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Ma l’arrivo di migranti non è una sorpresa

I flussi di migranti verso l’Italia non sono né una sorpresa né un’emergenza. Misure di corto respiro non risolvono il problema, che va affrontato in modo complessivo, considerando il nesso fra migrazioni, instabilità politica e sviluppo economico.

Perché non siamo di fronte a un’emergenza

Nell’ultima settimana è rimbalzata con toni allarmistici la notizia che il flusso di immigrati che approdano in Italia via mare è in aumento. Come riportato da dati del ministero dell’Interno, così come da Frontex, nel primo quadrimestre del 2023 i rilevamenti di attraversamenti lungo la rotta del Mediterraneo centrale sono stati più di 45 mila, tre volte quelli dello stesso periodo dell’anno precedente (gennaio-aprile 2022). Nel complesso, le rilevazioni totali sono aumentate di circa il 30 per cento rispetto al 2022, trainate principalmente dalla rotta del Mediterraneo centrale che rappresenta oltre il 50 per cento di tutti gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Unione europea.

Ma se si allarga lo sguardo, come il fenomeno richiede, e si considerano nel loro complesso i flussi migratori irregolari e di richiedenti asilo nella Ue, si nota un trend crescente già a partire dall’estate del 2020, per aumentare poi progressivamente nel 2021, nel 2022, fino a oggi (con una stagionalità sistematica, e quindi non sorprendente, che in generale vede una più alta concentrazione degli arrivi da aprile a novembre). Come riportato dagli organismi di monitoraggio del fenomeno (come Consiglio europeo e Unhcr), gli arrivi complessivi nel 2022 sono stati più di 180 mila lungo le tre rotte principali del Mediterraneo (105 mila circa solo lungo la rotta centrale), di cui circa il 10 per cento sono minori non accompagnati. Anche le richieste di asilo sono in aumento, con 76 mila domande solo a febbraio 2023, concentrate in particolare in Germania (25.335), Spagna (12.840), Francia (10.520) e poi Italia (9.840) (dati Eurostat).

I flussi di oggi verso l’Italia non risultano quindi sorprendenti, a maggior ragione se si considerano i nuovi casi di instabilità politica registrati non lontano dalle nostre coste. La Tunisia – che dista meno di 150 km da Lampedusa – vive un periodo di profonda crisi economica e politica, con tassi di inflazione e disoccupazione in aumento, e con un governo che pur di distogliere l’attenzione dai problemi di economia interna ha incitato alla xenofobia e all’odio razziale nei confronti degli immigrati africani che vivono e lavorano nel paese. L’ondata di odio, promossa dallo stesso presidente tunisino Kais Saied, è sfociata in atti di violenza contro i migranti sub-sahariani, inclusi attacchi fisici, sgomberi dalle loro case e dai loro posti di lavoro e arresti arbitrari dei migranti, tra cui donne e bambini. Di conseguenza, molti lavoratori residenti in Tunisia e provenienti da altri paesi – Costa d’Avorio, Guinea, Egitto e Pakistan – hanno deciso di lasciare il paese e cercare asilo in Europa. Cosicché la Tunisia è oggi il principale paese di partenza degli immigrati che arrivano lungo la rotta del Mediterraneo centrale (seguito dalla Libia).

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Un “business” molto flessibile

In un nostro lavoro su un precedente shock geopolitico (quello delle primavere arabe del 2011 e dalla fine del regime di Gheddafi in Libia) abbiamo mostrato come il network dei trafficanti sia particolarmente denso e il loro “business” molto rapido nel rispondere e adattarsi alle condizioni locali. Inoltre, la domanda dei loro “servizi” è estremamente elastica al prezzo. Ne è una riprova, per esempio, l’uso di “nuove” imbarcazioni in ferro assemblate in fretta da parte dei trafficanti tunisini, che vengono offerte a prezzi “vantaggiosi” e poi stipate all’inverosimile, con alta probabilità di ribaltarsi in mare aperto.

