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Cambiano le preferenze dell’8 per mille

Fin dal 1985, la maggior parte delle donazioni dell’8 per mille dell’Irpef è destinata alla Chiesa cattolica. Negli ultimi anni, però, il numero di cittadini che fa questa scelta è in calo, mentre aumenta il contributo indirizzato allo stato.

I destinatari dell’8 per mille

Nella controversa sfera della politica italiana, pochi argomenti sono stati tanto discussi e dibattuti nel corso degli anni quanto l’8 per mille. Un tema di grande rilevanza e complessità, che coinvolge questioni etiche, finanziarie e religiose, e che si è rivelato un nodo cruciale nel tessuto sociale del paese.

L’8 per mille rappresenta una particolare forma di finanziamento a enti religiosi, introdotta in Italia nel 1985, quando venne concessa ai contribuenti la possibilità di destinare una quota delle proprie tasse – l’8 per mille appunto – a uno dei cinque culti riconosciuti dallo stato: la Chiesa cattolica, la Chiesa valdese, l’Unione delle Comunità ebraiche italiane, la Chiesa evangelica luterana, e l’Assemblea degli altri culti.

Oggi il contribuente può destinare il proprio 8 per mille allo stato, alla Chiesa cattolica o a una delle dodici confessioni religiose che hanno un’intesa con lo stato. Ognuna di queste realtà può utilizzare i fondi ricevuti, tramite preferenza o tramite riparto delle quote non assegnate, per le finalità definite dalla legge. E ciascuna sul proprio sito web solitamente descrive come concretamente sono stati impiegate le risorse.

Dal 1985, sull’argomento si sono aperti aspri confronti tra coloro che ne difendono la validità come forma di sostegno alle diverse confessioni religiose e chi, invece, ne contesta il meccanismo, chiedendo una revisione delle normative.

Uno dei punti cruciali della discussione riguarda la cifra che con l’8 per mille viene sottratta alle casse statali, suscitando interrogativi su come queste risorse dovrebbero essere impiegate in un contesto di crescente necessità di investimenti pubblici in servizi essenziali quali istruzione, sanità, e infrastrutture. L’aspetto finanziario è solo uno dei tanti elementi in gioco. Le questioni etiche svolgono, infatti, un ruolo di primaria importanza nel dibattito. Alcuni esponenti politici e associazioni laiche sostengono che l’8 per mille violi il principio di laicità dello stato, discriminando di fatto coloro che non hanno una fede religiosa o che seguono confessioni diverse da quelle ufficialmente riconosciute. Parallelamente, le istituzioni religiose hanno affermato che l’8 per mille rappresenta un elemento fondamentale per il loro sostentamento finanziario e che l’eventuale riduzione dei fondi potrebbe mettere a rischio la sopravvivenza di diverse realtà religiose sul territorio nazionale.

Le scelte dei contribuenti nel corso del tempo

Le informazioni disponibili evidenziano una costante diminuzione nel numero di cittadini italiani che scelgono di assegnare l’8 per mille alla Chiesa cattolica con la compilazione della dichiarazione dei redditi. I dati preliminari riguardanti le dichiarazioni del 2022 (relative all’anno fiscale 2021) mostrano una riduzione di ben 205 mila firme rispetto agli anni precedenti. Al contrario, lo stato ha riscontrato un aumento di 84 mila adesioni.

Se il supporto finanziario alla Chiesa cattolica continua a ridursi, il settore pubblico, con particolare attenzione a iniziative di beneficenza e investimenti nell’istruzione, guadagna crescente approvazione tra i contribuenti italiani.

Nel corso dell’ultimo decennio c’è stata una riduzione dell’8,82 per cento nel numero di cittadini italiani che hanno scelto di destinare l’8 per mille dell’Irpef alla Chiesa cattolica. Tuttavia, la percentuale di contribuenti che hanno effettuato una scelta nella dichiarazione dei redditi è complessivamente diminuita.

Il dipartimento delle Finanze ha di recente reso pubblici i dati aggiornati sulla suddivisione delle somme prelevate dall’Irpef. Analizzarli richiede una comprensione delle intricate regole che governano il meccanismo di finanziamento delle confessioni religiose. In particolare, è previsto che ogni anno vengano distribuite le somme relative alle dichiarazioni presentate tre anni prima, le quali, a loro volta, riguardano il periodo d’imposta precedente. Pertanto, nel 2023 sano assegnate le somme relative ai redditi del 2019, per un totale di 1,41 miliardi di euro.

Dei 41,5 milioni di individui che hanno presentato una dichiarazione Irpef, solo il 40,18 per cento ha indicato una preferenza sulla destinazione del proprio 8 per mille, mentre il 59,25 per cento non ha fatto alcuna scelta. La maggioranza delle preferenze è stata a favore della Chiesa cattolica, con 11,5 milioni di contribuenti. Il numero rappresenta il 27,9 per cento del totale e costituisce il 69,5 per cento di tutte le preferenze espresse. La differenza tra queste percentuali è significativa poiché, al contrario di alcune altre fedi religiose che espressamente vi rinunciano, la Conferenza episcopale italiana (Cei) riceve l’Irpef anche dai contribuenti che non hanno espresso preferenze.

