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Per Lula amicizie di convenienza con Russia e Cina

La politica estera di Lula suscita molte critiche in Occidente per la vicinanza a Cina e Russia. Ma sono le convenienze economiche a spiegare il nuovo corso: il Brasile è il principale produttore di soia e il primo importatore dei fertilizzanti russi.

La politica estera del Brasile

Di recente il presidente del Brasile Lula è stato molto criticato per la vicinanza mostrata a Russia e Cina. Sebbene giusti, i rilievi non tengono però conto di quanto siano stretti i rapporti commerciali tra il Brasile e i due paesi. Perché l’Europa possa riavvicinarsi al Brasile è necessario conoscere quei rapporti e rilanciare le nostre relazioni commerciali.

Finora la politica estera del secondo mandato Lula è stata diversa da ciò che si sperava. Vero che il Brasile della prima presidenza Lula (2003-2010) si è sempre dichiarato non allineato e vicino ai paesi emergenti, tanto da essere stato tra i promotori della nascita dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina) nel 2006. Eppure, ora il presidente sembra mostrare un’insolita irritazione nei confronti dei paesi occidentali, una maggiore vicinanza alla Cina, una presunta equidistanza tra Ucraina e Russia e non lesina critiche al ruolo del dollaro nei commerci internazionali. A poco più di sei mesi dall’inizio del suo mandato, Lula darebbe l’impressione di non essere lo stesso presidente che aveva governato il Brasile tra il 2003 e il 2010 e di essersi avvicinato ancora di più ai Brics.

Eppure, più che Lula, è il Brasile a essere cambiato. L’attuale politica estera potrebbe non essere dettata da convinzioni politiche, ma dalla convenienza economica. Sorprende il linguaggio del presidente, ma la vicinanza ai Brics non è una novità. Anche Jair Bolsonaro, nonostante l’affinità con Donald Trump e pur criticando la Cina, strinse rapporti ancora più stretti con Pechino. Una decisione che favoriva i grandi proprietari del Sud del paese, che lo votavano in massa e vendevano la loro soia alla Cina.

Il ruolo delle esportazioni

Negli ultimi anni la bilancia commerciale del Brasile è profondamente cambiata. Dal 2003, anno di inizio della prima presidenza Lula, le esportazioni in dollari si sono quasi quintuplicate, da 72 miliardi di dollari a 334. Il saldo commerciale è passato da 23 miliardi di dollari a 61 nel 2022, con una proiezione di più di 80 miliardi di dollari nel 2023.

Negli ultimi venti anni il Brasile è diventato una potenza esportatrice tra i paesi emergenti e l’export ha sostenuto l’economia nel suo momento più difficile. La crisi economica iniziata nel 2013 è stata superata solo nel 2022 e le esportazioni hanno avuto un ruolo decisivo. A eccezione del biennio 2016-2017, il loro valore si è mantenuto al di sopra dei livelli pre-crisi e il paese ha continuato ad avere un saldo positivo tra export e import nonostante il crollo del prezzo dei tre principali prodotti esportati (soia, petrolio e minerali ferrosi).

Tra il 2019 e il 2023, il valore delle esportazioni brasiliane è cresciuto del 50 per cento, trainato in parte dall’aumento dei prezzi mondiali delle materie prime e in parte dall’aumento del volume delle esportazioni. Un ottimo risultato, soprattutto se paragonato con il dato della vicina Argentina che è anch’essa tra i principali esportatori di soia e con cui il Brasile condivide la stessa politica commerciale, essendo i due paesi parte del Mercosur.

L’export brasiliano è stato trainato negli ultimi dieci anni dalla domanda cinese. Durante i primi anni della presidenza Lula l’interscambio commerciale tra la Cina e il Brasile era minimo e l’Unione europea e gli Stati Uniti erano le principali destinazioni dei prodotti brasiliani. Oggi Pechino è di gran lunga il principale partner commerciale del paese. Negli ultimi cinque anni il 31 per cento delle esportazioni brasiliane è andato in Cina, una percentuale superiore alla somma delle vendite verso l’Unione europea (14 per cento) e Stati Uniti (11 per cento). Anche il Mercosur (6,6 per cento) è stato ridimensionato, passando da terzo a quinto partner commerciale, superato dall’area Asean (6,7 per cento).

La soia alla base dell’amicizia con Cina e Russia

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Sono dati che confermano la dipendenza economica del Brasile dalla Cina e viceversa. Brasilia ha un surplus della bilancia commerciale con Pechino di 30 miliardi di dollari, circa la metà del suo surplus commerciale. Il prodotto che più di tutti spiega la relazione tra i due paesi è la soia. Oggi il Brasile è il principale produttore di soia al mondo (produce circa un terzo del totale) e il principale esportatore (circa un terzo del totale esportato). Delle 79 milioni di tonnellate esportate dal Brasile nel 2022, 54 sono andate in Cina. Nei primi cinque mesi del 2023 la Cina ha importato ancora più soia rispetto allo stesso periodo del 2022 (+20 per cento).

La soia spiega anche la vicinanza a Mosca. Da anni il Brasile è il maggior importatore mondiale di fertilizzanti ed è il più importante cliente della Russia, il principale esportatore di fertilizzanti al mondo. Si capisce così la riluttanza di Lula a condannare la Russia. Una riluttanza condivisa da Bolsonaro: l’ex presidente deve larga parte del suo capitale politico ai grandi produttori del paese e si guarda bene dallo schierarsi contro i loro interessi.

Nella recente visita di Lula in Cina sono stati firmati investimenti per 10 miliardi di euro e si è parlato della possibilità che il Brasile possa aderire alla Belt and Road Iniziative. Per riavvicinarci al Brasile, non sarà sufficiente fare appello ai valori della democrazia. È necessario invece rilanciare gli investimenti e le relazioni commerciali anche attraverso la ratifica dell’accordo di libero commercio con il Mercosur. Il recente incontro tra Ue e Celac potrebbe essere solo il primo passo.

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  1. Firmin

    Mi sembra l’ennesima prevedibile conseguenza della mancanza di una politica estera comune della UE. Finora i vari Mr.&Ms. PESC ed i loro delegati hanno fatto solo passerelle senza costrutto. Ora non possiamo stupirci se regimi poco democratici, ma con strategie più lungimiranti delle nostre, riempiono gli spazi politici, militari ed economici lasciati vuoti dall’Europa. Nel frattempo, un terzo dei porti commerciali europei (non brasiliani) è in mani cinesi e gran parte delle nostre catene del valore passano attraverso paesi “indifferenti”, se non apertamente ostili. Si fa davvero fatica a rimanere europeisti in questo contesto. In compenso, fa quasi tenerezza pensare che qualcuno che si dichiara sovranista voglia lanciare un “piano Mattei” con partner africani che hanno già sottoscritto accordi di ferro (o forse a base di corda e sapone) con Cina e Russia.

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