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Aziende sulle piattaforme digitali: il rischio della dipendenza

Qual è la situazione delle aziende che ricorrono alla mediazione delle piattaforme digitali per vendere i loro beni e servizi? Un’indagine Inapp nei settori turismo, ristorazione e trasporti restituisce un quadro preciso, facendo emergere alcuni rischi.

L’indagine Inapp

Quando si parla di piattaforme digitali si pensa immediatamente alle condizioni di lavoratori e lavoratrici, meno spesso si guarda alle imprese che si avvalgono della loro mediazione per commercializzare i propri beni o servizi. È proprio sullo studio di questo segmento che si è concentrata l’indagine Inapp Digital Platform Survey, che analizza l’impatto sull’organizzazione del lavoro determinato dall’utilizzo delle piattaforme digitali nei settori della ristorazione, del turismo e dei trasporti terrestri.

L’indagine è stata condotta tra marzo e settembre 2022 su un campione di circa 40 mila imprese rappresentativo delle 298.991 operanti in Italia nei settori considerati, comprese quelle con meno di tre addetti, solitamente escluse dalle rilevazioni Istat. Le imprese della ristorazione utilizzano generalmente le piattaforme di lavoro mentre quelle del turismo ricorrono a più tipi di piattaforme (figura 1).

Figura 1 – Classificazione generale delle piattaforme digitali

Fonte: Srnicek, 2017; Ilo, 2021; Kenney e Zysman, 2016

L’Inapp stima che il 19,4 per cento (58.092) del totale delle imprese dei settori considerati (298.991) utilizzi le piattaforme digitali per la vendita di propri prodotti e servizi (figura 2).

Il turismo è il settore in cui si registra la maggiore penetrazione, con il 42,1 per cento di imprese utilizzatrici (38.615), quota che arriva al 77 e 75 per cento tra gli affittacamere o bed&breakfast e gli alberghi. Nel settore della ristorazione il ricorso alle piattaforme riguarda invece il 12,8 per cento delle imprese. 

Al dato del ricorso alle piattaforme può essere utile accostare quello delle imprese che utilizzano un canale digitale proprio (sito web, app) per vendere prodotti o servizi: in media il 15,2 per cento delle aziende utilizza esclusivamente un canale digitale proprio, mentre il 12,9 per cento usa sia piattaforme sia il canale proprio. Se si considerano entrambi i canali, tra alberghi e affittacamere si arriva a percentuali attorno al 90 per cento di utilizzo di strumenti digitali.

Circa un quarto delle aziende ha stipulato un contratto con una piattaforma prima del 2014, ma in massima parte la diffusione dell’utilizzo risale al periodo 2014-2019 (57,4 per cento, figura 3).

Quanto valgono le commissioni

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Nel solo biennio 2020-2022, tuttavia, le imprese che hanno stipulato un contratto per la vendita dei propri prodotti e servizi con le piattaforme sono il 18,5 per cento, ma si sale al 44,7 per cento nella ristorazione, in seguito all’incremento della domanda durante la pandemia. Nel biennio 2020-2021 il fatturato intermediato dalle piattaforme digitali rappresenta quasi un quinto dei ricavi nella ristorazione e nei trasporti e intorno alla metà nel turismo. Le commissioni richieste dalle piattaforme digitali per l’intermediazione ammontano mediamente al 16,5 per cento del fatturato intermediato nel 2020 e al 16,7 per cento nel 2021.

Nella ristorazione le commissioni sono in media più elevate, con il 35,7 per cento di imprese che paga commissioni superiori al 20 per cento; nel turismo il 41,8% delle imprese dichiara commissioni tra il 15 e il 20 per cento, mentre nei trasporti gli importi sono più bassi (tabella 1 e figura 4).