Nel 2023, la Chiesa cattolica incassa dunque oltre 1,03 miliardi di euro, mentre lo stato riceve 330 milioni, i valdesi 42 milioni e le altre confessioni importi via via più modesti. Rispetto all’anno precedente, le somme si sono ridotte per tutti, tranne che per lo stato (+93 milioni), a causa della diminuzione di 21,78 milioni dell’ammontare del totale da dividere.

Per avere una prospettiva storica sui dati, possiamo fare un passo indietro, al 2013: in quell’anno, 15,6 milioni di contribuenti avevano scelto di destinare l’8 per mille alla Chiesa cattolica. Rappresentavano il 37,04 per cento dei contribuenti totali e l’81,2 per cento delle preferenze espresse. Il 45,6 per cento di contribuenti aveva fatto una scelta esplicita su come destinare l’8 per mille.

Negli anni più recenti, per i quali abbiamo dati sulle preferenze dei contribuenti, ma non sugli importi, le indicazioni per la Chiesa cattolica si sono ridotte costantemente, arrivando a 11,5 milioni per i redditi del 2021, ossia circa tre milioni e mezzo in meno rispetto a dieci anni prima, anche considerando lo stesso numero totale di contribuenti. La percentuale di preferenze sul totale è scesa al 27,9 per cento.

Le conseguenze finanziarie di queste scelte si vedranno nel 2025, quando saranno distribuite le risorse corrispondenti, mentre le preferenze espresse nella stagione di dichiarazioni ancora in corso avranno effetto nel 2027.

Il 5xmille e il 2xmille

Oltre all’8 per mille, la legislazione italiana prevede altre forme di contribuzione volontaria, specificamente il 5 per mille e il 2 per mille. Le due opzioni, a differenza dell’8 per mille, richiedono un’esplicita preferenza nella destinazione della donazione. Nel caso in cui non venga data, gli importi verranno trattati come imposte e non saranno assegnati a enti benefici.

Introdotto nel 2007, il 5 per mille rappresenta una significativa fonte di supporto per enti di ricerca, università, ospedali e organizzazioni no-profit. Il 2 per mille, introdotto nel 2010, offre la possibilità ai contribuenti di destinare il 2 per mille dell’imposta sul reddito a partiti politici.

Va sottolineato che l’8, il 5 e il 2 per mille non sono alternativi tra loro, ma possono essere cumulati. Pertanto, ogni contribuente ha la facoltà di donare uno o più di questi importi ogni anno, a seconda delle proprie preferenze e delle organizzazioni o enti che desidera sostenere. La scelta consente ai cittadini di partecipare attivamente alla destinazione di una parte delle proprie tasse per sostenere cause sociali e culturali ritenute rilevanti.

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  1. Renato Fioretti

    Quella relativa all’8 per mille dell’Irpef è una questione che trovo scandalosa per una serie di motivi.
    Il primo è rappresentato dal fatto che non trovo giusto che uno Stato laico utilizzi parte delle tasse versate dai cittadini per finanziare istituzioni religiose. Ciò detto, nel caso italiano, siamo nella condizione che, infranta la linea di principio, almeno lo si fa a favore di più confessioni religiose, oltre che dello Stato. Però, il problema più grande che, indirettamente, finisce con il favorire solo ed esclusivamente la Chiesa cattolica, è rappresentato dalle modalità attraverso le quali si arriva alla individuazione degl’importi (totali) da corrispondere ai singoli potenziali beneficiari. In questo senso, già il fatto che, laddove non ci siano indicazioni da parte dei singoli contribuenti, le somme vanno comunque assegnate ai diversi “beneficiari” previsti dalla legge, rappresenta, a mio parere, una grande e grave anomalia. Questa è, in effetti, una gravissima forzatura della volontà popolare. Se i dichiaranti non operano alcuna scelta, dovrebbe essere evidente la loro volontà contraria a un sistema di quel tipo. Invece, ciò nonostante, si ignorano le scelte operate e il corrispondente 8 per mille viene ugualmente assegnato. Tra l’altro, non essendoci stata operata alcuna scelta, resta davvero incomprensibile perchè mai le quote non assegnata debbano essere ripartite tenendo presente le percentuali espresse tra coloro che, invece, hanno operato la loro scelta. Già sarebbe stato più logico – ma, evidentemente, sarebbe venuto meno il “favore” alla Chiesa cattolica – che le quote non assegnate – per assenza di scelte specifiche da parte dei contribuenti – fossero semplicemente considerate rientranti, a pieno titolo, tra l’Irpef. Si tratterebbe, in sostanza, di operare come già avviene rispetto al 5 e al 2 per mille. Laddove i contribuenti non procedano ad esprimere alcuna scelta, rispetto ai potenziali Enti e Partiti, non si procede ad assegnare un bel niente! Più semplice di così non si può! Personalmente, mi spiace che tale gioco “delle tre carte” abbia rappresentato, nel lontano 1984 il frutto di un accordo ” a perdere” tra il Vaticano e un governo a guida socialista. Ma, d’altra parte, correva l’obbligo di modificare i contenuti del Concordato, risalente al 1929, tra la Santa sede e il Regno d’Italia.

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