I flussi migratori e i richiedenti asilo all’interno del continente africano, ovvero persone che vivono in un paese diverso da quello di origine, sono almeno il doppio di quelli che lasciano l’Africa. Esiste quindi una forte domanda di mobilità che incentiva il mercato informale a creare servizi per questi viaggi (in assenza di infrastrutture visibili). Il Nord Africa è in linea di principio un’area di destinazione dei migranti, in quanto chi si sposta vuole rimanere comunque il più possibile vicino a casa. Tuttavia, shock economici e instabilità politica possono spingere molte persone a cercare rifugio in Europa e quindi ad acquistare i servizi di trafficanti che sfruttano la situazione senza scrupoli. Grazie agli smartphone, poi, le informazioni riguardanti le modalità di approccio dei trafficanti, le rotte da seguire e i costi per i servizi di trasporto sono facilmente veicolate fra i potenziali migranti, rendendoli molto reattivi rispetto a nuove opportunità di mobilità verso l’Europa, nonostante i rischi connessi.

La consapevolezza dei rischi

Considerando il forte nesso fra migrazioni, instabilità politica e sviluppo economico, risulta quindi fortemente riduttiva la proposta del governo, all’indomani della strage di Cutro del 26 febbraio 2023, di raggiungere i potenziali migranti attraverso campagne informative, per scoraggiarli dal partire mostrando loro i rischi del viaggio. I flussi ci sono nonostante i rischi, dei quali i migranti sono consapevoli: la spinta a partire è così forte da controbilanciarli.

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Per fermare davvero il traffico di migranti – come ripetono spesso i rappresentanti dei governi nazionali ma soprattutto quelli delle istituzioni europee – che fa arricchire bande di criminali sulla pelle delle persone (in 10 anni sono morte circa 25 mila persone nel Mediterraneo), è necessario superare l’ipocrisia dell’esternalizzazione delle frontiere a paesi fragili o instabili.

Non è più il tempo di stupirsi dei flussi in arrivo e di gridare all’emergenza per quella che di fatto è una situazione che dura da decenni, anche sulla spinta delle diverse dinamiche demografiche che sussistono sulle due sponde del Mediterraneo e che non si cambiano in tempi brevi. È necessario aprire canali regolari sulla base di flussi programmati e lavorare congiuntamente con i paesi di origine su formazione, sviluppo di opportunità e rispetto dei diritti. A ciò vanno aggiunti maggiori investimenti sulle politiche di accoglienza e integrazione, per massimizzare i benefici socio-economici delle migrazioni nei paesi di destinazione. Sono politiche difficili (non sbrigative), ma realistiche per cogliere le sfide dello sviluppo globale, da realizzarsi in un contesto non solo italiano ma soprattutto europeo.

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Il Punto

  1. Mahmoud

    I cittadini stranieri che in Tunisia si trovano male potrebbero e dovrebbero fare ritorno nello Stato di cui sono cittadini, non illegalmente introdursi in ulteriori Stati dove non hanno diritto di stare, solo poiché contano sul fatto di poter comunque strumentalmente invocare il diritto di asilo politico per vivacchiare nelle more delle procedure burocratiche. Allo stesso modo, oltre a pubblicizzare i rischi delle traversate occorrerebbe sensibilizzarli sul fatto che nei social network occidentali i loro concittadini postano solo le cose belle, ma la maggior parte viene invece sfruttata o peggio una volta giunta in sistemi economici inadatti ad accoglierli umanamente oltre fisiologiche quote. A questo riguardo limitare i pull factor quali elargizioni non di prima necessità quali corsi di lingua, pocket money da rimettere in patrie dove il potere di acquisto è altissimo ed altro è fondamentale non per risolvere del tutto ovviamente, ma almeno per diminuire il fenomeno delle partenze illegali e quindi delle conseguenti morti in mare.

  2. Christine Leuteyler Rossi

    Trovo assai scioccante il numero di minori non accompagnati. Qui in Italia l’abbandono di minori non è permesso e la mia ricerca di giustizia mi fa stare male al pensiero di chi manda per mare un minore solo senza dover subire un castigo. Anzi, mi pervade il dubbio che possa addirittura esistere il premio del ricongiungimento. Se non vi è una situazione di guerra o catastrofe non trovo giusto che i minori debbano andare in giro da soli

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