiettivi proposti dal Fit for 55 del luglio 2021 (riduzione al 2030 del 55 per cento delle emissioni di gas climalteranti rispetto ai livelli del 1990, raggiungimento della neutralità climatica per il 2050) si sono aggiunti la guerra Russia-Ucraina, nel febbraio 2022 (percezione del rischio di un’eccessiva dipendenza per i beni strategici da un solo paese: dà origine al RePowerEU) e l’Inflation Reduction Act (Ira) nell’agosto 2022 (annuncio del governo americano che la produzione o l’acquisto di diversi beni e servizi importanti per la transizione energetica avrebbero goduto di agevolazioni ancora maggiori se ottenuti utilizzando componenti made in Usa).

Si è quindi sentito il bisogno di: a) varare una politica di diversificazione dei consumi energetici basata sull’“away from (Russian) gas”; b) sviluppare la produzione di alternative non fossili all’interno della Ue, nel timore che l’Ira costituisse un forte incentivo alla localizzazione negli Stati Uniti di attività produttive di imprese europee significative per la transizione energetica; c) stare attenti a che queste politiche non accrescessero la già elevatissima dipendenza europea dalla Cina per quanto riguarda sia terre rare e altre materie prime, sia tecnologie e componenti, in ogni caso legate alla transizione energetica.

In altre parole, obiettivi di difesa della competitività e di sicurezza dell’offerta – temi tipici di politica industriale – si sono aggiunti alle politiche di transizione energetica.

L’Ira degli Stati Uniti

La sola parte “Clima ed energia” dell’Inflation Reduction Act vale 391 miliardi di dollari, di cui il 41 per cento per produzione e investimento in energia rinnovabile e il 9 per cento per l’auto elettrica. L’Ira mette a disposizione fondi anche sotto forma di crediti fiscali, con alcuni elementi protezionistici. Ad esempio:

– i crediti a disposizione sono maggiorati del 10 per cento se i beneficiari (stati federali, Tennessee Valley Authority, comunità tribali e altre minoranze protette) utilizzano acciaio e altre componenti prodotte negli Stati Uniti;

– gli acquirenti di auto elettriche (oltre determinati livelli di reddito) possono ricevere crediti solo se i veicoli hanno determinate percentuali di minerali critici estratti o processati negli Stati Uniti (o in paesi con cui gli Usa hanno accordi di libero scambio), e crediti addizionali se date percentuali di determinate componenti delle batterie sono prodotte o assemblate in Nord America.

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Dal punto di vista economico le critiche sono ruotate soprattutto su due aspetti:

  • l’Ira attrae investimenti esteri da altre parti del mondo, causando effetti di delocalizzazione;
  • l’utilizzo su vasta scala del local content mette in crisi il ruolo della World Trade Organization.

Il Nzia dell’Unione europea

La proposta Ue sulla politica industriale del Nzia ruota intorno a quattro politiche specifiche per le energie rinnovabili:

  1. lo snellimento dei processi autorizzativi e di regolazione (il “permitting”);
  2. un intervento esteso di rafforzamento del ruolo del capitale umano;
  3. un’accelerazione e una intensificazione del processo di innovazione;
  4. una modifica dei sistemi di accesso al mercato, che enfatizzi l’utilizzo di meccanismi di scelta che diano rilevanza a “criteri di sostenibilità e di resilienza” del processo produttivo locale.

Non mi soffermo sui primi tre aspetti, già annunciati nel Green Deal Industrial Plan. Compare invece per la prima volta il quarto aspetto, che descrive le modalità con cui la Commissione ha scelto di sviluppare la riduzione della dipendenza dall’estero.

Secondo la Commissione, l’impegno su queste modalità di intervento potrebbe portare a far sì che la produzione interna soddisfi quasi il 40 per cento dell’insieme del fabbisogno al 2030 delle “net zero technologies”, un ambizioso passo avanti rispetto alla situazione attuale.