Condizioni contrattuali

L’indagine Inapp è finalizzata anche ad approfondire il livello di dipendenza tecnologica e finanziaria delle imprese italiane dalle piattaforme. Un primo elemento di asimmetria risiede nelle modalità con cui sono stabilite le condizioni contrattuali: in circa 7 casi su 10 sono le piattaforme a imporre unilateralmente le condizioni (73,6 per cento nel turismo), mentre solo l’11,3 per cento delle aziende riesce a negoziarle; il 18,4 per cento del campione preferisce non rispondere al quesito. Tra le condizioni contrattuali, sicuramente la più importante riguarda i sistemi di pagamento: nel 46,8 per cento dei casi sono previste clausole di dipendenza dalla piattaforma per gli incassi (quota che sale al 68,2 per cento nella ristorazione), mentre nel 46,1 per cento dei casi è previsto l’incasso diretto dalla clientela (figura 5). Si tratta di un dato rilevante perché il ritardo nei tempi di incasso rappresenta un costo e un fattore di rischio finanziario intrinseco: di fatto quando il pagamento viene veicolato dalla piattaforma in 8 casi su 10 sono previste clausole di dilazione dei pagamenti.

Un altro elemento di asimmetria è la possibilità che le piattaforme propongano unilateralmente variazioni alle clausole contrattuali, proponendo ad esempio una maggiore visibilità dell’impresa condizionata all’adesione a programmi di fidelizzazione per i clienti, elementi che di fatto possono far lievitare i costi delle commissioni. Si tratta di una circostanza sperimentata da circa un quarto delle imprese, quota che arriva al 32,4 per cento nel turismo. Nella ristorazione si segnala inoltre che circa quattro imprese utilizzatrici su dieci adottano procedure di disintermediazione, effettuando consegne a domicilio sia con i fattorini delle piattaforme sia con personale proprio.

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Nell’economia delle piattaforme sono poi particolarmente importanti gli effetti reputazionali: a oltre un terzo delle imprese è capitato di aver ricevuto valutazioni negative (38,4 per cento nel turismo) e al 23 per cento è successo di perdere clienti a causa di disservizi da imputare esclusivamente a una delle piattaforme utilizzate (il 32,4 per cento nella ristorazione).

Le informazioni sulla clientela

A circa un terzo delle imprese è garantito l’accesso ai dati sui clienti da parte di tutte le piattaforme, al 14 per cento viene invece concesso solo da alcune piattaforme, mentre circa il 18,4 per cento (il 24,6 per cento nella ristorazione) dichiara di non avere accesso a queste informazioni (oltre un terzo non risponde). Elementi conoscitivi importanti giungono poi anche dalle imprese che non utilizzano le piattaforme, che precisano di non averne bisogno o di preferire la gestione diretta del rapporto con i clienti (figura 7). Il costo eccessivo del servizio è menzionato dal 6,1 per cento delle imprese del turismo e dal 5,5 per cento da quelle della ristorazione.

I risultati dell’indagine mettono in guardia sui fattori di rischio che possono derivare da una dipendenza tecnologica e finanziaria dalla piattaforma, che può tramutarsi in azioni di controllo sull’impresa, riproponendo una dinamica simile ai rapporti asimmetrici tra piattaforma e lavoratori digitali. La piattaforma non è, infatti, uno spazio di intermediazione vuoto, ma una infrastruttura non neutra capace di condizionare le regole dell’intermediazione e del mercato su cui opera.

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  1. Paol

    E se al tutto aggiungiamo il fatto che nonostante la quota impressionante di ricavi che le piattaforme ritagliano per sé, nella stragrande maggioranza dei casi (specialmente nella ristorazione) non riescono neanche lontanamente a fare utili, viene da chiedersi per quale diavolo di motivo dovrebbero essere libere di operare con questo modello di business. Di fatto raccolgono miliardi da investitori che speculano sulla capitalizzazione per strangolare gli operatori che erogano effettivamente i servizi che le piattaforme intermediano, senza alcun beneficio per i consumatori.

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