Per ottenere questo, si propone il concetto di “net zero strategic project” (Sezione II della proposta), applicabile ai casi di sviluppo delle “net zero technologies” oggetto di intervento: uno dei criteri adottabili per il riconoscimento di questo status è il caso in cui in cui l’Unione dipenda pesantemente dalle importazioni provenienti da un singolo paese terzo (articolo 10).

Più in particolare, la proposta della Commissione prevede:

  • per gli acquisti pubblici, tenendo conto del Government Procurement Agreement (Gpa), l’adozione della gara economicamente più vantaggiosa, basata anche su criteri di sostenibilità e resilienza, tra cui l’incidenza del paese del fornitore, che non deve superare il 65 per cento dell’offerta in Ue per quella tecnologia: il peso di questo criterio sulle decisioni di assegnazione è tra il 15 e il 30 per cento. È ammesso un differenziale di costo non oltre il 10 per cento rispetto alle offerte concorrenti (articolo 19);
  • per favorire con finanziamenti addizionali produzione e acquisti di “net zero technologies” da parte di imprese e famiglie, tenendo conto della sostenibilità e della resilienza dei fornitori, è ammesso un differenziale di costo di non oltre il 5 per cento (articolo 21).

Qualche elemento di confronto

Non sappiamo quali saranno i cambiamenti apportati alla nuova normativa da Consiglio e Parlamento. Però qualcosa si può dire:

  • l’entità dei finanziamenti dell’Ira non dovrebbe impressionare: secondo Antoine Bouet, attuale direttore del Cepii, le sovvenzioni già disponibili per le filiere verdi sono in termini relativi maggiori per l’Ue (nel 2021) che per gli Stati Uniti dell’Ira (2023): 0,5 per cento contro 0,17 per cento del Pil;
  • neanche l’entità aggiuntiva del Nzia è significativa, ma secondo Grégory Claeys di Bruegel questo è dovuto al ruolo “politico” dell’atto: viene proposto per compiacere alcuni paesi, con pochezza erogativa che serve a compiacere altri (una interpretazione che condivido);
  • le forme di protezionismo introdotte dai due atti sono diverse: nell’Ira esiste il local content (contro i dettami del Wto), mentre non c’è nel Nzia, dove il criterio esplicitamente adottato è invece l’eccesso di dipendenza della fornitura estera da un solo paese;
  • ambedue i programmi di intervento sono indirizzati soprattutto verso la Cina.
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È quindi possibile immaginare che per i prodotti a basso costo ci si avvii verso una sostituzione almeno parziale della Cina con altri paesi produttori, in particolare l’India, mentre è possibile attendersi una maggiore presenza europea nei segmenti più carichi di innovazione e di contenuto tecnologico: in particolare nelle tecnologie di Ccs (cattura e stoccaggio di carbonio) e nelle batterie e sistemi di accumulo.

Della svolta possono beneficiare anche le (numerose) imprese cinesi che hanno storicamente effettuato investimenti esteri in Ue: ad esempio, nel caso del manifatturiero solare compaiono come membri nella lobby di categoria – Solar Power Europe – diverse imprese cinesi, tra cui le prime quattro al mondo (in termini di quantità fornita). Dal testo sembrerebbe che il criterio si applichi al solo prodotto, e quindi alla sua origine, ma su questo dettaglio (come per altri) conviene aspettare la versione definitiva.

Non compare quindi l’aspetto del “Buy European”, presente invece in una bozza della proposta, e il continuo richiamo alll’Agreement on Government Procurement significa che la rivalità commerciale con gli Stati Uniti viene eliminata, forse perché difficilmente sostenibile. In questo il viaggio nei primi di marzo 2023 di Ursula von der Leyen a Washington per incontrare Joe Biden ha dato i suoi frutti.

Col che la riconciliazione con gli Usa è pienamente avvenuta: i giorni dell’ira (dal titolo di un famoso spaghetti-western) sono probabilmente finiti.

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